CERCASI GUIDO DISPERATAMENTE

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Non lo abbiamo intervistato, lo abbiamo avvistato: Catalano, il più grande poeta italiano vivente, e – a giudicare dallo stuolo femminile che lo insegue – anche uno dei più affascinanti, si è rivelato a un passo da noi, eppure sfuggente, inafferrabile, come solo le rockstar consumate sanno essere. Cronaca di un inseguimento per il verso sbagliato

Intervistare Guido Catalano è un’impresa di rara difficoltà. D’altronde chi, nell’Italia del 2019, riesce a diventare una rockstar scrivendo poesie è, per definizione, un genio, e come tale, una persona dall’esistenza sfuggente, con un vissuto da Primula Rossa. Insomma, per dirla tutta, noi Catalano non l’abbiamo proprio intervistato, lo abbiamo avvistato.

Al curioso cimento del poetry-watching siamo giunti, va da sé, in maniera completamente casuale. Tutto nasce da una telefonata della nostra augusta direttrice che, mellifluamente, ci sussurra «vi interesserebbe intervistare Guido Catalano?». E noi, sventurati, abbiamo risposto.

Decisi a tutto, ci siamo procurati accredito, numero telefono dell’addetto stampa e abbiamo avvisato amici e parenti che avremmo intervistato il più grande poeta italiano vivente.

Ci documentiamo puntigliosamente, con furore ornitologico. Guido Catalano nasce a Torino nel 1971, sotto il segno dell’Acquario, mena un’adolescenza fra studi classici e gruppi musicali di cui è sia paroliere sia cantante. Da 18 anni è l’unico poeta professionista in Italia, ma continua a frequentare la musica con successo grazie alle collaborazioni – fra gli altri – con cantautori come Dente e Brunori Sas. Scrive la rubrica di Posta del Cuore per l’edizione torinese del Corriere della Sera e parla per Radio Due. Continua a vivere a Torino, in centro, e paga pochissimo d’affitto, sono parole sue. In ultimo, è fidanzato con una dottoressa molto più alta di lui e non guida l’auto. Ha all’attivo sette libri di poesia e due romanzi, tutti editi da Rizzoli.

Forti di questo nostro sapere, ci siamo preparati per incontrarlo a Cesena, dove venerdì 24 maggio un suo reading avrebbe aperto, nella splendida cornice del chiostro di San Francesco, la rassegna Acieloaperto.

Con fiducia contattiamo Marco Lodoli, l’addetto stampa del poeta, che, forse fuorviato dalla nostra professionalità, ci propone un’intervista à la cinco la tarde, ché molte ore prima dello spettacolo l’artista è più rilassato. Siamo costretti ad ammettere che noi, a quell’ora, lavoriamo. Vediamo il nostro obiettivo allontanarsi vistosamente, ma Marco non demorde: «ci vedremo verso le venti, tanto il reading è previsto per le ventidue».

Ci presentiamo con dieci minuti abbondanti di anticipo, talmente sicuri di noi da dirigerci verso una birreria per una bevuta ristoratrice. E il poeta è lì, anche lui con una birra, media perché piccola è immorale, e una sigaretta elettronica, particolare che rovina un po’ l’allure poetica piemontese. Stringiamo la mano a Marco e Guido. Speranzosi chiediamo ragguagli sull’intera faccenda. «Noi – dice Catalano – dobbiamo andare a mangiare. C’è tempo».

‘Figuriamoci, abbiamo una settimana per chiudere l’intervista. Noi abbiamo già prenotato qui’, rispondiamo per nascondere l’orgoglio sanguinante. Vediamo il nostro obiettivo allontanarsi: cammina timido, quasi impacciato, dentro una giacca di cotone grosso, verde. Si veste dallo stesso sarto di Woody Allen. Nel frattempo riusciamo a strappare un tavolo per mezz’ora, non un minuto di più. E scopriamo che la piazzetta a duecento metri dal palco è gremita dagli ultras catalani, e non parliamo di minoranze linguistiche. Intendiamo una minoranza, composta da giovani ma, soprattutto, da una moltitudine di donne, che amano lo stile sorridente, guascone e apparentemente semplice, del cantore piemontese. Ognuno di loro, anche noi, ha un libro sotto braccio, pronto per essere vergato dalla penna del poeta.  Fatte le dovute proporzioni, ci viene da pensare, Catalano è il Vasco Rossi della poesia. I puristi inorridiscono, ma i puristi non riempiono gli stadi e nemmeno i chiostri. Mentre siamo presi da queste profonde riflessioni ci si avvicina una bella signora, categoria milf, classe superior, per chiedere informazioni.

«Sapete dove legge Guido?». Con sollecita cortesia l’accompagniamo fino alla biglietteria, ma solo per farle capire che abbiamo gli accrediti stampa. Le ventidue si avvicinano e le nostre speranze di un’intervista dal vivo si riducono in maniera inversamente proporzionale. Da buoni ornitologi, ci mettiamo a scrutare Catalano che in un camerino di risulta si prepara alla lettura: sembra Linus a cui abbiano rubato la coperta e beve come Bukowsky all’ippodromo, d’altronde li ha sempre indicati come due dei suoi maestri.

E poi il palco, un tavolo tondo ingombro di libri e fogli sparsi, due lampade antropomorfe, e lui: Guido Catalano. «Le mie iniziali sono G. C., come Giulio Cesare e Gesù Cristo. Sarà un caso?». Linus ha ritrovato la coperta e Bukowsky ha vinto una bella somma puntando su Bitter Fruit alla settima corsa. È un’ovazione. Viene il sospetto che tutti, ma proprio tutti, le donne anche un po’ di più, non credano sia un caso. E ascoltandolo, guardandolo stare sul palco come un pesce nell’acqua, mentre finge di perdere la scaletta o cerca disperatamente poesie, tutte a pagina 11 e tutte piene di erre che il poeta non riesce proprio a pronunciare, viene il sospetto anche a noi. Gestisce il pubblico come un’ironica rockstar. Tutti a ridere. Eppure, anche se non sembra, parla dei temi eterni della poesia, parla dell’amore, della morte, del terrore nevrotico della fine. Ma lo fa alla Catalano: gli amori si trovano su Tinder, i gatti sono i favoriti ma con i cani si rimorchia di più e «piuttosto che morire mi ammazzo». Non ci sono tamerici, piogge nel pineto, di upupe nemmeno l’ombra. Eppure, parafrasando Pavese, mostra la tempesta che è dentro ognuno di noi ma che nessuno nota. E poi, mentre lui batte il piede sul legno per tenere il tempo, ci viene in mente una cosa quasi ovvia: la poesia è nata per essere letta ad alta voce. E lui lo fa, restituendo la poesia alla sua natura più intima.

Per due ore ridiamo, pensiamo e ci commuoviamo anche un po’. Il climax si raggiunge quando Guido, che ormai potrebbe leggere il bugiardino dell’Oki e ricevere una standing ovation, esorta il suo cantautore preferito, Riccardo Cocciante, a non rubare una stella per Margherita, che la ragazza sarà pure bellissima, ma regalarle «una palla di fuoco e gas, /Cocciantone/una stella è una roba spaventosa/praticamente una stella è una bomba/atomica perenne/noi la vediamo come un puntolino/luminoso tremolante/ma non puoi, non puoi, ti giuro/andare su nel cielo/andare su nel cielo puoi/ ma prendere una stella no/ è pericolosissimo». (Notare l’iperproliferazione di erre, NdA).

Lo spettacolo termina così, in un’ecatombe di stelle e risate. Salutiamo Marco che ci rassicura, abbiamo tempo per intervistare Guido, in una settimana troveremo un’ora per scambiare quattro chiacchiere con lui. Non lo sapevamo ancora, ma il tempo non lo avremmo mai trovato, perché, usando una brutta immagine poetica, la mamma di Catalano avrebbe finito il suo tempo nei primi giorni di giugno.

  1. S.: la nostra serata finisce, come quella di tutti, in fila per il firma-copie. Davanti a noi c’è la milf superior con accompagnatore al seguito. Tremebonda si fa firmare una quantità di volumi che potrebbe arricchire, e di molto, una biblioteca pubblica di una città di media grandezza. «Di dove sei?», domanda Guido escludendo dall’occhiata l’accompagnatore. «Di Roma, mi sono fatta quattrocento chilometri per venire a vederti», ribatte lei con un singolare civettuolo. «Ma scusa, vengo a Roma a metà giugno!» esclama il poeta, quasi annichilito dal suo stesso fascino. Si scopre che l’accompagnatore è il di lei marito. La notte viene abitata da insulti romaneschi, non privi di poesia

di Stefano Damiani & Paolo Martini

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