Conversazione 2: Claudia Casali, direttrice del MIC Faenza

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Claudia Casali, direttrice MIC Faenza

Continuano i nostri dialoghi con gli operatori culturali. Il settore purtroppo in questo periodo è completamente dimenticato e sarà quello che subirà più di tutti consistenti danni economici. Secondo dati diffusi dalla Regione Emilia Romagna nel 2018 l’economia legata alla cultura in Italia costituisce il 6,1% del PIL. L’Emilia-Romagna è la quarta regione italiana per ricchezza prodotta e la terza per occupazione. Sempre nel 2018, in Emilia-Romagna, il Sistema Produttivo Culturale e Creativo ha prodotto valore aggiunto per circa 8 miliardi di euro, ovvero il 5,6% del valore aggiunto dell’intera economia regionale, grazie all’impiego di oltre 137 mila addetti. Parliamo di 137mila persone che al momento rischiano di perdere il loro lavoro.

Ne parliamo con Claudia Casali, direttrice del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, uno dei musei più importanti della Regione che è chiuso al pubblico dai primi di marzo e che aveva in corso una mostra importantissima dedicata alla ceramica di Picasso, purtroppo rimasta invisibile per circa un terzo della sua durata.

“Nessuno dei vari governanti in questi giorni ha mai parlato di cultura ma gli aspetti più interessanti di questa chiusura totale sono arrivati dal web e dal comparto culturale. Penso ai concerti condivisi o alle visite guidate virtuali, alle letture improvvisate o ai vari approfondimenti disciplinari. – commenta Claudia Casali – La ripresa sarà difficile e lentissima. Al di là delle aperture contingentate dei musei, che abbiamo già provato e che funzionano, il problema sarà far tornare il pubblico nei musei. Anche se si adotteranno tutte le precauzioni necessarie (guanti e mascherine in primis), bisognerà riabituare il visitatore a frequentare i luoghi di cultura. E non sarà facile. Stiamo vivendo un film in bianco e nero e non so, sinceramente, quando tornerà il colore. Il MIC ha spazi grandi (16mila metri quadri) per cui contemporaneamente possiamo ospitare anche un centinaio di persone. Abbiamo con grande fatica incrementato in questi anni il numero dei visitatori passando da 18mila nel 2011 ai quasi 50mila del 2019. Ma dovremo ripartire da zero, ripensando a nuove modalità di visite guidate o di laboratori per bambini e scuole in generale dove la vicinanza è fondamentale nell’approccio didattico manuale. Ricordiamoci che, oltre alle scuole, la percentuale di adulti di una certa età, over 65, è molto presente nei musei con uscite fuori porta e momenti aggregativi. E questi saranno i primi ad avere paura di frequentare spazi affollati. Non parliamo di danni perché viene da piangere a pensarci. Eventi annullati sia a causa della chiusura ma soprattutto a causa delle mancate coperture finanziarie di sponsor che prima avevano accettato un impegno ed ora, con questa emergenza, hanno dirottato le loro risorse altrove. Questo significa per noi non attivare collaborazioni con freelance (che sono tantissimi nel settore culturale) creandogli grandi difficoltà economiche. Sono queste le persone che oggi abbiamo l’obbligo di tutelare”.

Tolte le diverse declinazioni della “distanza sociale” in atto nei vari stati, esiste, e si sta intravedendo – magari proprio dall’osservatorio speciale delle “professioni” culturali – un limite oltre al quale la tutela statistica della salute rischia di ammalare troppo una civiltà, da altri punti di vista? Economico, ma non solo.

“Come accennavo prima, il fatto di non parlare mai di cultura ma solo di scuola, oltre che sempre di economia, è sintomatico di un approccio limitato al problema che diventerà sempre più sociale. Sono contenta che siano girati in rete tanti video empatici sulle bellezze d’Italia, realizzati anche da autori stranieri legati al nostro paese per vari motivi. Capisco il problema economico ma dobbiamo tutelare la salute anche mentale di chi è costretto a casa e di chi ripartirà lentamente. Non tutti avranno la possibilità di ricominciare a lavorare subito dal 3 maggio. Dobbiamo fornire le basi per ricostruire un tessuto sociale che ha toccato con mano la lentezza, la chiusura, la solitudine, il ritorno alle piccole grandi cose come lo stare in famiglia, ricollegarsi con amicizie lontane e perdute, condividere spazi e sentimenti. Questo blocco forzato mi auguro abbia portato a riflessioni “altre” dallo stretto e immediato contingente quotidiano. Ripartiremo più forti di prima? Me lo auguro e mi auguro anche, in un certo senso, con un approccio diverso nei confronti delle priorità della nostra società, difendendo “l’utilità dell’inutile”, riprendendo Nuccio Ordine, da me riletto proprio in questi lunghi giorni, grande difensore della Cultura con la “C” maiuscola”.

Quale è il ruolo, o almeno l’angolo di ingresso, dell’Arte, di un artista, e di un intellettuale, di un operatore culturale in questo dibattito? Può esistere una cultura europea, a maggior ragione mediterranea, senza una agorà fisica, senza un contatto fisico?

“Inevitabilmente sì. Lo stiamo già facendo, mettendo in campo le nostre esperienze, difficoltà e opportunità nel sistema museale nello specifico (penso in questo momento alla piattaforma ICOM ce si è attivata proprio su questo fronte). Il nostro ruolo sarà quello di ripensare i luoghi museali come centri culturali polifunzionali, capaci di attrarre e di coinvolgere esperienze multidisciplinari. Dovremo essere i luoghi di una nuova riflessione non solo sulla cultura, a partire dal nostro patrimonio, ma soprattutto sulla nostra contemporaneità. Sono stata molto contenta nel vedere le statistiche di vendita di libri o di fruizione di canali culturali. Insieme dovremo ripensare alla fruizione e dare motivi e stimoli per una differente ricezione e concezione dell’offerta culturale. Tutti siamo chiamati a nuove sfide e a mio avviso non ci si può trincerare nel proprio orticello ma bisogna aprire le porte a nuovi dibattiti multidisciplinari. La nostra routine culturale è stata distrutta, annullata, abbiamo perso delle certezze. Oggi dobbiamo ripartire per ricostruire un futuro nuovo e diverso, di sinergie, di nuove tecnologie e opportunità. In questo dobbiamo essere uniti perché la cultura è il sale del cervello e di ogni civiltà degna di questo nome”.

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