Alle origini della paura: il cinema di Mario Bava

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Pochi giorni fa il sipario si è chiuso sui nostri cinema. Ma nessuna chiusura può distruggere la cultura cinematografica che dal 1895 ad oggi si è costruita. Questa particolare notte di Halloween è trascorsa senza dolcetto e scherzetto, senza feste a tema, senza cene tra amici, senza il grande schermo ad offrire le esperienze più terrificanti, ma questi strani giorni possono diventare un’occasione per tornare alle origini del nostro cinema e del nostro horror. Un cinema di genere che, insieme agli altri degli anni Sessanta, ha segnato in maniera indissolubile la nostra cinematografia, regalando al pubblico perle che i più cinefili non possono dimenticare. Tra tutti i nomi, uno spicca: un artista a tutto tondo, spesso non solo regista delle sue opere, ma anche direttore della fotografia, autore degli effetti speciali, montatore e scenografo ad indicare che sono una pluralità di elementi ben combinati insieme a dare vita a quello che per lo spettatore diventa un puro attimo di eccitazione. Il suo nome era Mario Bava.

Attraverso la sua filmografia, Bava ha costruito un vero e proprio universo dell’inquietante, che passa dal mondo fantastico abitato dai mostri della tradizione, come vampiri e streghe, al mondo reale di tutti i giorni: qui, anche le più belle città e i più bei luoghi da cartolina possono trasformasi in spazi dove l’orrore prende il sopravvento. E i protagonisti, costantemente imbrigliati in appartamenti colmi di oggetti o imprigionati in ascensori e in cancelli dalle guglie appuntite, si perdono in un’aspirale di delitti e di misteri.

Il suo esordio alla regia nel 1960 con La maschera del demonio segna la nascita in Italia di un genere che acquisirà nel corso degli anni sempre più successo, l’horror gotico, calato in un universo fantastico ottocentesco popolato da streghe e vampiri che attentano alle vite degli uomini comuni in nome della vendetta. Universo e personaggi che torneranno anche in altre pellicole come I tre volti della paura (1963) nell’episodio I Wurdalak, La frusta e il corpo (1963) e Operazione paura (1966). Negli anni a seguire i mostri usciranno dalla tradizione per farsi ignote entità maligne come in Terrore nello spazio (1965) e in Gli orrori del castello di Norimberga (1972). Accanto all’horror gotico, Bava è anche l’iniziatore di un nuovo genere, il thriller, i cui tòpoi prendono forma proprio a partire dai suoi La ragazza che sapeva troppo (1963) e Sei donne per l’assassino (1966). Il terrore esce dalla porta del fantastico per entrare nell’universo del contemporaneo e della quotidianità. Un mondo popolato principalmente da personaggi femminili, vittime e carnefici, in un connubio tra spaventoso ed erotico, dove i personaggi maschili sono, per la maggior parte, inutili o accessori.

Passando per Lisa e il Diavolo (1973) e il suo rimontaggio in La casa dell’esorcismo (1975), Cani arrabbiati (1974) e Shock (1977), per citarne alcuni, l’universo creato da Bava è attraversato da telefoni che squillano a vuoto, voci misteriose e profonde, occhi di voyeur che spiano da ogni possibile serratura. Tutti elementi di trame spesso assurde ed inverosimili che si reggono però su un’ossessione per la tecnica stilistica, da cui effettivamente emerge l’elemento inquietante: una fotografia contrastata che illumina volti terrorizzati e sguardi folli, un costante uso del dettaglio seguito da una panoramica che analizza lo spazio, evidenziandone gli antri bui, e di false soggettive che guidano lo spettatore nell’osservazione, convito di star guardando con gli occhi dell’assassino, per poi far comparire quest’ultimo all’improvviso, dove meno ci si aspettava di incontrarlo.

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