Luca Murano e I vestiti che non metti più

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La luce è soffusa, c’è tanto fumo nella piccola saletta, un piccolo tavolino e alcuni bicchieri vuoti. Non troppi, giusti per serate simili. Sottofondo? Un jazz di Billy Streyhorn. Una voce legge alcuni passaggi di un racconto: sono parole di conforto, forti, ma al tempo stesso vicine, fedeli e amiche. Dietro al libro, c’è un viso, un volto sicuro che indaga e che si lascia indagare: è di Luca Murano, autore di Lodi che ha da poco pubblicato una raccolta di racconti che ha titolato I vestiti che non metti più. La sua è un’opera verista, che va al succo delle questioni; è un lavoro senza dubbio viscerale che si accomoda, senza troppi strappi, sottopelle. Nell’intervista che segue, l’autore ci accompagna nel suo mondo letterario, uno spaccato intenso fatto di libri e gesta rigorosamente non convenzionali. 

Cosa ti ha ispirato. quando hai iniziato a scrivere i tuoi racconti?

Quello che mi interessava davvero indagare è l’umanità che mi è più prossima. In due parole, la gente. Provo poca empatia per gli eroi, i leader o i cavalieri senza macchia. L’autenticità e la goffaggine delle persone comuni, invece, mi fanno incazzare e mi affascinano allo stesso tempo, è la mia vera fonte di ispirazione, il motivo per cui scrivo quello che scrivo. Il tutto però si deve pazientemente mescolare con un pizzico di ‘noia’, elemento fondamentale della mia scrittura. Quando sono annoiato sono più introspettivo e contemporaneamente più ricettivo. 

La tua scrittura si lascia assorbire, è veloce, non affatica, ed è molto, a mio avviso, americana. Ti ci ritrovi?

Non ho una risposta precisa alla tua domanda. Ma elementi assimilabili a quel movimento ci sono. Se penso alla beat generation, ad esempio, una caratteristica inequivocabile di quelle opere è la loro aderenza entusiastica ai fatti più spiccioli della vita. Deformazioni di immagini concrete, carnali, che potevano andare da un lampione fulminato a una scalcinata cabina telefonica. Ecco, senza scomodare mostri sacri come Kerouac o Ginsberg, qualcosa della mia scrittura pesca anche da quel meraviglioso contenitore. 

Dei racconti, quale ti rappresenta di più e quale ti ha messo più in difficoltà.

Punti interrogativi e un sasso, il racconto che chiude la raccolta è entrambe le cose: mi rappresenta e mi ha messo in crisi. Più che un racconto, un flusso di coscienza, una mia proiezione sull’orlo del burrone. Questa sorta di avatar letterario ha sbirciato fin laggiù, in quel fuoco inestinguibile che sanno essere le nostre velleità, le ambizioni e i fallimenti. Dove paure e speranze si sovrappongono fino a diventare la stessa cosa.

 

 

Leggendo la tua raccolta mi è spesso suonato in testa, come una colonna sonora, un lounge jazz suonato in un locale di Manhattan. Quel tappeto emozionale che abbraccia senza stringere. Ah, e tanto fumo di sigarette e gin. Hai presente il buon vecchio Pinketts? Ecco, nelle intenzioni e nel modus vivendi.

Onorato di questo doppio accostamento. D’altra parte, caratteristica del jazz (e della prosa di Pinketts oserei dire) è il distacco dalla melodia convenzionale, che procede secondo regole precise per tentare la via di un’improvvisazione solo all’apparenza fine a sé stessa. Allo stesso modo le mie storie si basano su una serie ininterrotta di variazioni sul tema principale nel tentativo di far suonare la realtà con note diverse, spesso dissonanti, arrangiandola e svelandola alle orecchie del lettore come se udisse questa musica per la prima volta.

La promozione oggi è un tassello fondamentale, al tempo stesso una spina nel fianco visto il Covid. Tu come stai gestendo questa cosa?

La promozione è importante, ma puntarle i riflettori addossa significa sopravvalutare il problema. Mi spiego meglio: in Italia escono più o meno 250 libri al giorno e circa metà dei lettori italiani legge al massimo tre libri all’anno. L’editoria così concepita è chiaramente un sistema che non sta in piedi. La promozione è l’ultima rotella di un ingranaggio che ha enormi problemi e di riflesso non può che pagarne lo scotto, annacquandosi e svilendosi. Non è comunque un buon motivo per arrendersi: malgrado questo mare magnum, infatti, in quattro mesi di vita il libro ha racimolato diverse attenzioni, fra recensioni, interviste e segnalazioni. Ho partecipato anche a tre presentazioni on line ma, Covid permettendo, aspetto con ansia un confronto in presenza, più stimolante e diretto. 

Se dovessimo entrare in casa Murano, quali libri troveremmo sul suo comodino?  

Gli ultimi numeri delle riviste letterarie Nuovi Argomenti, ‘tina (sui cui trovate un mio racconto) e StreetBook Magazine. Quanto ai libri, invece, un romanzo che ho appena cominciato, Timbuctú di Paul Auster e, neanche a farlo apposta, un’antologia di racconti: Manuale per ragazze di successo di Paolo Cognetti.

 

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