Leonor will never die, atto d’amore verso il cinema e i sognatori

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ph Carlos Mauricio

 

Un’opera prima come Leonor Will Never Die si è vista raramente all’interno del cinema filippino. Questo film ha richiesto otto anni per essere realizzato ed è il frutto del lungo percorso intrapreso, per diventare sceneggiatrice, dalla regista esordiente Martika Ramirez Escobar – voce singolare e con un futuro radioso (già direttrice della fotografia in vari film, laureata con lode presso l’Università delle Filippine).

Un film di relazione, omaggio ai film d’azione filippini degli anni ’70 e ’80 (come Orapronobis di Lino Brocka, Fe, Esperanza, Caridad di Santiago, De Leon e Avellana, Kalibre .45 di Nilo Saez, Tatlong baraha di Lito Lapid, solo per citarne alcuni), presentato in prima mondiale al Sundance Film Festival del 2022, vincendo il World Cinema Dramatic Special Jury Award for Innovative Spirit, e in anteprima italiana, sul grande schermo del Teatro Nuovo “Giovanni da Udine”, al Far East Film Festival di Udine (dove sia lei che il cast erano presenti).

Leonor Will Never Die è un puro atto d’amore verso il potere catartico del cinema.

 

 

La storia ruota intorno a un’anziana regista, non più all’apice del successo e sempre con la testa tra le nuvole, di nome Leonor (interpretata – con una personalità travolgente e lo sguardo sempre rapito di chi riesce a cogliere la cinematograficità di ogni evento, anche al di fuori del film in cui si trova – dall’affermata attrice teatrale Sheila Francisco, per la prima volta davanti alla macchina da presa), che vive non solo immersa nei giorni gloriosi degli action movies, ma in una casa piena di ricordi (la sua stanza infatti è ricolma di fogli, videocassette, dischi e altri cimeli che la legano al passato).

Vive con suo figlio Rudie, lei e suo marito si sono separati, ma nella vita della famiglia bazzica – letteralmente – ancora il fantasma di Ronwaldo (italianizzato Romualdo), il loro figlio deceduto in un incidente sul set (una sparatoria – e qui non si può non pensare a Brandon Lee in The Crow di Alex Proyas).

Lo spettatore scopre sin da subito che la regista Escobar in Leonor Will Never Die passa agilmente, e vertiginosamente, da un piano narrativo a un altro, ma scopriamo perché.

Un giorno, la donna si imbatte in un annuncio su un giornale che invita a sottoporre sceneggiature a un festival cinematografico…

Ritrova così rinnovate energie per portare a termine il copione, ma il destino ha in serbo qualcos’altro per lei.

Durante una pausa dalla scrittura, viene colpita da un televisore lanciato da una finestra dell’appartamento di sopra e finisce in coma, in uno stato ipnagogico, popolato degli stessi personaggi e atmosfere da lei creati.

Da questo punto in poi, Escobar conduce sfacciatamente lo spettatore all’interno della mente della scrittrice: sperimenta come l’immaginazione si mescoli al desiderio, al dolore e al crepacuore; e indaga il processo creativo come fardello per l’anima.

Leonor termina la sceneggiatura di Ang Pagbabalik ng Kwago (“Il ritorno del gufo”), un action anni ’80, girato in 4:3, con una pellicola non propriamente performante: il protagonista si chiama – ovviamente – Ronwaldo ed è il classico eroe coraggioso e prestante che smaschera la codardia e la corruzione dei potenti della città.

Utilizzando tutti i cliché del genere, strappando a volte allo spettatore un sorriso – mai forzato o di scherno – Leonor cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita ed elaborare il trauma della morte del figlio.

Le vicende raccontate dalla sceneggiatura in lavorazione e quelle della vita della regista si vanno a intersecare, restituendoci una commedia tanto dolce quanto amara su una crisi esistenziale, con elementi fantasy e metacinematografici.

La regista dichiara al pubblico presente in sala, di aver “sentito certamente la fatica che comporta essere giovane e donna in questo ambiente”.

Vediamo che la stessa crea un ulteriore livello metanarrativo in cui pone sé stessa e il resto del cast e della troupe, facendo di Leonor Will Never Die anche un ragionamento sul cinema filippino del presente, costantemente sottofinanziato e costretto spesso a servirsi di contributi esterni per completare film, nonostante nel suo paese siano abbastanza diffuse le autrici, come Joyce Bernal – e in special modo per gli action drama.

 

 

Le componenti metalinguistiche del film non diventano comunque mai uno strumento contro l’industria cinematografica ma restano sempre un tramite per disgregare progressivamente i confini entro cui si muovono i protagonisti.

Questa sorta di catabasi rende la struttura narrativa un’inversione a U: la stratificazione di livelli narrativi finisce per produrre una mise en abyme in cui è impossibile, e ancor più inutile, trovare il capo della matassa del reale.

Un balsamo per il cuore, soprattutto per gli inventori di storie, artisti e scrittori che scelgono il proprio mondo immaginario come luogo confortevole in cui rifugiarsi quando la vita cade a pezzi.

Questo piccolo gioiello filippino, in 99 minuti, non può che suscitare empatia nel cuore dei sognatori, ma anche intenerire a far riflettere chi non ha più forza di sognare.

Una danza ai bordi del cinema e del reale, che può forse essere pericolosa ma che sicuramente è appassionante.

Girato nelle Filippine da luglio a settembre 2019, è stato sostenuto dal Film Development Council of the Philippines (FDCP) attraverso il suo programma di finanziamento CreatePHFilms.

Una statica sequenza di un’affollata strada urbana lungo i titoli di coda, ci ricorda quale sia il mondo reale a cui apparteniamo… Ma in fin dei conti, è soltanto un altro strato di finzione all’interno di Leonor Will Never Die: perché come lei, neppure il cinema morirà mai.

 

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Da quando ne ho memoria, questi sono i miei più grandi amori: canto, teatro, lettura e cinema. Sono una Studentessa del Corso di laurea DAMS presso l’Università degli Studi di Messina. Appassionata di storia dell’arte, letteratura, storia, musica, fotografia e di mummie, il palcoscenico ha fatto parte della mia vita dall'età di 6 anni e da allora non l’ho più lasciato, in qualsiasi veste. Allieva Regista per la Summer School alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, amo scrivere, in particolar modo poesie e racconti. Pratico volontariato dall’età di 10 anni e Gagarin è la mia prima collaborazione di scrittura come aspirante critica cinematografica.