2 years, 2 weeks, 2 days. Ciriaca+Erre racconta il suo viaggio-performance

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Una performance che si fa viaggio, con l’obiettivo di superare una serie di barriere e confini geografici, sociali, mentali. Un cammino alla ricerca dell’umanità che restituisce importanza e spessore a questo presente troppo spesso soffocato dai ricordi del passato e dalle aspettative per il futuro. Un percorso di totale immersione nella natura, di riappropriazione, con l’obiettivo di tornare ad abitare la Terra come la nostra vera casa. Sono questi i presupposti che hanno dato il via al viaggio di Ciriaca+Erre.

Il tutto, come quasi sempre nell’arte, “parte da un’intuizione che non puoi più ignorare. Io avevo già fatto una performance al Museo della Permanente dove avevo lasciato andare oltre 500 oggetti. Già allora probabilmente sapevo che un giorno sarei andata oltre”, racconta l’artista. “Poi è arrivata anche la pandemia e questa paura che ha governato e dominato il mondo mi ha fatto riflettere molto su questa idea di superare non solo i confini geografici ma anche convenzioni, limiti mentali, politici, ma anche le paure stesse. L’idea era di cercare l’umanità proprio quando ci stiamo dimenticando del suo valore: umanità significa solidarietà, fratellanza e noi, come esseri umani, non siamo staccati dalla natura, ma ne facciamo parte”.

Il suo viaggio è iniziato il 22 aprile 2022, Giornata Mondiale della Terra, con l’obiettivo di trasmettere “l’idea che la Terra è la nostra casa e quindi anche la necessità di ri-allinearsi a quello che siamo nel profondo”. Già da solo da questa data spicca una particolare ricorrenza, quella del numero 2, che ritorna nella durata del viaggio-performance stesso: 2 anni, 2 settimane, 2 giorni. “Erano parecchi anni che vedevo sempre questo numero”, specifica Ciriaca+Erre, “e in diverse occasioni, non solo dall’orologio, ma anche dal prezzo della benzina, da una targa, una chiave che mi viene data in un momento particolare. Quindi l’ho visto proprio come un segnale, penso che la vita ci dia diversi segnali e questo era molto dirompente. In un secondo momento mi sono anche resa conto che il periodo scelto rispecchia l’esperienza del filosofo Henry David Thoreau che nel 1800 andò a vivere nei boschi. In quel periodo erano molti i filosofi che parlavano di ritorno alla natura, ma lui lo fece sul serio. A volte in filosofia, come nell’arte, si parla tanto, invece per me l’idea è di non fare semplicemente arte, ma di essere. Un artista per prima cosa deve essere, anche perché viviamo in una società circondati da oggetti, dove il fare è più importante dell’essere. Abbiamo bisogno di tornare ad essere”.

 

 

Proprio attraverso l’arte è possibile tornare a questa dimensione di essenzialità profonda perché “l’arte è una connessione con un qualcosa di superiore, in grado di creare energia anche senza creare un oggetto in particolare”, specifica l’artista. “L’idea era quella di portare anche l’arte fuori dei luoghi ad essa deputati, ispirandomi un po’ al concetto di Ipazia che voleva portare la cultura nelle strade, o di Diogene che, con la sua lampada in pieno giorno, andava alla ricerca dell’uomo. In realtà, è quello che sto facendo un po’ anche io in questo percorso a ritroso nella storia umana, partendo dalle mie origini e andando a ritroso”.

Questo viaggio ha avuto inizio infatti nella sua terra di origine, Matera. Da qui, giungerà in Africa, alla caverna dove l’Homo Sapiens è sopravvissuto all’Era glaciale. Da Montagnola (CH), dove l’artista ha vissuto gli ultimi anni, e dopo aver fatto tappa al Monte Verità di Ascona (CH), dove nel 1900 è nata la prima comunità utopica, ecologica e vegetariana, tornerà in India per poi raggiungere la Cina dove visiterà l’ultima civiltà matriarcale. E poi ancora Londra, dove alla Pagoda della Pace marcerà insieme con alcuni monaci attivisti. “In questo viaggio c’è anche l’idea che siamo tutti migranti”, racconta Ciriaca+Erre. “La scoperta di questo cosiddetto gene del viaggiatore (DRD4-7R) che coinvolge il 20% della popolazione testimonia che quello che ci spinge ad andare sempre oltre fa parte della nostra natura e dell’evoluzione. In questo progetto c’è l’idea del cammino, del ritorno all’essenziale, alla semplicità. La filosofia e l’arte sono un po’ come camminare, fare un passo dopo l’altro e ogni volta lasciarsi alle spalle un equilibrio prestabilito, mettendosi in discussione e buttandosi nel vuoto”.

 

 

Un buttarsi nel vuoto che però non è totalmente solitario: nel suo viaggio Ciriaca+Erre è fisicamente sola, ma non manca di coinvolgere tutti coloro che desiderano seguirla nel suo cammino. “In questo viaggio cerco di portare le persone con me. L’arte comunica a ogni persona in maniera diversa, rispetto al suo vissuto, le esperienze, e a quello che è il momento di vita”, racconta l’artista. Per seguire la sua performance sarà infatti sufficiente seguire il suo account Instagram dove racconta le tappe del suo viaggio. “Vorrei riportare il social a una dimensione più autentica”, ha affermato. “I social sono comunque sempre un’apparenza, invece io cerco di utilizzarlo come un modo per entrare nelle case delle persone ed entrare in contatto con loro”. Non si tratta però semplicemente di seguire, ma anche della possibilità di partecipare attivamente alla performance, con un’attività di crowdfunding per chiunque voglia sostenere il viaggio e, in qualche modo, camminare insieme all’artista. “Il crowdfunding fa di quest’esperienza solitaria un’opera collettiva. è come se le persone, da lontano, mi dessero ospitalità nei luoghi in cui mi trovo. Questo dà l’idea non solo di essere uniti, ma di esserci e di crederci insieme. In questo senso questa performance è abbastanza utopistica e folle”.

2 anni, 2 settimane e 2 giorni. Ma cosa resterà al termine di tutto questo? Resteranno la testimonianza, la traccia lasciata nel cammino, il viaggio e l’esperienza stessa. “Sicuramente è un lavoro sull’impermanenza, dell’arte e della vita stessa. Siamo sempre abituati a un qualcosa che deve rimanere per sempre, mentre quello che resterà di questo progetto è l’idea che nulla è permanente, ma che l’importante è l’energia che noi abbiamo messo in campo, perché è quella che si moltiplica. Un po’ come i mandala di sabbia, che richiedono ai monaci quattro giorni di lavoro per la loro realizzazione, ma che al termine di questi vengono distrutti, per ricordare proprio l’impermanenza della vita stessa”.

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