Il mistero e la grazia di Nell’impero delle misure di Ateliersi

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“Cosa farò, smisurata, nell’impero / delle misure?”: con questi versi invocanti e scalcianti la voce di Fiorenza Menni chiude il prologo del nuovo concerto scenico di Ateliersi (Nell’impero delle misure è, appunto, il titolo), in scena al Ridotto del Teatro Storchi di Modena fino a domenica prossima 11 dicembre e poi nello spazio del collettivo bolognese dal 17 al 20 gennaio.

E poi, speriamo, in tour.

Dico speriamo per almeno due motivi.

Il primo: perché è un piccolo gioiello di arte compositiva.

Il secondo: perché non spiega.

Che poi questi due aspetti sono ovviamente intrecciati, ma scrivo così per amor di sintesi e chiarezza.

A proposito di sintesi e chiarezza: vi sono almeno tre elementi che, diversamente e sapientemente combinati, sovrapposti e intrecciati, danno luogo a molteplici sfuggenti figure attorno e attraverso la poeta russa Marina Cvetaeva, la cui biografia e la cui scrittura sono motore di questo accadimento.

Elementi composti con cura e maestria da artigiano.

 

 

Il primo: lo spazio scenico, che moltiplica in un rettangolo lungo e schiacciato i centri di azione e attenzione (un pianoforte, una pedana, alcune sedie, un tavolo), con l’aggiunta di un grande terrazzo che consente un affaccio su un al di là evocato ed evocativo.

L’ambiente moltiplicato moltiplica la possibilità del sentire (come non pensare a Yayoi Kusama?), attraverso un’erotizzazione delle superfici che rende esperienza il semplice stare, seduti o stesi: noi guardanti siamo chiamati ad esser parte, per induzione o rispecchiamento, di tale esperienza etimologicamente estetica (dunque sensoriale, dunque conoscitiva).

Il secondo: la scrittura vocalica e musicale (ad opera di Angela Baraldi, Francesca Lico, Vincenzo Scorza e della stessa Fiorenza Menni, anche responsabile della scrittura scenica complessiva).

 

 

Il terzo: i diversi registri linguistici che l’arco drammaturgico tracciato da Andrea Mochi Sismondi compone in un unicum proteiforme ma coeso: le parole che affiorano (versi di Cvetaeva, certo, ma anche frammenti dei suoi taccuini e del suo diario moscovita) sono tessere di un mosaico che lascia intravedere slanci e mancanze, struggimenti e ossessioni (tematiche e linguistiche).

Senza mai definirle, o peggio chiuderle.

Lasciando ai presenti la possibilità di comporre un proprio disegno, di compiere un proprio percorso: secondo un’idea di opera (aperta, direbbe Eco) in cui la fruizione del guardante ne è indispensabile completamento.

 

 

“Siamo tutte così noi Marine”: vien da pensare ai molti ii di Edoardo Sanguineti, osservando Ateliersi triplicare scenicamente Marina Cvetaeva in possibili incarnazioni certo non tese ad esaurire, piuttosto a render manifesta, la complessità di questa poeta.

Una densità linguistica ed esistenziale che il collettivo traduce performativamente in una condizione, prima e più che in azioni.

Poeta è qualcuno che percepisce con cura e con cura traduce in linguaggio il proprio percepire, sembrano sussurrarci le sospensioni, le pause e -espediente scenico minimale ma efficacissimo- il macchinario da elettrocardiogramma che fa diventare segno, dunque scrittura, il battito del cuore dei diversi interpreti.

Ciò non faccia pensare a un continuum soporifero. Tutt’altro: scarti improvvisi di posture, legni lasciati cadere a terra, variazioni di registro vocale o di prospettiva rendono l’articolarsi di questo attraversamento un’esperienza tanto ammaliante quanto -vivaddio – inspiegabile.

O meglio: irriducibile.

 

 

Per sintesi e chiarezza: è teatro di poesia, questo, non teatro che parla di poesia o che usa parole poetiche.

Altro che i recital col leggio di belle voci che dicono belle parole.

Altro che le parafrasi poetiche che alle scuole medie impestavano noi adolescenti e oggi impestano molti palcoscenici in ogni dove.

Dire grazie, almeno.

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