Tra Kurosawa e Tolstoi, tra vita e morte: su Living di Oliver Hermanus

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È un paradosso, ed è un mistero celato nelle pieghe più profonde del nostro ‘pensarci’, il fatto che quasi sempre ci accorgiamo di vivere solo nel momento in cui siamo in prossimità della nostra morte.

Ed è una sensazione, quella appunto di accorgerci di vivere, quasi sempre inaspettatamente dolorosa, sospesa tra la paura della perdita ed una rassegnata condivisione, cui in genere siamo fortunatamente mallevati dal fatto di non conoscere il tempo della nostra morte.

Living, il bel film di Oliver Hermanus, co-produzione anglo/nippo/svedese recentemente uscito nelle sale italiane, affronta questo dolore e inaspettatamente lo scioglie annullando la cesura che ci da sofferenza, la cesura in fondo solo apparente tra la vita e la morte, quasi fossero due cose opposte e contrastanti, e mostrandoci al contrario la continuità in forza della quale la morte è una prosecuzione della vita come la vita è di quella il germoglio improvviso di una primavera che abbiamo desiderato.

Il discrimine tra lo strappo che ferisce e la fusione tra il prima e il dopo, tra il dolore cieco e la compassione, è il senso che la vita ci mostra specchiandosi nella morte. Un senso che, se non l’abbiamo fatto prima, dobbiamo e vogliamo disperatamente conquistarci, come la “grazia” cristiana, anche un attimo prima di lasciare la presa sulla nostra esistenza.

Remake del film di Akira Kurosawa del 1962, ne ripercorre e trasfigura in una brechtianamente alienata Londra dei primi anni cinquanta i temi che, a loro volta, distillavano, in una sorta di estetica depurazione, le infinite suggestioni del racconto di Leone Tolstoi La morte di Ivan Il’ic terminato nel 1886.

 

 

Kurosawa, e dunque anche Hermanus, in un certo senso concentrano il loro sguardo sulla parte finale della narrazione tolstoiana e ce ne danno una interpretazione che supera i confini di una concezione cristiana della vita, in cui la Grazia divina si manifesta nella compassione che induce alla immedesimazione tra gli individui per giungere insieme a risolvere il mistero, recuperando un segno attivo di consapevolezza, un poter fare il ‘bene’ per riscattare, come con le monete che pagano il transito dello Stige, la nostra vita mentre la affidiamo alla morte, ovvero la trasfiguriamo nella nostra morte.

Tornando alla Londra post-bellica il nostro protagonista è un alto funzionario della amministrazione della Contea che scopre di avere un cancro e sei mesi ancora da vivere. Non è il consueto bilancio, già più volte rappresentato nel cinema di ieri e di oggi, quello che il film narra, ciò che colpisce al contrario è la sorpresa del protagonista rispetto ad una vita che credeva solida e che invece perde improvvisamente di valore e di senso.

La morte sorprende sempre per questo, e qui il pensiero del narratore russo emerge prepotente, non per i suoi effetti cioè, ma perché possiamo scoprire di non avere niente da offrirle, niente che anche dopo alimenti la tenue traccia del nostro passato esserci.

Ma, come nel Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, la morte qualche volta ci dà ancora il tempo per farlo. Il grigio funzionario ne approfitterà e riuscirà in qualcosa che, prendendolo per mano come un bambino, lo porterà oltre il confine con la serenità che non si aspettava.

 

 

È un film intenso e profondo, che svela ferite mentre le medica con il balsamo della compassione e del sentimento, del quale spesso ci vergogniamo, come raramente accade nella cinematografia degli ultimi anni (ricordando in questo l’altrettanto bello Still Life di Uberto Pasolini), un film che fa riflettere mostrandoci, oltre ogni tabù, la morte inevitabile ma sempre più culturalmente dimenticata e negata nella frenesia dei nostri giorni senza limiti e senza confini.

Giorni, soprattutto in cui alberga poca o purtroppo nessuna umanità. In fondo abbiamo dimenticato la morte ma insieme ad essa anche la possibile ‘felicità’ della nostra vita, che si alimenta della relazione, empatica e affettiva per quanto più possibile, con l’altro che intercettiamo nel correre della nostra parabola esistenziale.

La fotografia limpidissima illumina i recessi della nostra percezione e dà la giusta tonalità figurativa ad una regia attenta e dal giusto ritmo, che allo stesso fedele recupero di Kurosawa aggiunge nuovi modelli interpretativi e comunicativi.

La recitazione dell’attore protagonista Bill Nighy, in particolare, attenua e modera ogni eccesso espressionistico ritrovando i canoni di una misura naturalistica e di una verosimiglianza di grande qualità drammaturgica, in ciò assecondata dalla prova pregevole del cast in ogni sua diversa articolazione.

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LIVING Regia: Oliver Hermanus Attori: Bill Nighy, Aimee Lou Wood, Alex Sharp, Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris, Michael Cochrane, Zoe Boyle, Lia Williams, Richard Cunningham, Patsy Ferran, John MacKay, Robert Burton Hubele, Anant Varman, Jessica Flood Paese:Gran Bretagna, Giappone, Svezia Durata: 102 min Distribuzione: Circuito Cinema Sceneggiatura: Kazuo Ishiguro Fotografia: Jamie Ramsay Montaggio: Chris Wyatt Musiche: Emilie Levienaise-Farrouch Produzione: British Film Institute, County Hall, Film4, Filmgate Films, Ingenious Media, Ingenious, Kurosawa Production Co., Lipsync Productions, Number 9 Films, Rocket Science

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

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