NEGRITA, IL MIRACOLO ROCK La band di Arezzo conclude a novembre un tour sold out al Vidia di Cesena e si riscopre più giovane che mai

0

Un tour non fa notizia se non fosse organizzato a 5 anni dall’ultimo album di inediti e se non facesse registrare 18 sold out su 19 date con oltre 40mila presenze. Insomma, il rock italiano dei Negrita sembra non spegnersi mai, anche quando non ci sono novità all’orizzonte, anche dopo aver perso, nel corso degli anni, i 2/5 della formazione originaria. Da quei “cinque dottori per curare la peste, cinque tamburi dentro a cinque teste” cantato da Pau e soci molti anni fa in “Ehi Negrita”, infatti, di “dottori” , come li chiamano i fan da quel momento, ne sono rimasti tre, dopo che, prima il batterista Zama – unica quota romagnola del gruppo – ha lasciato molti anni fa, seguito più recentemente dal bassista Franky. Ma lo zoccolo duro, ovvero Pau, Drigo e Mac è rimasto, dotandosi di eccellenti musicisti e infiammando ancora intere generazioni. Perché davanti alla transenna dei Negrita si ritrova un pubblico trasversale. Da coloro che si incontrano ai concerti dagli anni ’90 e si salutano come se fosse passato un giorno fino alle nuove generazioni, in un clima da miracolo laico a dir poco commovente per il bene della musica e di un stile in cui ancora si riconoscono le parole delle canzoni, senza nulla togliere ai recenti movimenti rap, trap e chi più ne ha, più ne metta.

E per tornare i Negrita scelgono i club perché “siamo partiti da lì e lì vogliamo rivedere la nostra gente”, dice un indiavolato Paolo “Pau” Bruni dal palco. E poco importa se sono luoghi piccoli, vetusti, che sembrano usciti dagli anni ’80 e con le pareti che sanno di fumo. Le date vengono raddoppiate perché in poche ore i biglietti sono esauriti, i fan si accalcano alla transenna da cui si può toccare il palco e Pau salta come un ragazzino per due ore e mezza di puro spettacolo, come se i tre “giovanotti” di Arezzo non avessero varcato la soglia dei 50 anni. Drigo, al secolo Enrico Salvi, regala assoli di chitarra da brividi e dimostra ancora una volta l’intesa con l’altro chitarrista Mac, ovvero quel Cesare Petricich con cui è cresciuto, personalmente e professionalmente. E se qualcuno scommetteva che i Negrita non sarebbero tornati a fare musica, magari per concentrarsi su altre carriere, si sbaglia di grosso. Perché se è vero che sia Pau che Drigo hanno dimostrato talenti diversi nell’arte grafica, la musica resta innegabilmente la loro urgenza primaria e la chiusura al Vidia di Cesena, in una doppia data fatta di corpi stipati a saltare, ne è la pura dimostrazione. Perché quando oltre due ore di musica non sembrano bastare ai fan, che cantano vecchi successi come Bambole e Lontani dal Mondo, Hemingway o A modo mio, solo per citarne alcuni, come se fossero stati scritti ieri, qualcosa deve significare e i Negrita restano quei dottori capaci di curare a suon di musica, a dispetto del periodo Covid, dell’alluvione e di tutti i disastri che la vita ci ha riservato negli ultimi anni.