“Di Grazia”, il calvario di infinite donne: usate, sfruttate, violate

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ph Serena Serrani

Come una statuina di un presepe arcaico e marcio, immersa dentro decine di fiammelle che rischiarano senza riscaldare, Roberta Lidia De Stefano incarna, in questa vera e propria seduta spiritica, una donna (una summa, l’essenza di migliaia di donne logorate dalla vita) che non ha voce. Dietro di lei, quasi un muro invalicabile, quello della noncuranza, della vergogna e dell’indifferenza oltre che dell’omertà, formato da cassette di legno per la frutta che ricorda le Torri di Kiefer esposte all’Hangar Pirelli a Milano. In Di Grazia (scritto con Alexandre Roccoli, prod. ERT/Teatro Nazionale) siamo dentro un rito funebre in quest’ambientazione che profuma dell’acre dei Sassi di Matera, tra sabbia, latrati e belati, canti popolari, dialetti aspri, l’agrodolce della Sardegna arcigna, zampogne e cornamuse. Lei è Rosetta ma potrebbe essere una delle migliaia di donne, ad ogni latitudine e in ogni tempo, che ha subito, impossibilitata a reagire e a ribellarsi, prima la famiglia, poi il caporalato nei campi e infine la violenza sessuale.

 

ph Serena Serrani

 

A terra rena scura che ci ingloba nera, che ci porta dentro un’arena da toreri dove la performer (anche stavolta suona, canta, sciorina vari registri, sempre poderosa senza però arrivare alle vette raggiunte con il precedente miracoloso Kassandra) ora è vittima adesso inseguitore, tra nacchere, piroette da flamenco e transumanza. Una donna braccata e senza possibilità di fuga, tra il padre che non le lascia nemmeno una briciola d’eredità alla sua morte, i fratelli che la considerano come una bestia, la fatica infame dei campi e la violenza subita in un clima giustificatorio e di normalità verso il carnefice tra sguardi di sdegno e disprezzo. Il sapore amaro che ci rimane in bocca oscilla tra Mamma Roma e La Ciociara e ci fa sentire (soprattutto noi uomini) ancora più piccoli e miseri e gretti. Si esce con una strana sensazione addosso di disagio, di fango e sudore, di stalla appiccicata alle narici e alle retine, di dolore e impotenza, di rassegnazione e disdegno verso la razza umana.

 

ph Serena Serrani

 

La De Stefano si trasforma in una centaura, metà animalesca e metà donna, ridotta al rango inferiore, marchiata a vita, disgraziata, dichiarata fantasma perché non esiste. La performer malmena il pianoforte scordato in un’azione disturbante che scuote la platea rievocando la brutale aggressione crudele prima di farsi sacerdotessa di questa cerimonia laica miscelando, con feroce ironia, Ancora di Mina, reclamando amore e carezze, Io ti chiedo ancora, di abbracciarmi ancora, di amarmi ancora, Pazzeska di Miss Keta, vuole uno spicchio della mia pesca, frutta fresca, fino a Tintarella di Luna, raggi di luna baciano te al mondo nessuna è candida come te. Di Grazia ci ha ricordato anche l’ignobile pagina delle Marocchinate (ben raccontate nell’omonimo spettacolo anche dal narratore e cantastorie romano Ariele Vincenti) gli stupri di massa durante la Liberazione da parte degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale compiuti dai soldati magrebini nelle campagne laziali. All’uscita siamo scossi, impacciati, scombussolati, come aver ricevuto un pugno nello stomaco, titubanti, traballanti, sconvolti, turbati.

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Sono laureato in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, sono iscritto all'Ordine dei Giornalisti dal 2004 e critico teatrale. Ho scritto, tra gli altri, per i giornali cartacei Il Corriere di Firenze, per il Portale Giovani del Comune di Firenze, per la rivista della Biennale Teatro di Venezia, 2011, 2012, per “Il Fatto Quotidiano” e sul ilfattoquotidiano, per i mensili “Ambasciata Teatrale”, “Lungarno”, per il sito “Words in Freedom”; per “Florence is You”, per la rivista trimestrale “Hystrio”. Parallelamente per i siti internet: succoacido.it, scanner.it, corrierenazionale.it, rumorscena.com, Erodoto 108, recensito.net. Sono nella giuria del Premio Ubu, giurato del Premio Hystrio, membro dell'A.N.C.T., membro di Rete Critica, membro dell'Associazione Teatro Europeo, oltre che giurato per svariati premi e concorsi teatrali italiani e internazionali. Ho pubblicato, con la casa editrice Titivillus, il volume “Mare, Marmo, Memoria” sull'attrice Elisabetta Salvatori. Ho vinto i seguenti premi di critica teatrale: il “Gran Premio Internazionale di critica teatrale Carlos Porto '17”, Festival de Almada, Lisbona, il Premio “Istrice d'Argento '18”, Dramma Popolare San Miniato, il “Premio Città di Montalcino per la Critica d'Arte '19”, il Premio “Chilometri Critici '20”, Teatro delle Sfide di Bientina, il “Premio Carlo Terron '20”, all'interno del “Premio Sipario”, “Festival fare Critica”, Lamezia Terme, il “Premio Scena Critica '20” a cura del sito www.scenacritica.it, il “Premio giornalistico internazionale Campania Terra Felix '20”, sezione “Premio Web Stampa Specializzata”, di Pozzuoli, il Premio Speciale della Giuria al “Premio Casentino '21” sezione “Teatro/Cinema/Critica Cinematografica e Teatrale”, di Poppi, il “Premio Carlos Porto 2020 – Imprensa especializada” a Lisbona. Nel corso di questi anni sono stato invitato in prestigiosi festival internazionali come “Open Look”, San Pietroburgo; “Festival de Almada”, Lisbona; Festival “GIFT”, Tbilisi, Georgia; “Fiams”, Saguenay, Quebec, Canada; “Summerworks”, Toronto, Canada; Teatro Qendra, Pristhina, Kosovo; “International Meetings in Cluj”, Romania; “Mladi Levi”, Lubiana, Slovenia; “Fit Festival”, Lugano, Svizzera; “Mot Festival”, Skopje, Macedonia; “Pierrot Festival”, Stara Zagora, Bulgaria; “Fujairah International Arts festival”, Emirati Arabi Uniti, “Festival Black & White”, Imatra, Finlandia.