Elsa Morante raccontata da Lina Della Rocca e Antonella De Francesco

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Un telo bianco, appeso morbidamente quasi a simulare un’onda del mare, nasconde lo spazio, mentre il proscenio è illuminato da una fioca luce calda. Una figura candida emerge delicata, fino a ergersi in piedi e, accompagnata da dolci note, danza. Ha inizio così Fole – Il soldato e la rosa, spettacolo dedicato alla figura della scrittrice e poetessa Elsa Morante, con la regia di Lina Della Rocca e con protagonista Antonella De Francesco, andato in scena in prima assoluta al Teatro Ridotto il 18 maggio 2024. 

Com’è nato lo spettacolo e l’urgenza di confrontarsi con Elsa Morante? 

Lina Della Rocca: «Lo spettacolo nasce dall’urgenza di Antonella di misurarsi come attrice in una pièce per adulti, dopo tanti anni che con Teatro Ridotto si dedica al teatro ragazzi. è stata lei quindi a propormi Elsa Morante. Io personalmente non conoscevo approfonditamente la sua figura e la sua scrittura, così ho iniziato a studiare: ciò che mi ha subito affascinato è stata la sua vita, che ho interpretato in modo universale come una storia al femminile, di una donna d’altri tempi ma capace di parlare ancora all’oggi. Ho deciso quindi di lavorare in questa direzione, mentre Antonella faceva il suo percorso, fino poi a incontrarci. Per me quello che doveva emergere era la storia di una figlia, che – nonostante la scoperta di avere due padri – si sentiva orfana; ma anche la storia di una sorella di un fratello immaginario: la madre gliene parlava spesso, era mancato da piccolissimo quindi Morante non l’ha mai conosciuto. Questa vicenda mi ha portata a una connessione profonda con la scrittrice, perché ho vissuto qualcosa di simile: anche mia madre perse una figlia e me ne parlava molto, tanto che era come se fosse sempre viva e presente. Volevo poi che emergesse la storia di una moglie di un uomo famoso e più grande di lei, tanto che il loro rapporto si avvicinò spesso a quello tra padre-figlia. Morante inoltre, come molte donne, ha affrontato un aborto ma, a leggere le sue vicende, sembra non averlo mai superato, innamorandosi di giovanissimi uomini dando loro poi una grande protezione. E poi desideravo raccontare l’intensità dell’arte di Morante, una scrittrice e poetessa autodidatta, un altro aspetto in cui mi rispecchio». 

Antonella De Francesco: «Per quanto mi riguarda, Morante è arrivata in un periodo particolare della mia vita, circa due anni fa, quando ho deciso seriamente di voler lottare e impegnarmi per diventare un’attrice a livello professionale e di provare a vivere di questo lavoro. Il primo incontro è avvenuto molti anni fa con la lettura de L’isola di Arturo, il suo romanzo più celebre, con cui ha vinto il Premio Strega nel 1957: è stata la prima donna a ricevere questo riconoscimento. Ricordavo che la sua scrittura mi avesse colpita, ma non quanto fosse intensa, fantasiosa e ricca d’immagini: me ne sono resa conto in questi ultimi anni, con la lettura delle Lettere, delle sue poesie, di altri romanzi. Mentre li leggevo, mi apparivano immagini, sognavo di interpretare i suoi testi, che mi si imprimevano nella mente quasi naturalmente. Il punto d’avvio per pensare alla scena per me è stata la poesia che Morante rivolge a Luchino Visconti, un’altra delle folli relazioni della scrittrice da cui erge tutta la sua passione e intensità».

Il telo si scioglie e scompare, rivelando uno spazio puntellato da varie zone, le cui caratteristiche sono nascoste da altri lenzuoli bianchi che, nel corso dello spettacolo, verranno man mano tolti, svelando la natura degli ambienti e dei tempi abitati da Morante, alludendo ai suoi luoghi, sogni ed emozioni di donna e d’artista. 

L’azione scenica si sviluppa principalmente per immagini, musica, movimento danzato e citazioni. Qual è stato il lavoro registico e drammaturgico?  

Lina: «In generale lavoriamo per immagini. Per me era importante ricreare l’atmosfera dell’epoca non solo sul piano scenografico. Inoltre volevo restituire alcuni momenti intimi, di vita quotidiana: gli elementi scenici quindi ricostruiscono lo spazio fisico del minuscolo appartamento in cui viveva Morante, ma anche le atmosfere. Per esempio le scene del caffè o della sigaretta caratterizzano il personaggio, ma al tempo stesso rimandano a momenti della vita in cui tutti possono riconoscersi. O ancora, i teli bianchi rimandano ai continui traslochi e cambiamenti di Elsa, ma è anche un modo per creare nello spettatore curiosità e meraviglia. Inoltre c’è molta musica, che serve sia a ricostruire il contesto sia a riportare le emozioni». 

Quali sono stati i principali materiali e testi a cui avete fatto riferimento e perché? 

Antonella: «Io inizialmente volevo inserire tantissimi testi, ma a un certo punto era necessario prendere una direzione, riportare un punto di vista e per noi è stato restituire la nostra interpretazione di Elsa Morante calata nella quotidianità. Così, io e Lina abbiamo stilato una lista di nodi fondamentali della sua vita da cui poi abbiamo costruito la drammaturgia scenica. Un libro che in questo senso è stato fondamentale è Diario 1938, pubblicato postumo, in cui Morante riporta tutti i sogni fatti nell’arco dell’anno, mescolandoli con la sua fantasia, sempre presente nei suoi scritti. In questo testo racconta anche dell’amore travagliato con Moravia, che raggiunge l’apice nel 1941 quando le chiederà di sposarla, nel frastuono dei bombardamenti della guerra su Roma. Altro riferimento importante sono state le lettere in L’amata, che ci hanno permesso di capire quali sono state le persone che hanno costellato la sua vita, uno fra tutti Pasolini con cui aveva scambi molto accesi e diretti. Abbiamo inoltre tenuto dei pezzi della poesia Avventura e di Addio, tratte dalla raccolta Alibi»

 

La narrazione si svolge per immagini e azioni fisiche, la protagonista abita lo spazio attraverso movimenti delicati e leggeri. La scena è avvolta da una patina opaca, simile ai sogni, e c’è quasi il sentore di qualcosa di magico incanto. Quest’aura fiabesca, che potrebbe a tratti apparire una restituzione semplicistica della biografia dell’artista, per Lina e Antonella proviene dallo stile e dal linguaggio delle pagine delle poesie e dei romanzi della scrittrice… 

La scena è avvolta in un’atmosfera sognante, dai tratti fanciulleschi, sembra quasi di entrare in una fiaba. A cosa vi siete ispirate? C’è l’intenzione, con questo linguaggio, di rivolgersi a un pubblico di giovanissimi?

Lina: «Credo che la poesia sia la base delle nostre creazioni ed è da qui che siamo partite. Per creare la magia e l’incanto di cui parli, ci siamo lasciate ispirare dalle visioni e dai sogni che Morante sempre riporta e racconta nei suoi testi. Sicuramente c’è un aspetto legato all’infanzia e a una dimensione fanciullesca, come la scena in cui i teli prendono vita: l’intento era restituire lei bambina ma anche alludere al suo spirito. Per quanto riguarda il pubblico, penso che ogni spettacolo possa adattarsi a età diverse; tuttavia in questo caso non abbiamo pensato a una platea di bambini, specie per alcuni temi che emergono, come l’aborto. In realtà ai bambini si può dire tutto, modificando il linguaggio. Nel contesto del debutto non abbiamo pensato di affrontare un dialogo con i bambini e adolescenti, ma non ne escludiamo la possibilità».

Antonella: «Elsa ha cominciato a scrivere per bambini e bambine: il suo primo libro lo scrisse a 12 anni, Le Bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina, pubblicato in una sua prima edizione nel 1942. Poi proseguirà per tutta la vita a creare personaggi fiabeschi, perciò l’atmosfera magica ricostruita nello spettacolo viene dalla sua stessa scrittura. Nella raccolta di racconti Lo scialle andaluso, c’è il testo Il gioco segreto in cui Morante racconta di fratellini che giocano di nascosto nella notte: da qui abbiamo tratto la scena dedicata a lei e il suo fratellino immaginario, per esempio. La scrittura di Elsa Morante è inoltre fortemente autobiografica, anche quando è decontestualizzata, spesso dietro i protagonisti delle sue storie si nasconde lei». 

Il titolo Fole – Il soldato e la rosa, come nasce e a cosa rimanda? 

Lina: «Io cerco sempre titoli che rispecchino quello che il pubblico andrà a vedere, ma che non siano didascalici. Il termine “soldato” lo abbiamo scelto da una definizione che Elsa Morante dà di sé stessa e che i suoi amici confermano, ovvero di essere una soldatessa. La “rosa” invece perché lei era ossessionata da questo fiore e dal colore; inoltre è risaputo che la rosa è simbolo di speranza, a cui Morante sembra essere sempre aggrappata per comprendere la vita e lasciarla scivolare, anche se alla fine capiva senza però lasciare andare nulla». 

Antonella: «Lei si definiva Soldatessa e anche Rosa dalle Fole, dove per “fole” si intende sia immaginazione sia menzogna. Si tratta di un dualismo che l’ha accompagnata per tutta la vita e che ci piaceva mettere in evidenza. E come dice Lina, le rose e il rosa per lei erano come un’ossessione: in una delle ultime interviste, riportate dall’affiatato amico ed estimatore Cesare Garboli, alla domanda “cosa sognerai questa notte?” la scrittrice rispose “certamente anche questa notte sognerò fiori rosa”». 

Lina Della Rocca è stata co-fondatrice insieme a Renzo Filippetti di Teatro Ridotto, realtà nella periferia bolognese nata nel 1983 dedicata alla storica pratica del Terzo Teatro e impegnata in attività e laboratori, oltre che nella produzione di spettacoli. In questo mondo è capitata anche Antonella De Francesco, ormai da anni collaboratrice di Teatro Ridotto, riconoscendosi nel linguaggio della compagnia e in un percorso storico che continua in ogni epoca a rinnovarsi.

Si potrebbe dire che voi, oltre al rapporto regista-attrice, abbiate anche quello di maestra-allieva? Se si, con questo spettacolo sta avvenendo un passaggio di consegne? In che modo? 

Lina: «Antonella è entrata a far parte del gruppo dopo una residenza, ci siamo un po’ annusate e a un certo punto abbiamo scelto di collaborare insieme in uno spettacolo per ragazzi, Il signor aquilone e la nuvola Olga. è stata l’occasione non solo per misurarci lavorativamente, ma anche per mostrare ad Antonella il mio modello di vita e la mia idea relativa a questo mestiere. In questo processo, vedevo che si entusiasmava e si fortificava: l’ho vista lavorare con forza, determinazione e tanta generosità, riconoscendosi in un lavoro di gruppo che è profondamente diverso da quello dell’artista solitario. Certamente quindi c’è stata e c’è una trasmissione, ma questo è anche la base del Terzo Teatro attraverso la pratica dei laboratori. Antonella ora sta per esempio facendo lo stesso con i più giovani che partecipano ai nostri workshop, riportando le pratiche che ha acquisito e che sta facendo sue». 

Antonella: «Io avevo già scelto di specializzarmi sul Terzo Teatro quando avevo incontrato Mario Biagini e Thomas Richards. Ma quando poi ho conosciuto il training di Lina in sala, il suo lavoro con i partecipanti ai suoi laboratori e ho visto i suoi spettacoli, ho sentito che era la dimensione a cui volevo appartenere e l’allenamento fisico e vocale che volevo fare tutti i giorni. Il training che mi sta trasmettendo è una sfida che mi tiene viva, mi stimola e mi fortifica. Sicuramente avrà una trasformazione, come è inevitabile nella trasmissione di ogni pratica, ma resta intatta l’essenza». 

Tornando a Fole, si tratta di un progetto a sé stante o avete in programma altri lavori su questa linea? 

Lina: «Lo spettacolo è concluso, ma ora che ci siamo addentrate in certi temi credo che continueremo ad esplorarli con altri lavori, titoli e percorsi. Io precedentemente sono stata protagonista di una pièce su Sylvia Plath e in qualche modo c’è una connessione. Perciò per me non è affatto un percorso chiuso». 

Antonella: «Nemmeno per me, anzi: questo credo sia soltanto un punto di partenza». 

 

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