hulk hoganHo undici anni e il mio nemico si chiama sapone, la persona che stimo di più è il lottatore di wrestling Hulk Hogan e possiedo un’irrequieta passione per le escursioni in bicicletta tra i campi attorno a casa. Non ho la fionda, ma ho la figurina di Hulk Hogan in tasca, quella in cui si strappa la canottiera gialla sul ring, mandando il pubblico in delirio. Un talismano del genere, piegato in tasca come un santino, protegge anche dai bulli delle classi più grandi, basta crederci.

Sono le quattro di un pomeriggio estivo, fa un caldo maledetto e la mia bicicletta è parcheggiata in garage con una ruota forata. Provo rabbia, delusione, invidia verso mio fratello e la sua BMX giallorossa con le manopole di gomma.

Mio fratello è di un anno più piccolo, ha gli occhiali con la montatura rossa e la mattina fa colazione inzuppando nell’Orzo Bimbo i biscotti pubblicizzati da un malato di mente conosciuto come Mago Galbusera.

Il Mago Galbusera è, per noi bambini della metà degli anni Ottanta, un bizzarro personaggio che impegna più del normale spazio pubblicitario pomeridiano. Appariscente come un ultrà della Roma durante il derby, veste esclusivamente di giallo e rosso e accompagna le nostre fantasie infantili inzuppando biscotti mentre piroetta abilmente su un paio di pattini a rotelle, costringendo il nostro influenzabile pensiero a far comprare alla mamma tutti i tipi di biscotti che promuove.

Il Mago Galbusera non ha lo stesso potere della figurina-santino di Hulk Hogan ma, nelle nostre giovani menti traboccanti di spot pubblicitari, i suoi biscotti possono infondere coraggio e migliorare in abilità e destrezza.

Oggi pomeriggio io e mio fratello andiamo al campetto dietro casa, la missione del giorno è scendere dalla montagnola di fianco ai campi da tennis, quella sabbiosa e polverosa.

Mio fratello mette le mani avanti e propone un accordo prima di litigare: potrò usare la sua BMX giallorossa tutto il pomeriggio a patto che la figurina di Hulk Hogan possa stare per due giorni nelle sue tasche invece che nelle mie.

Ci penso un po’ su, poi accetto a malincuore e gli consegno quel piccolo rettangolo adesivo dal valore magico. Si rivelerà il più grande errore della giornata.

Dalla cima della collinetta sembra quasi di vedere il mare, penso fissando l’orizzonte, in realtà vedo le stesse cose che vedo da giù, dal basso, però con una prospettiva più alta, più esaltante. Penso al Mago Galbusera e ai suoi biscotti, se hanno davvero qualcosa di magico questo è il momento di farlo vedere. Cerco di richiamare il sapore di pastafrolla quasi per provocare un’aurea difensiva contro gli imprevisti, in sostituzione di Hulk Hogan che, accidenti a me, probabilmente se la sta ridendo nelle tasche di mio fratello.

Mi guardo in giro e scelgo la parte di collina da ripercorrere in discesa a tutta birra, piegato su una bicicletta che non ho mai usato in vita mia. Il fatto che la bicicletta sia degli stessi colori dell’appariscente abito di Galbusera mi è di conforto, se i biscotti non funzionano ho comunque la scaramanzia dalla mia parte e per un bambino di undici anni credere nell’impossibile è all’ordine del giorno.

Batto i piedi a terra, mi lecco l’indice e lo alzo al cielo, sento la direzione del vento come un pirata sulla prua della nave.

Ci siamo, dico.

Poi stringo le manopole di gomma e penso ad Hulk Hogan che si strappa la canottiera.

Sono pronto.

Ci sono alcune cose che un bambino dovrebbe sapere, prima di affrontare azioni eroiche a una certa età. Ad esempio che da qui a pochi anni le confezioni di merendine smetteranno di regalare piccole sorprese nascoste in scatole di carta simili a quelle dei fiammiferi. Che durante l’Estate, per noi bambini, sarà normale pranzare con un gelato al biscotto che si chiama Piedone o Cucciolone, con le barzellette a fumetti disegnate sopra. Che L’isola di fuoco diventerà il miglior gioco da tavolo insieme a Brivido e L’allegro chirurgo. Che fare merenda con i Ciocorì non alzerà il rischio di obesità infantile e che dentro ai sacchetti di patatine sarà facile trovare viscide manine di gomma da lanciare e appiccicare al muro.

Ci sono alcune cose, ripeto, che un bambino di questa età dovrebbe sapere. Ad esempio i freni rotti della BMX giallorossa di mio fratello, che una persona, in questo caso io, avrei voluto sapere prima. Prima di lanciarmi a perdifiato tra sassi e margherite, prima di alzare il braccio in segno di vittoria a metà discesa tentando una piroetta che solo Galbusera avrebbe potuto fare, prima del tentativo (vano) di rallentare stringendo i freni ripetutamente. Prima che l’istinto di sopravvivenza legato alla paura di una morte certa mi spingesse a puntare i piedi a terra causando un immediato effetto-catapulta.

Il concretissimo effetto catapulta, vigliacco lui, funziona meglio di qualsiasi superstizione legata a biscotti o lottatori sul ring ed è, naturalmente, immediato. Il cestino dei rifiuti è proprio lì, in fondo alla discesa, è alto e spigoloso quasi quanto me e brilla al sole con tutta la sua ruggine incrostata. La mia giovane fronte si schianta contro l’angolo di quel piccolo bidone in ferro mentre io, rotolando a terra, stiro margherite e cacche di cane fino a fermarmi su un fianco, in fondo alla collinetta, con il volto già rigato di sangue fresco.

Hulk Hogan non avrebbe mosso un labbro. Galbusera avrebbe aggirato l’ostacolo inzuppando frollini nel latte. Io piango come una femminuccia.

Mezz’ora dopo sono al Pronto Soccorso con mamma e papà. Si chiedono il perché di tanto trambusto per un piccolo taglio sulla fronte. Si chiedono perché continui a incolpare un lottatore di wrestling il cui principale hobby è strappare canottiere e lanciarle sul pubblico. Si chiedono come sia potuto succedere, in che modo, perché. Fanno domande da adulti e aspettano risposte da adulti. Montano preoccupazioni che si scontrano con la mia mente impegnata essenzialmente a cavalcare un razzomissile dai circuiti di mille valvole, a chiedersi quanto sia lungo il campo da calcio di Holly e Benji e quanto alta la rete da pallavolo di Mila e Shiro, a cercare di capire perché mia cugina trascorra ore a sfornare dolci immangiabili con il Dolce Forno della Harbert e soprattutto, la mia mente si chiede il perché gli eroi dei cartoni animati, quando utilizzano l’arma micidiale, debbano urlare a squarciagola il nome della suddetta arma poco prima di lanciarsi contro il nemico.

Domande semplici, concrete, fondamentali per chi a undici anni si trova senza il suo santino di Hulk Hogan e senza neanche una briciola dei frollini magici di Galbusera.

Il medico dice che non è niente, basta disinfettare il tutto e mettere un cerotto a farfalla che blocca il sangue e cicatrizza la ferita. In realtà, con tutto quello che ho in testa, questa cosa del cerotto a farfalla non mi rassicura per niente. Penso a mio fratello e alla sua sadica passione nel non avvertire i fratelli maggiori prima di una morte (quasi) certa. Lo immagino seduto in sala d’attesa, mentre muove le gambe avanti e indietro sull’orlo della sedia, la mia figurina di Hulk Hogan in una mano e un biscotto magico nell’altra, con un’aria vagamente serena, quasi soddisfatta, con le briciole dei frollini Galbusera sulla camicetta, ma senza un briciolo di senso di colpa addosso.

Francesco Satanassi, vive a Forlì.  si autodefinisce: “Scrittura, birra e caramelle gommose. ma tutto si riduce al fatto che amo i Clash e odio i Queen”.

Il racconto è tratto dal suo secondo libro autoprodotto “Fatti a metà”. Il suo blog: http://francescosatanassi.tumblr.com/

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