canPartenza vagamente barocca, come a concedersi un pò di quell’ingenuità al rialzo dell’epoca. E invece no, dopo è tutto un decollo. Rarefazioni, sottrazioni, beat ridotti allo scheletro eppure spietati. Un pulsare apolide, da qualche parte fra l’Africa e la Germania alienata del dopoguerra. Mutazioni repentine ma sempre naturali come i passaggi delle stagioni. La melodia che si svela sempre con garbo e poi cede al ritmo ossessivo, così come gli ultimi brandelli di un’epoca romantica cedono il passo, rassegnati, alla way of life ipermotorizzata.

Siamo nel Novecentosettanta, e questa musica suona fresca e innovativa 45 anni dopo, il che la dice lunga sulle teste e i cuori di questi tedeschi. Non il secondo disco dei Can, ma il disco numero due dei Can, ovvero fra il primo e il secondo ufficiali, a raccogliere frammenti di colonne sonore per conto terzi. Sottovalutato, a torto, da diversi fan delle cose più cervellotiche del gruppo. La quantità di intuizioni di questo lavoro dà nuove vertigini a ogni ascolto. Se la storia della musica l’avessero scritta persone appena un filo meno infatuate con i suoni anglosassoni bisognerebbe mettere questo disco fra i primissimi della lista per capire il mondo sonoro a venire.

Traccia simbolo: i 14 minuti e mezzo di Mother Sky di dove sembra di sentire il fantasma di John Cipollina e dei ’60 americani discutere con i Neu!. E, alla fine della discussione, dare ragione a loro.

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