Condizione imprescindibile (e peculiare) dell’essere umana è la narrazione: senza di essa noi non esistiamo, o meglio non abbiamo coscienza della nostra esistenza. Dobbiamo narrare (nelle varie forme che nei millenni siamo stati in grado di sviluppare) di noi, e venire narrati, nonché accogliere e rielaborare la narrazione altrui. Uno dei «luoghi» privilegiati in cui la narrazione si manifesta – e di cui maggiormente sentiamo la necessità – è l’identità, nella sua poliedricità di storie e interpretazioni individuali e collettive.

A fronte dell’impellenza e dell’insopprimibile bisogno di tale narrazione, con la repentina trasfigurazione degli «spazi»  (territoriali, storici, linguistici, di tradizioni più o meno inventate ecc.) avvenuta negli ultimi decenni e, ovviamente, perennemente in atto con una forza propulsiva all’ennesima potenza e inversamente proporzionale alla nostra capacità di comprensione e adattamento, sembra che noi abbiamo smarrito le parole per dire questa narrazione. In sostanza, sembra che siamo incapaci di cogliere e definire in modo abbastanza preciso quanto sta succedendo attorno a noi. La nostra «lingua», i nostri linguaggi sembrano aver perso la capacità di afferrare il senso delle cose, il senso della nostra surrapida, caotica vita quotidiana, diventando nelle loro terminologie vaghi e ambigui.

La lingua – e, dunque, noi bipedi che la pensiamo e la usiamo – non è altro che il correlativo oggettivo del paesaggio trasformato, in cui autostrada, tangenziali, secanti, rotonde e i loro pulviscolari ma densi agglomerati, costituiti da serie infinite di insediamenti «produttivi», logistici, commerciali (gli outlet e gli iper, dove ormai passiamo buona parte della nostra vita, spendendo l’altra in spostamenti) e abitativi (villette, villette con capannone ecc.) hanno sostituito definitivamente le città e le cittadine come le conoscevamo. Queste, coi loro centri storici svuotati di abitanti e svenduti alle banche, «animate» (da quali anime?) saltuariamente e artificialmente dai vari «martedì o mercoledì del cuore», risultano essere ormai la vera periferia dell’indistinta megacittà esplosa sul territorio coi suoi vecchi e nuovi abitanti randagi da una meta all’altra: poco più di musei all’aria aperta, più o meno conservati o lustri, nei casi fortunati a uso e consumo di frettolosi turisti da week-end.

Se in passato al concetto di un luogo ben definito (città, paese, campagna) potevamo illuderci di associare la nostra storia individuale e collettiva e relative manifestazioni, di sentirci in qualche modo «identici» ad esso, di riconoscervi elementi che permettevano il nostro stesso riconoscerci e che magari definivamo come lingua, tradizioni, usanze, costumanze, relazioni umane ecc. proprie, ora tutto questo diventa assolutamente impossibile. Da qui il nostro spaesamento, il nostro spaesaggiamento e la nostra afasia linguistica.

E allora?

Eppure.

Eppure, per noi che alla mega-rotonda sulla Ravegnana che a Forlì ci immette nell’A14 tra parallelepidi, blocchi abitatiti e commerciali, lì dove la campagna è solo un riflesso di erba secca e polverosa, eccoci rimembrare la chiesetta e il sagrato alberoso di Pieve Acquedotto, senza ormai poterla più vedere, intuendola soltanto dal nostro abitacolo dai vetri fumé. Eppure sappiamo, sentiamo che essi sono (ancora) lì, e questo ci conforta.

Come scrive l’urbanista Stefano Boeri, “riconosciamo in un luogo, o meglio «ci» riconosciamo in un luogo quando penetrando fisicamente o mentalmente in uno spazio riusciamo a sentire un riverbero, un’eco ai nostri stati d’animo: e quando questo riverbero torna a noi come se fosse sprigionato al di fuori di noi, dallo spazio stesso, al punto da poter generare un’esperienza condivisa”.

E allora si tratta di riuscire ad abitare questo nostro nuovo luogo spaesaggiato; di accettare di riconoscerci una volta per tutte in esso – perché assieme alle immani forze coercitive esterne indotte da un ben preciso sistema economico, ognuno di noi ha dato un contributo, se non altro adeguandosi passivamente e supinamente, alla sua trasfigurazione – per poi gradualmente tentare di plasmarlo in modo tale che esso possa essere identi-ficato, possa assumere una qualche identità. Perché, comunque, questa, è sempre e ancora fortemente ancorata a una geografia spaziale e a chi ci vive (corre) dentro, in barba a tutta l’immaterialità e virtualità a cui sempre più ci affidiamo: non c’è nulla da fare: un corpo di carne con un Ipad, gli oggetti, una strada hanno un peso specifico.

Ma riconoscere e riconoscere noi stessi in questa nuova geografia, farne una «casa», cioè un luogo di un’esperienza condivisa, significa percepire (se non ancora capire) le infinite semiosi che la abitano: i codici fissi che stanno nella materia delle cose (testimoni di comportamenti passati e stili di vita ancora attivi: la chiesa di Pieve Acquedotto, la mia conversazione dialettale al Bar del Borgo Vecchio di Reda) e i codici nuovi, mobili e plurali che accompagnano le vita erratica delle moltitudini, delle molteplici popolazioni, noi compresi, che vivono temporaneamente o stanzialmente le diverse parti del territorio. Riconoscere questi codici ed entrare in una relazione attiva e propositiva con essi (relazione non indenne da attriti, chiaramente, anzi questi sono incisi nel suo codice genetico), significa connotare un anonimo e stressante «spazio abitato e vissuto» come luogo, vale a dire come entità in cui sentirci a casa nuovamente (in modo nuovo e ancora consapevolmente da ricreare, benché già inconsapevolmente esperito giorno per giorno). Ha sempre ragione TINA: There Is No Alternative: non c’è alternativa a quest’operazione. Qualsiasi tentativo di statica e stantia restaurazione di lingue, culture, tradizioni come si pensa che esse siano state (in realtà erano sempre mutevoli, in perenne trasformazione) è destinato a essere spazzato via dal primo leggerissimo «vent de’ sól».

Bisogna, piuttosto, rimboccarsi le maniche dotando, da un lato, con volontà, uomini e mezzi economici, i codici fissi di una loro precisa riconoscibilità-visibilità (ad esempio, per restare nell’ambito della lingua, adottando immediatamente per il Romagnolo una grafia unificata e il più semplificata possibile e diffondendo i materiali così codificati ad ampio raggio e a tutti i livelli – un discorso fatto ripetutamente); e, dall’altro, metterli in relazione – che è anche competizione – con i pervasivi altri e altrui codici mobili nella trasformazione, senza complessi di inferiorità, ma pure senza retoriche nostalgie per un passato che non ritornerà (se mai è esistito) per immaginare e inventare questo nostro luogo nuovo: perché noi siamo continuo cambiamento, e la nostra vita narra quotidianamente ciò. Tocca alla nostra creatività, alla nostra inventiva peregrinante trovare la (auto)strada verso il luogo nuovo di un’esperienza condivisa, che per comodità possiamo chiamare identità.

Per restare alla nostra porzione di «spazio vissuto», imploso ed esploso, potenzialmente identitario, la narrazione (diciamo pure il mito) di una certa Romagna coi suoi presunti linguaggi ha fatto definitivamente il suo tempo.

È giunto il tempo di una narrazione diversa.giovanni nadiani2

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