freak-4Osservo biciclette futuriste/marinettiane scivolare giù in picchiata da via Mascarella accatastarsi ai muri dei locali, per poi essere legate con catene di acciaio e costrette a giacere inermi. Comitive di ragazzi e ragazze armate dei loro migliori sorrisi si intrattengono nell’ora dell’aperitivo. Il tintinnio dei bicchieri si fonde con il vociare tutto su e giù, provocato dalle differenti gradazioni alcoliche.

 

L’APPUNTAMENTO – Osservo la figura esile tutta ricurva sul telefonino di un uomo che cammina lento, di bassa statura, con le ciabatte, jeans e una maglietta nera che porta la scritta di un nome: Bastogne. È Roberto Freak Antoni. Mi presento: «Salve Freak ricordi? Gagarin la rivista dei cosmonauti… Avevamo appuntamento…».

«Ah, ok… piacere, scusami per il ritardo» risponde e c’è una dolcezza folle nei suoi occhi, simili ad uno specchio di mare dalle parti di Genova, i capelli neri e lisci.

Ci incamminiamo verso la libreria Infomodo e mi sembra di essere in compagnia di Frank Sinatra. Tutti lo conoscono, lo fermano, lo abbracciano. Ma lui guarda sempre per terra. Trova una spilletta scintillante che occhieggia da sotto un bidone e la raccoglie con la premura che userebbe per tenere una pepita d’oro. Guarda in basso, raccoglie una vite arrugginita e mi racconta di un sogno, di una ragazza, una splendida musa dagli occhi neri come la notte che gli inzuppa il cervello di endorfine.

Rispondo che le muse sono dannatamente pericolose ma necessarie.

Entriamo in libreria. Io, Freak, una collezione di oggetti variegata composta da viti, spille, fermacapelli e un sogno sopra il quale morire. Un sogno di 28 anni che appare e rapisce Roberto per un po’. Poi lo lascia.

LA MACCHINA DEL TEMPO: BOLOGNA, 1977 – I divanetti diventano una strana macchina del tempo. Siamo sempre a Bologna, ma l’anno è il 1977. Iniziamo la nostra chiacchierata da una frase che campeggiava sui muri della città in quell’anno: «Affinchè la morte ci trovi vivi e la vita non ci trovi morti», gli chiedo cosa ne pensa oggi, trent’anni dopo.

«Non morire nell’intentato, ecco cosa significa per me quella frase, nella vita bisogna sempre provarci, andare oltre l’apatia… Sarebbe stato tutto molto più semplice: essere il signor nessuno, starmene lì seduto comodamente in divano a marcire, ma quella non è vita… Non per me almeno». Poi Freak si alza e vaglia qualche libro tra le offerte, così cerchiamo qualcosa di bello che costi due euro, intanto ridiamo di Vasco Rossi, canticchiando il suo ultimo singolo (E già), dell’autoreferenzialità priva di sostanza che l’eroe popolare di Zocca incarna. L’Italia che va bene a tutti.

IL SOGNO – Ricompare la bellissima ragazza occhineri. Un velo repentino di malinconia ed eccitazione. Una finestra che si spalanca, che fa entrare il rumore delle onde, poi si richiude. La gioventù. Le responsabilità. Il senso di colpa.

COMPARSE – Esattamente come in un programma della Carrà, da dietro le quinte spuntano amici che entrano nella scena. Arriva un pianista amico di Freak, colui che gli fece scoprire Erik Satie, si parla dell’universalità dell’arte, Trois Gymnopédies risalente al 1888; ci si ferma tutti un attimo. «Io, ci tengo a dirlo, sono uno smanacciatore di pianoforte» sottolinea Freak, con la sua ironia dadaista, e ricorda John Cage e quei suoi minuti di silenzio… magnifici.

La scaletta dell’intervista, diventa qualcosa di lisergico, pura psichedelia.

L’amico pianista ci porta a parlare di Buster Keaton, della sua comicità strepitosa, poi dei Simpson, la serie cartoon più amata da Freak Antoni.

Esce di scena l’amico pianista.

Poi appare un altro amico, di mestiere fa il grafico, cura le copertine dei dischi, hanno lavorato insieme in passato. Freak è amato da tutti, dispensa ironia, umiltà e intelligenza a chiunque gli si avvicini. Quando l’amico, accompagnato da una sua collega, scopre che sono un giornalista, inizia un sincero discorso sulla personalità e l’estro di Freak. Mi pregano di non riportare il contenuto e quindi decido solo di farli uscire di scena così come sono entrati: sorridenti e pieni di stima.

GADGET E SENILITÀ – «Adoro i gadget, mi piacciono alla follia, dicono che sono un ladro di cose inutili, non resisto alla tentazione delle merci, una volta mi hanno sorpreso rubare in un supermarket. Che imbarazzo, ma non ci posso fare niente. Non sono strutturato per invecchiare, non sono attrezzato per la terza età, penso di aver contratto la sindrome di Peter Pan, quelle cose da vecchi non fanno per me».

IL PUNK, LA NOIA – «Per evitare la noia, gli Skiantos volevano fare cose inaccettabili, come Duchamp, decontestualizzare. All’inizio sembrava un progetto da pazzi, in preda al bisogno di originalità, di lì a registrare il nostro primo disco, Inascoltabile, il passo fu breve. Alcuni ci consideravano dei provocatori gratuiti, dicevano che eravamo pazzi da legare, come quando facemmo la Spaghetti performance (successa realmente, con gli Skiantos sul palco che cucinano gli spaghetti e Freak che catechizza la platea: è una performance, non capite, siete un pubblico di merda!, ndr) e gli autonomi ci ricoprirono di sterco. La credibilità per noi, passava attraverso un’onestà di comportamenti. Ricordo Go crazy tratto dal 33 giri dei Dictators, il punk: dire tutto in poco e Bologna nel ’77 era come New York, noi eravamo parte di quel movimento, restando fuori da tutti i giochi politici, eravamo scomodi e non inquadrati».

Ora Freak racconta in piena libertà, parla della Bologna di oggi, impaurita, immobile specchio di questa piccola Italia che soffre di gerontocrazia acuta. «Gli anni di pongo, come li chiamo io, erano duri, violenti ma avevano il profumo delle rivoluzioni. Andrea Pazienza, Enrico Palandri, Tondelli, Celati che è stato mio professore al Dams, erano – come noi – esponenti di un diverso modo di pensare».

Poi appare il sogno e Freak cita D’Annunzio: «Spesso nella vita bisogna buttare il cuore al di là dell’ostacolo». Mi guarda e dice: «La cosa positiva di questa malattia che sto affrontando è che mi ha fatto smettere con la roba». Ridiamo insieme. Si raccomanda che ascolti il nuovo disco della Freak Antoni band Dinamismi Plastici che ha composto in gran parte con Alessandra Mostachova Mostacci e altri splendidi musicisti.

Poi mi abbraccia, ritorna in libreria e lo vedo implorare un’anatrina di plastica.

Esce e mi dice: «Sarà un risotto che vi seppellirà».

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