madonnaVengono chiamati in gergo estrattisti. Sono i restauratori specializzati nel distacco degli affreschi dai muri. Dal ferrarese Antonio Contri, agli imolesi Giacomo e Pellegrino Succi, fino a Ottorino Nonfarmale, il MAR dedica un’ampia retrospettiva alla storia di una tecnica conservativa tutta italiana. Visitabile fino al prossimo 15 giugno, L’incanto dell’affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto da Correggio a Tiepolo porta a compimento, dopo ben sessant’anni, la volontà di uno dei più autorevoli storici dell’arte italiani, Roberto Longhi, che già nel 1957 auspicava di ripercorrere con una mostra la storia del distacco delle pitture murali, una storia che è andata in parallelo con l’evoluzione del gusto, del collezionismo e delle stesse pratiche di restauro.

Tecnica controversa, lo strappo di un affresco pone tuttavia dei problemi etici e di coerenza filologica che solo in parte possono essere giustificati come interventi di natura conservativa. Per di più, spesso le azioni di distacco si sono rivelate dannose e poco rispettose dell’opera stessa e per questo, dopo il grande abuso fatto tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento, oggi si preferisce praticare lo strappo solo in casi strettamente necessari.

In quel periodo incombeva ancora il ricordo dei disastri della Guerra e la preoccupazione che potessero reiterarsi danni irreparabili come quelli subiti dai cicli pittorici di Mantegna a Padova, Tiepolo a Vicenza, Buffalmacco e Benozzo Gozzoli a Pisa. A ciò si aggiunse la necessità di attuare precauzioni per salvare i grandi capolavori in caso di calamità naturali, esigenza particolarmente sentita dopo l’alluvione di Firenze del 1966. Prese quindi avvio la cosiddetta stagione degli stacchi e della caccia alle sinopie, i disegni preparatori che i maestri tre-quattrocenteschi avevano lasciato a modo di traccia sotto gli intonaci. In realtà lo strappo è una tecnica antichissima. Già nell’antica Roma furono messe a punto tecniche per ampliare il bottino di guerra e portare le splendide decorazioni greche nelle case della caput mundi. Vitruvio e Plinio ci raccontano del cosiddetto stacco a massello, una tecnica brutale che prevedeva la rimozione delle opere insieme a tutto l’intonaco e a parte del muro che le ospitava. Tornato in voga nel Rinascimento, il massello raggiunse il suo apice tecnologico nei decenni centrali del XVIII secolo, permettendo il distacco e il trasporto anche di pitture di notevoli dimensioni. La prassi dello strappo prese piede soprattutto in Emilia Romagna, Lombardia e in Veneto. Negli stessi anni, a Roma, Pietro Palmaroli mette a punto la tecnica dello stacco che consentiva di trasportare su tela solo il colore e un sottile strato di intonaco. Vennero in questi anni traslati capolavori come la Maddalena piangente di Ercole de Roberti, oggi conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, il gruppo di angioletti di Melozzo da Forlì appartenente ai Musei Vaticani e La Madonna della Mani ritratta dal Pinturicchio: tutte opere ora presenti in mostra a Ravenna. Ad esse si affiancano lavori di Andrea del Castagno, Bramante, Correggio, Moretto, Giulio Romano, Niccolò dell’Abate, Pellegrino Tibaldi, Veronese, Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino e Guercino, per una mostra dall’alto valore scientifico che ha ottenuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, curata da Claudio Spadoni, direttore scientifico del Mar, e da Luca Ciancabilla, ricercatore del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Bologna.

LEONARDO REGANO

 

Fino al 15 giugno – L’INCANTO DELL’AFFRESCO – Ravenna, Mar, via Di Roma 13 – Info: 0544 482477, mar.ra.it

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here