EXE_custodia-vinile-esternoNon mi é ancora chiaro cosa una faccia di preciso un produttore.

Il produttore esecutivo, quello sì: lui paga. Ma cosa faccia il produttore artistico é un lavoro complicato da spiegare.”Spesso può essere una cosa davvero molto sottile” mi ha detto una volta John Parish.

Non tutti i mestieri te li scegli. Alcuni capitano, e provi a farli meglio che puoi, imparando ogni volta qualcosa. Così ho prodotto, anzi coprodotto, il nuovo disco del Pan del Diavolo.

Loro sono un gruppo che mi piace un sacco. Un gruppo che ha la forza e le idee. Le braccia robuste e il cervello pure robusto, la sfacciataggine e l’eleganza, il sex appeal e la vulnerabilitá, il rock e il roll. Ero già con loro nel disco precedente, e anche in cinquanta concerti dopo l’uscita.

Ma stavolta mi hanno chiesto una cosa diversa. Essere per un po’ il terzo, condividere con loro un pezzo di cammino.

Quando mi hanno proposto il lavoro, FolkRockaBoom era giá un oggetto sonoro compiuto, con una storia ben scritta e uno sviluppo chiaro, e potente. Fissata la storia, abbiamo deciso però insieme il set e il cast. Ovvero abbiamo scelto le geografie e le umanità, i luoghi e le persone, che dovevano abitare ed essere abitate dal disco.

Fra la Romagna e l’Arizona, FolkRockaBoom ha trovato il suo habitat.

Il resto, piccole cose.

Insieme abbiamo organizzato al meglio alcuni capitoli, limato certi spigoli, sottolineato certi momenti. Insieme abbiamo vissuto un mese e mezzo bello e potentissimo. Modigliana, Duna a Russi, Checco a Lido di Dante e Denis pure a Modigliana (con un passaggio anche da Beat, a Villafranca) sono diventati i quartier generali delle operazioni.

La strategia del disco è stata semplice. Farli suonare, registrare, catturare le note ma anche l’intangibile intorno alle note. Aggiungere poco, ma bene.

E poi le due settimane finali fra la polvere del deserto, a Tucson, al Wavelab. Per me l’Arizona è terra santa. Là é nato anche il primo disco di Sacri Cuori, sette anni fa. Portare i ragazzi così “a casa” e così lontano al tempo stesso è stato emozionante, come emozionanti sono sempre i ritorni quando hanno un senso nuovo.

Poi anche il mix è finito, e siamo tornati a casa. Abbiamo salutato il nostro mese e mezzo insieme con un abbraccio di ritorno dall’aeroporto, rapido, da macchina in doppia fila. Da allora non ci siamo più visti e ci siamo sentiti pochissimo.

Fare un disco insieme – forse questa è la morale – é un’esperienza molto intima.

C’é un sacco di cuore, in ballo. Ci si espone molto. Una volta che hai finito il lavoro le cose, i rapporti, le dinamiche non sono più le stesse di prima. Per quanto si voglia mantenere il controllo di tutto fare dischi così intimi e intensi significa bruciare molto rapidi, giocare vicini al limite, vicini all’Anima. Guidare e farsi guidare, lasciarsi andare e mantenere il controllo, dare e prendere, darsi e prendersi.

E come per ogni passione bruciante arriva il punto in cui c’è da gestire un dopo, quando ci si saluta, e ognuno prosegue per la sua strada.

Saremo io e te, e il diavolo tre.

Loro. Io. Il disco.

Folk, Rock, Boom.

Buon ascolto.

 

RADIOGRAFIA EMOTIVA DEL DISCO

Traccia 1 – FolkRockaBoom

Liberare l’energia, a cavallo dei trent’anni. Capire che farne. Che é energia altrettanto forte, ma non più uguale quella dei vent’anni, dell’universitá fuori corso e delle casse in quattro tirate all’osso. Ha una sfumatura scura, come i corvi in copertina, e un riff che batte meno al centro del petto ma ti si attorciglia alle budella. Energia con un senso di responsabilitá, e con la consapevolezza che nulla é per sempre. A volte, capita.

Note Personali (NP d’ora in poi): qua io non ho suonato niente, ché come spingono loro in due non spinge nessuno. Forse qualche percussione di Diego e Denis, non sono sicuro. Un sacco di belle chitarre vecchie in mano ai ragazzi, le hanno fatte suonare bene.

 

Traccia 2 – Mediterraneo

Fondamentalmente tutti vogliono una fetta di sud. Loro se la riprendono, che gli spetta di diritto e di nascita. Groove rimbalzato avvolgente da meridione dell’anima permanente, le parole di Ale che sono giá una specie di inno. Rotola giá qualche testa. Pestano e rimbalzano, pestano scivolano e rimbalzano. Fuori dal canone Pan del Diavolo, forse, ma dritto all’obiettivo, e lucidissimo.

NP: qua ho messo giù la linea di basso, con un vecchio synth, e ho diverse responsabilitá sul groove elastico del pezzo, suonato da multiple percussioni, e sull’arrangiamento generale. Se vi pare troppo pop, arrabbiatevi con me.

 

Traccia 3 – Vivere fuggendo

Crescere e non trovarsi, ma pazienza. Amici riuniti in pizzerie dell’anima, così diversi dalle promesse che si erano fatti qualche anno prima. Il tutto steso su una melodia che fa stare bene, perché in fondo non é colpa di nessuno, nessuno é spina e nessuno é rosa. Uno dei pezzi più luminosi dei Diavoli, nella sua dolce rassegnazione.

NP: Checco fornisce un’invidiabile ossatura di contrabbasso. Craig ci ha dato dentro con l’eco a nastro. Io ho intorbido i bassifondi per contrastare l’armonia limpida. Ho suonato il bass six, anzi due, e il mellotron.

 

Traccia 4 – Il meglio

Esisteva giá, in forma più elaborata, per un Sanremo mancato. Qui siamo tornati all’ossatura, e a una melodia che invita solo a cantare in coro. Cassa in quattro, come una volta, poi un bridge da enciclopedia del rock classico e un finale che mi fa venire in mente Kashmir, senza un vero motivo.

NP: qui non ho fatto assolutamente niente. Franco Beat Naddei ha suonato il mellotron dentro il synth, ed é bello delirare insieme a lui.

 

Traccia 5 – Cattive Idee

Ale alle prese con un modello molto settantoso, quasi battistiano, ne esce ad altezze veramente impressionanti, e suona anche benissimo le chitarre elettriche. Gianlu é al solito una macchina da ritmo all’acustica. Un pezzo con cui chi voglia scrivere una ballata scura dopo il 2014 dovrá fare i conti. Il tempo passa, e questa canzone invece resta.

NP: Qui era tutto in equilibrio giá dai provini. Io ho suonato alcune tastierine malaticce, e lavorato sul background – se ben ricordo – anche con delle linee di flicorni di Denis. Gianlu ha fatto una parte con uno strumento indiano che aveva una nota sola in tonalitá. Abbiamo tenuto la singola nota, e così sembra l’armonica distorta in Spirit of Eden dei Talk Talk.

 

Traccia 6 – Io mi Do

Il pezzo che secondo me doveva aprire il disco. Semplicissimo e spietato come un inno nazionale ben riuscito. Per me questo pezzo E’ Ale. Lui si dá, e lo fa come pochi altri. Gianlu fa cambiare marcia al pezzo con un riff buono alla prima, tanto storto quando illuminato. Poi ricama tutto intorno. E a me vengono i brividi ogni volta.

NP: Qui si é molto lavorato con Duna sui suoni delle loro chitarre, fatti passare per una pluralitá di diversi amplificatori, leslie, filtri. Io ho suonato la slide, e lavorato un pò sul groove. Craig ha aggiunto una linea sottomarina di basso synth e optato per un mix “esploso”, come il cubo di Carlo Zauli di fronte alla stazione di Faenza.

 

Traccia 7 – I peggiori

I Diavoli fra Celentano e l’Arizona, fra il 2014 e i tardi ‘60. Country siculo tex mex. Parole molto appuntite, di colpa e redenzione, di un rapporto in cui qualcosa non é andato per il verso giusto. Un pezzo in minore, non certo allegro ma sicuramente cavalcante e assai liberatorio. Le due acustiche dei ragazzi filano sempre come un treno per Yuma, o forse per Messina. Questo é l’Amore.

NP: Qua ho suonato una chitarra elettrica subliminale e mosso il groove, insieme al valente Denis e alle percussioni dei ragazzi. Ho anche suonato un mellotron minaccioso, ai piani inferiori del pezzo, per scuotere un pò le retrovie.

 

Traccia 8 – Un classico

Se non é la ballata più catartica che ho sentito negli ultimi tre lustri di musica italiana, ci andiamo molto vicini. Begli accordi, armonia epica senza essere mai scontata, un riff di Gianluca che merita almeno un “nobel alla sintesi pop”, un crescendo emotivo magistrale. É un classico, ed é solo vostro.

NP: ho suonato un mellotron, qualche nota di pianoforte, una slide che prova ad affondare nella carne viva del brano, con la dovuta delicatezza.

 

Traccia 9 – Nessuna Certezza

Un gospel dell’indecisione, senza divinitá a cui dedicare il canto, senza un coro con cui cantarlo, senza luci in fondo al tunnel. Un riff su un groove d’ossa e di macchine da lavoro. Dobro e percussioni, i sacricuori Checco al contrabbasso e Diego ad altre percussioni, e pochissimo altro.

NP: E’ un pezzo del cui arrangiamento – confesso – sono molto orgoglioso. Lo hanno provato in diverse salse, ma poi hanno seguito la linea minimale suggerita dall’anziano coproduttore. Credo di avere suonato delle percussioni, una tastiera poco utilizzata nel mix finale e una slide borbottante. Gianlu suona un bellissimo dobro prestatoci dal fratello Roberto Zamagna, alias il Malfattore.

 

Traccia 10 – A Mezzanotte

Pan del Diavolo-classic, un riff che ne cita almeno altri due del repertorio, e che mostra i debiti segreti dei diavoletti con certe classicitá dei ’90. Suoni di chitarra spaventosi, ritornello trance tribale con una melodia che parte storta, quasi sbagliata, e levita una volta dentro la pancia. Come Alien. Come un’euforia da sabato sera d’altri tempi.

NP: credo di avere suonato una o due delle centomila chitarre di cui si compone il pezzo. Se ben ricordo ho un buon grado di paternitá anche sul riff spigoloso di elettrica, che però ha suonato Gianlu con la meravigliosa telecaster di Checco.

 

Traccia 12 – Il Domani

Come da pensiero stupendo dei ragazzi: Sacri Cuori al completo, o quasi, in un’opera di sottrazione e depistaggio dell’enfasi italica sull’archetipo della ballad d’amore. Missione compiuta: Ale dice parole semplici dal doppio o triplo fondo, Gianlu carezza con un placido frinire d’acustica, l’organo entra giusto che manco Al Kooper. A un certo punto pare quasi di sentire cori femminili, ma é solo la slide che si eccita.

NP: Ho suonato svariate chitarre e bass six, Checco il basso e Diego batteria e kalimba.

C’é anche un pezzo strumentale, Traccia 11 – Aradia, dal quale – per motivi non del tutto chiari neppure a me stesso – ho cercato di svicolare sin dal giorno uno, e su cui non ho particolari opinioni né meriti né responsabilitá. Mi pare giri comunque bene, anche se omettere l’intro con i rumori mercato di Palermo gli ha tolto un po’ di quel contesto spaesante, come di Primal Scream versione Bollywood.

ANTONIO GRAMENTIERI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here