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Come sa sorprendere, spiazzare e stupire Tex Perkins posso garantire che sono capaci di farlo in pochi – in trenta e passa anni di carriera gli abbiamo visto fare di tutto – cambiare pelle, band, stili, reinventarsi come solo i grandi animali del palcoscenico sanno fare. Assaporato il successo per lo meno nelle sue lande australiane con i Beasts Of Bourbon e sopratutto i Cruel Sea – ovvio che comunque, artisticamente, il suo apice siano i BOB – le variazioni sul tema sono state tante fra spettacoli dedicati a Lee Hazlewood e Johnny Cash, una carriera solo che si è mossa fra seguire il solco del suo antico amico Nick Cave e rivisitazioni country-folk. Fra i tanti percorsi paralleli, i Dark Horses sono in piedi da quindici anni e con Tunnel At The End Of The Light giungono al quinto disco – tutti di gran livello, ma quest’ultimo è davvero un lavoro con una marcia in più.

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Tex e il fido Charlie Owen, da tempo immemore accanto al leader nel trio Tex Don & Charlie e come sideman sia nei Beasts sia nei Cruel Sea, costruiscono una saga western-Pink Floyd nei deserti australiani – e non sembri assurdo. Per larghissimi tratti Tunnel At The End Of The Light è chiaramente in debito con i Pink Floyd, quelli meno scontati e più affascinanti capaci di veri pezzi di storia del rock come Meddle (1971) e di Echoes – specie grazie al larghissimo uso di tastiere moog e alle chitarre sciolte e scorrevoli che cuciono le visioni di Tex con i colori psichedelico-onirico-pastellati di quei Floyd a dir poco magici di qualche decennio fa. E il mood è stabilito fin del primo pezzo, Oh Lucky Me, con Perkins che racconta di un viaggio che inizia al termine del giorno per arrivare alla fine della notte dove di viaggio ne inizia un’altro – praticamente una circolarità dove paure e tremori mortali si sovrappongono alla certezza che il mito sopravviverà.

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La bellezza di Tunnel At The End Of The Light sta nell’aurea di rituale che pervade le nove canzoni, dove l’atmosfera obliqua è l’esatto contrario di molta della contagiosa gagliarda cui ci ha abituato Tex Perkins negli anni – l’ex ragazzo Bestia del Bourbon è un bell’omome sui cinquant’anni, con anche qualche languido pensiero dolente, come se fosse uno di quei personaggi solitari di un film di Sam Peckinpah, tipo Cable Hougue oppure Junior Bonner. Una combinazione che lascia il giusto di una grande esperienza d’ascolto, capace di grandi momenti come Slide On By, otto minuti di vera sequenza western dove Ennio Morricone incontra David Gilmour e senza discussione capolavoro del disco, come il medley Un Sound/Last Word, space rock cosmico dai tratti lisergici, e sorpesa-sorpresa come They Shoot Horses, Don’t They?, cover di un vecchio successo soft rock secondi anni Settanta dei gallesi Racing Cars, ispirato a un grande film del 1969 di Sydney Pollack dello stesso titolo con Jane Fonda protagonista, che chissà come-chissà perché Tex & Co se lo sono ricordato – sappiamo solo che in Tunnel At The End Of The Light ci sta benissimo.

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Nell’attesa che Tex Perkins & The Dark Horses giungano in Europa si dice fra qualche mese, comprese fermate italiane, ci preme stabilire che da queste parti di album così belli nel 2015 se ne sono sentiti pochi – che Tex faccia sempre cose di grande livello è la regola, solo che qui ha alzato la posta alla grande facendo davvero saltare il banco! Tutti senza paura dentro il Tunnel, forza…

CICO CASARTELLI

TEX PERKINS & THE DARK HORSES – Tunnel At The End Of The Light (Dark Horse Records/Inertia)

Tex Perkins 2015

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