foto Cristina De Maria
foto Cristina De Maria
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Era il 1976 quando, per esigenza di immedesimazione nel personaggio – il paleontologo del remake di King Kong – di uno dei suoi film, Jeff Bridges riscoprì la passione per la fotografia, coltivata durante l’adolescenza e poi, negli anni successivi, messa un po’ da parte seppur mai abbandonata del tutto. L’attore, tra l’altro, trovò una fedele compagna “di clic” nella Widelux, una fotocamera panoramica, costruita in Giappone (la produzione è terminata 15 anni fa), dall’otturatore a scatto ritardato e caricabile con pellicola simile a quella utilizzata per le riprese cinematografiche. «La Widelux è un’amante volubile», ha spiegato Bridges. «Il suo mirino non è preciso e non è prevista una messa a fuoco manuale, quindi decide per conto suo. È capricciosa. Mi piace: questa mancanza di perfezione rende le cose più autentiche. È una dimensione a cui aspiro in tutto il mio lavoro». Altra caratteristica della Widelux è quella di poter raddoppiare l’esposizione, catturando così lo stesso soggetto in due pose differenti all’interno della stessa immagine: l’attore si è avvalso di questa opportunità in una serie di scatti duplici, intitolata «Comoedia/Tragoedia», dove i suoi compagni di set (tra essi, i compianti Robin Williams e Philip Seymour Hoffman) sono stati immortalati in una successione di piani medi a due lati, da una parte con un’espressione buffa o sorridente, dall’altra con una mimica riflessiva o corrucciata.

foto Cristina De Maria
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Queste e altre fotografie, per le quali Bridges ha vinto, due anni fa, il premio Infinity attribuito dal Centro Internazionale della Fotografia di New York, sono oggi visibili nella mostra Jeff Bridges – Photographs: LEBOWSKI & Other BIG Shots!, allestita presso i locali della bolognese ONO Arte Contemporanea e composta da 60 immagini in diversi formati. Benché l’artista abbia in più occasioni dichiarato di essere stanco della continua identificazione con Jeffrey “Dude” Lebowski, l’oppiaceo scansafatiche protagonista di quel Grande Lebowski (The Big Lebowski, 1998) baciato dal successo come mai prima o dopo nella carriera dei suoi artefici, i fratelli Ethan e Joel Coen, l’intera mostra, e la grande maggioranza delle fotografie in essa contenute, rimandano inevitabilmente alla stralunata emarginazione del personaggio, raccontando in toni sospesi, divertiti, a volte rassegnati e a volte infantili, le scenografie, gli scorci, i volti, gli sfondi e luci di un’America ormai vivida e reale soltanto nel contesto di un set cinematografico. Anzi, spesso è proprio il punto di vista dello stesso Bridges, impegnato a riprendere il regista Ethan Coen mentre, pianificando una scena del citato Lebowski, abbraccia un w.c., o attento a immortalare se stesso (in una pausa di lavorazione del Grinta [True Grit, 2010]) nel quadro di un autoscatto dove, in lontananza, s’intravede la sagoma di un anonimo impiccato, a infrangere la barriera tra la foto di posa, o racconto del set, e il diario personale, o racconto quotidiano, innescando così un agrodolce cortocircuito tra la magniloquenza di luoghi e attrezzature delle riprese e l’osservazione minima, scanzonata e perciò immune alla retorica di un «marziano» intento a registrare le stranezze occorrenti sul fondale scenico. Americano purissimo, Bridges tratta i suoi personaggi con umanità, cerca padri e figli, e basta guardare, per rendersene conto, con quale sfumatura di malinconia ritragga il padre Lloyd e il fratello Beau, entrambi attori, il primo nella scenografia del coppoliano Tucker (Tucker: The Man And His Dream, 1988), il secondo davanti allo specchio di scena dei Favolosi Baker (The Fabulous Baker Boys; Steve Kloves, 1989).

foto Cristina De Maria
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Testimonianza di paternità artistica, o affetto filiale, sono anche i due scatti più belli e sentiti dell’intera mostra (disposta su tre piani): uno, situato all’altezza della zona bar della galleria, incornicia Sam Elliott e Bridges, «The stranger & the Dude», il narratore e il protagonista di Lebowski, al bancone di un bar; un altro, sottolineato da una didascalia della calligrafia di Bridges stampata sul muro, mostra Lloyd Catlett, fedele stand-in dell’attore (la controfigura di quarant’anni d’attività), nell’atto di agganciarsi a una protezione. In tutte e due le immagini c’è, inequivocabile, la cifra più intima e al tempo stesso significativa dell’intera esposizione, ossia la capacità, da parte di queste foto organizzate come filtro della memoria, di restituire il senso di una vita, di un impegno personale, di un esercizio professionale sempre concentrati sulla manutenzione amorevole, e dove possibile anticonformista, dei miti americani dello spazio, della natura incontaminata, delle metropoli dalle vedute piene di contrasti, dei cowboy e dei loser refrattari al sistema in ragione dell’innato senso morale. Non troverete, nelle immagini in mostra, inquadrature violente o drastici interventi di post-produzione, ma un equilibrio dei rapporti prospettici volutamente imperfetto e figure plastiche (fate attenzione a John Turturro sulla pista da bowling o a Bridges medesimo durante il trucco di Wild Bill [1995]) in cui la ricerca formale acquista valore proprio perché in apparenza trascurata. In realtà, nella spontaneità dell’occhio di Jeff Bridges, nello sgorgare di scatti dalle sembianze naturaliste, c’è tutta lo stile che ne caratterizza l’attività – la recitazione nei film, la scrittura e l’esecuzione delle canzoni, la lavorazione delle fotografie: un oscillare continuo tra mestiere e immediatezza, un gioco sempiterno, e lebowskiano, tra professionismo e impeto amatoriale da contrapporre, con un sorriso sulle labbra, all’insensatezza del mondo. Nella libreria della ONO sono disponibili, infine, non solo il catalogo della mostra (con una bella nota introduttiva di Peter Bodganovich), ma anche delle magliette, disegnate da Bridges, il cui ricavato verrà devoluto alla T.I.C.A., organizzazione che promuove sistemi di educazione specifica per bambini e adolescenti affetti da deficit di attenzione. Motivo in più per non mancare e, tra una cornice e l’altra, riflettere sul fascino discreto, nonché inaspettato, di un fotografo (non) per caso cui l’atto di «pensare per immagini», senza peraltro far leva sul proprio status di icona, anzi (semmai, al contrario, demistificandosi di continuo), riesce facile come respirare, recitare o accendersi una meritata canna.

Gianfranco Callieri

 

JEFF BRIDGES – PHOTOGRAPHS: LEBOWSKI & OTHER BIG SHOTS!

ONO Arte Contemporanea – Via Santa Margherita, 10 – 40123, Bologna (BO)

info: 051.262465 – www.onoarte.comvittoria@onoarte.com

fino al 15 novembre, tutti i giorni tranne il lunedì

da martedì a giovedì, 10:00 – 13:00 e 15:00 – 20:00

venerdì e sabato, 10:00 – 13:00 e 15:00 – 21:00

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