Alberto Alessi, owner of kitchenware firm Alessi, with giant mock-up of lemon squeezer

Lo spremiagrumi di Phillipe Starck, il bollitore di Michael Graves, la caffettiera espresso La Cupola di Aldo Rossi: nessuna azienda italiana, nel settore dei casalinghi, è riuscita a mettere in fila così tanti best seller. Alberto Alessi rappresenta il design italiano. La sua intuizione è stata quella di regalare sogni attraverso una caffettiera.

Una storia che va di pari passo con quella della famiglia Alessi e del forte legame con il suo territorio. Fondata nel 1921 a Omegna, in Piemonte, sulle rive del Lago di Orta, da lì non si è più spostata. Neanche nel picco della crisi. Nel maggio del 2013, in un momento di forte contrazione delle commesse, invece di chiedere la cassa integrazione per i suoi operai, Alessi ha deciso di mettere a disposizione per sei mesi 280 dei suoi dipendenti al Comune di Omegna per lavori socialmente utili. Una scelta rivoluzionaria, in assoluta controtendenza alla maggior parte delle aziende che per massimizzare i profitti fingono crisi e licenziamenti e casse integrazioni per delocalizzare la produzione in Paesi con manodopera a basso costo.

È un’imprenditoria illuminata quella che crede che la salute della propria azienda combaci con quella del territorio in cui è inserita. «Come imprenditore ho un ruolo importante sia a livello sociale che culturale. Me lo disse per la prima volta Ettore Sottsass nel 1972 – racconta Alberto Alessi – Il ruolo sociale di un’impresa sta innanzitutto nel fare impresa in sé e nella ricaduta che questo ha sul contesto. Svolgere con cura la propria attività: produrre valore economico, creare prodotti che fanno bene alla gente, valorizzare il lavoro delle persone».

Lo capiamo subito, fin dal primo saluto, che Alessi è un animo nobile. Come tutti i grandi non fa differenza fra gli interlocutori e poco gli importa che Gagarin sia una piccola rivista curata da un gruppo di sognatori incalliti e non un grande magazine internazionale. La Romagna gli ha assegnato da poco il Premio Artusi 2015 e dedicato una mostra a Forlimpopoli che raccontava la storia dei suoi prodotti. «Ho conosciuto Ettore Sottsass nel 1971. Era famoso per il suo lavoro fatto con Olivetti. Ho chiesto di presentarmelo. Un anno dopo abbiamo cominciato a lavorare insieme. Ettore è uno dei due o tre autori che hanno collaborato con me che hanno cambiato il mio modo di pensare. Con lui discutevamo di tematiche legate al design, di arte, di cultura, di ruolo dell’industria nella società».

Come è cambiato il ruolo dell’imprenditore? «Al momento nell’industria il marketing ha un ruolo troppo importante. Che è importante, certo. Ma per un’impresa che lavora con il design, che è pur sempre una disciplina artistica, è forse più importante porre l’attenzione sulla parte creativa, artigianale e di innovazione».

Alessi è leader nel mondo del design dagli anni Settanta. Come è cambiato il design da allora? «Io individuo quattro fasi. Gli anni Settanta, forse l’ultimo vero bel design italiano: quello freddo ed elegante che possiamo identificare con Gae Aulenti. Allora il design era d’elite, per pochi. Poi arrivano gli anni Ottanta connaturati con quella corrente che è stata chiamata postmodernità: Aldo Rossi per intenderci. In quegli anni il design si è aperto ad una fascia di popolazione più ampia. Fenomeno dovuto al miglioramento delle condizioni economiche della classe media. Sono stati gli anni in cui l’Italia ha avuto un ruolo trainante nella creazione del gusto per il design. In Francia e in Germania il design era un fenomeno assolutamente marginale. Allora erano gli architetti per lo più a progettare le forme. Gli anni Novanta sono invece gli anni del linguaggio ludico. C’è stata una esplosione di giovani designer che sperimentano nuovi materiali. E infine gli anni Duemila sono contraddistinti da un gran eclettismo, dove convivono approcci progettuali agli antipodi fra loro. Una volta i designer si contavano sulle dita di una mano, ora c’è moltissima proposta. La qualità in generale del design è salita molto, ma c’è anche tanta spazzatura».

Ma cosa non le piace di questo mondo? «L’ho detto anche prima: il design commerciale. L’approccio è lo stesso delle tv commerciali. Si progetta solo dopo avere fatto ricerche di mercato pensando già a quanto si vende e al potenziale acquirente. Questo approccio porta ad una produzione che è di una qualità mediamente più alta del passato, ma che uccide però l’eccellenza. Invece l’Italia nella storia ha sempre primeggiato per la qualità. Dal Dopoguerra in avanti è stata la culla del design in tutto il mondo. Io mi fido soprattutto del mio fiuto».

Quali sono stati i suoi autori preferiti? «Ogni anno ho lavorato con almeno un centinaio di architetti e designer. Non riesco ad identificarne uno solo, ma piuttosto una decina. Ettore Sottsass, Richard Sapper, Achille Castiglioni, Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Philippe Starck, Jasper Morrison e Stefano Giovannardi».

E nel Duemila? «Non saprei. Sto ancora cercando di capire cosa sta succedendo…».

Ma nel design quanto la tecnica influenza la forma? Ci sono stati progetti che non è riuscito a realizzare per limiti di fattibilità? «Ogni anno mi sottopongono tantissimi progetti irrealizzabili. Ma a mio avviso il designer non si deve assolutamente preoccupare degli aspetti della tecnologia. A quello pensa l’azienda. Il designer ha il compito di essere poetico e più si preoccupa della tecnica più perde in poesia. Anche se poi dipende dai designer. Un Aldo Rossi, per esempio non faceva altro che portarci dei bozzetti su carta. Una volta portò uno schizzo con un cilindro, un cappello e un manico, quella che poi diventerà la sua caffettiera. Ricordo che il mio tecnico chiese: ‘Ma come faccio ad attaccare il manico?’ e Rossi rispose: ‘Ma non è lei il tecnico?’. Invece Sapper, più vicino alla scuola di Ulm, portava dei progetti disegnati nei minimi dettagli che comunque erano difficilissimi da realizzare. Lui spesso litigava con il direttore tecnico perché finiva per interferire con il suo mestiere. Non esiste una regola».

Quindi per lei è più importante la funzione o la forma? «A mio parere una vera opera di design deve far muovere le persone, trasmettere emozioni, riportare alla mente ricordi, sorprendere, andare controcorrente».

Ho visto che l’azienda si sta rinnovando, non progetta solo casalinghi, ma anche complementi di arredo e lampade. Il settore è in crisi? «Ora tutto il settore del design è in crisi. Anche se la qualità media del design si è elevata. Negli anni Novanta abbiamo lavorato moltissimo con la classe media. Ora che questa classe sta scomparendo, dobbiamo rivolgerci a fasce più alte. Nel futuro forse assomiglieremo sempre di più a un laboratorio di arti applicate. Insomma l’industria tornerà un po’ alle sue origini: a quelle delle arts and craft».

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