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Bocca larga con labbra carnose, occhi sgranati, fularini al vento, fisico da stallone italoamericano – sì è proprio lui, è Steven Tyler, la voce degli Aerosmith che con We’re All Somebody From Somewhere regala il suo primo album solista dopo decenni passati con la sua band a cantare di Toys In The Attic, di Walk This Way, di Mama Kin, di Sweet Emotion e di iper irritanti I Don’t Want To Miss A Thing. E per l’evento combina un bello scherzetto: addirittura, lui che più bostoniano di così muore, un disco country con tocchi southern e funky, nientemeno che (quasi tutto) prodotto da T-Bone Burnett, uno che lo chiamano in automatico quanto una grande star vuole fare il classico “ritorno alle radici” – vedi, fra i tanti, Elton John, John Mellencamp, Gregg Allman, Roy Orbison e soprattutto Robert Plant.

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Steven Tyler, T-Bone Burnett e un paio di musicisti coinvolti in We're All Somebody From Somewhere...
Steven Tyler, T-Bone Burnett e un paio di musicisti coinvolti in We’re All Somebody From Somewhere…

Già, appunto, Robert Plant: una volta Tyler, fra il serio e il divertito, disse che gli Aerosmith per diventare il gruppo di fama che sono poi diventati semplicemente suonarono anche in tutte le città le quali i Led Zeppelin non mettevano in itinerario. Quindi ha senso che il disco del cantante della versione yankee-Disneyland del Dirigibile (nonché degli Stones), sia fondamentalmente nel solco del lavoro fatto da Plant con alla consolle Burnett in Rising Sand (2007), il pluricelebrato album in coppia con Alison Krauss. Anche se, diciamolo subito, rispetto al disco di Percy Plant, se vogliamo ragionare per scale di valori, siamo nettamente a un livello più basso – ma non basso tout court, anzi.

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Quello che piace di We’re All Somebody From Somewhere è l’atmosfera fumettistica, kitsch, stipata di stereotipi – insomma, è tutto carichissimo, è AeroCountrySmith pompato in palestra ma che pure ha certamente molto più stile di qualsiasi Kid Rock che circola impuntito fra etere e fibre ottiche. Tolti di mezzo i momenti di grana grossa tipo Love Is Your Name (gli uho-uho e gli yeah-yeah non si contano), Hold On (Wont Let Go) che potrebbe stare in uno qualunque dei tutti uguali album-nandrolone degli Aerosmith anni Ottanta/Novanta o il muscoloso patriottismo di Red, White & You (con il prescindibile verso «And you can kiss my ass, can’t help but say, it’s good to be born in the USA»), We’re All Somebody From Somewhere regala del buon good time, di quello che si può sparare a tutto volume in macchina quando si devono fare quei cinquanta minuti dove se proprio non viene in mente di meglio da metter su, eccolo pronto: Steven Tyler. Qui tutto è giocato per cliché, tipo in Sweet Louisiana non manca una fisarmonica molto cajun, in The Good, The Bad, The Ugly And Me il tono è tanto western con una slide affetta aria, in It Ain’t Easy il violino (pardon, il fiddle) è al gusto di boschi sperduti e in Somebody New si sguazza nelle chitarre steel e nei mandolini che è un piacere.

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In chiusura, menzione per le due cover messe lì a tener su il morale: una è Janie’s Got A Gun proprio degli Aerosmith, che spoglia della patina videoclip che aveva a fine anni Ottanta ci guadagna non poco (e il bel testo-spaccato Generazione X ha certamene avuto molto ascendente su tutti gli imberbi grunger dell’epoca, tipo Eddie Vedder), l’altra è nientemeno che Piece Of My Heart, il capolavoro di Jerry Ragovoy & Bert Berns prima inciso da Erma Franklin (sottovalutatissima sorella di Aretha) e poi consegnato all’eternità da Janis Joplin con Big Brother & The Holding Company, che Steven Victor Tallarico grida ai quattro venti con background di stringe varie e di batteria very pump.

CICO CASARTELLI

STEVEN TYLER – We’re All Somebody From Somewhere (Dot Records)

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