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Au fond, je ne suis ni peintre, ni dessinateur, ni affichiste, ni écrivain, ni graveur. Je ne suis ni abstrait, ni figuratif. Je n’appartiens à aucune école. Mon but n’est pas de figurer dans une histoire de l’art. Je n’ai rien inventé, puisque je dois tout à tout le monde. Je ne comprends pas mes images, et chacun est libre de les comprendre comme il veut. J’ai seulement essayé de fixer mes propres rêves, avec l’espoir que les autres y accrochent les leurs.

Jean-Michel Folon

È una domenica mattina a Bruxelles, molte nuvole in cielo e qualche spiraglio di sole. Salgo in macchina con due amiche per uscire dalla città in direzione de La Hulpe. Clima perfetto per una gita fuori porta con visita alla Fondazione Folon, un museo interamente consacrato a Jean Michel Folon, artista di origine belga, che la maggior parte di noi italiani ricorda per la delicata animazione degli anni ‘90 che pubblicizzava la Snam. Ve lo ricordate lo slogan? “Il metano ti dà una mano”.

Negli anni ‘90, dopo aver esposto le sue opere in luoghi prestigiosi e aver conquistato una fama internazionale, Folon decide di creare una Fondazione che raccogliesse in un unico luogo le opere create in 40 anni di lavoro. Nonostante l’Italia e la Francia gli proposero sedi prestigiose, l’artista optò per La Hulpe e il meraviglioso parco della famiglia Solvay ai limiti della Forêt de Soignes. “Le domaine de La Hulpe est pour moi le nom d’un lieu magique qui m’évoque un parc enchanté”, affermava Jean Michel Folon.

Per raggiungere la Fondazione, camminiamo nel cuore del parco. I colori dell’autunno ci sorprendono per il loro generoso calore. Prima di entrare al museo, ci riscaldiamo alla Taverna dell’Uomo Blu, con una tazza di succo di mela caldo alla cannella. Assaggiarlo è d’obbligo. Ora siamo pronte per entrare in punta di piedi nel delicato mondo poetico di Jean Michel Folon. Le tavole che illustrano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sono a tratti commovente. In occasione del 40imo anniversario della Dichiarazione, Amnesty International invita Folon a illustrare una nuova edizione di questa piccola bibbia. Folon, di cui è noto l’impegno per la cause civili e ambientali, accetta entusiasta e ne scaturisce una serie di 20 illustrazioni che sono metafore poetiche tradotte in immagini.  La sua arte mi colpisce per la capacità di trasformare un messaggio denso di significato nella leggerezza di segni semplici e universali. Come nell’immagine dell’uomo con la testa racchiusa in una gabbia sulla cui mano si sta posando un uccello. L’evocativa bellezza di queste immagini, la dolcezza e luminosità dei colori risveglia in noi che guardiamo, la speranza, piuttosto che il ricordo della tragica realtà.

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Leggo nella biografia di Folon che prima di diventare disegnatore, era stato studente di architettura. Da qui immagino derivi il suo costante interesse per il tema della città. Gli dev’essere entrata nelle vene quella precisione nel disegno dove ogni mattone deve essere identico all’altro. La città come super-segno che ingloba tutto. In effetti la città moderna sembra inquietare Folon, mostro antropofago, fa apparire l’essere umano come una fragile presenza. Nelle città di Folon tutto può essere fatto di mattoni, persino gli alberi, persino la neve che cade, persino gli uomini. Queste città, dove l’uomo sembra perso, soffocato dall’accumulo di frecce e pannelli indicatori mi ricordano tanto Le città invisibili di Calvino.

Uno dei soggetti principali delle opere di Folon sembra essere il vento. Invisibile eppure presente, fautore di voli e libertà. E’ il vento che spinge gli uccelli verso l’orizzonte, è lui che accarezza il volto di un uomo col cappello, solo, seduto davanti al mare ed è ancora lui che porta l’ometto quando lascia la pesantezza terrestre e s’innalza in volo in cerca della libertà. E’ lui che fa fuggire le nuvole.

Non si può dire che l’aria sia sinonimo di vacuità, Folon infatti ha saputo immergersi nelle visioni claustrofobiche di Franz Kafka, battersi contro la distruzione della natura a fianco di Jean Giono. Nostalgico della natura che la follia umana distrugge, Folon prestò spesso la sua immaginazione al fine di sostenere le cause ecologiste, creando delle affiches. Folon è un artista engagé, ma al di là dell’aiuto che offre ai difensori dell’ambiente, il suo amore per la natura si avverte in molte delle sue opere. L’albero, l’uccello, la terra sono temi ricorrenti che Folon cerca di porre alla nostra attenzione per risvegliare in noi il desiderio di preservarli e  di evitare di trasformare le nostre foreste in distese infinite di tronchi mutilati.

Verso il termine della mostra si può osservare la ricostruzione dell’atelier dell’artista. Anche se può risultare un po’ artificiale, permette di intuire la ricchezza e la poliedricità di questo artista, reso famoso da suoi acquerelli, ma che praticò anche con abilità e freschezza l’arte della stampa, del disegno, degli assemblaggi di objets trouvées e infine della scultura. Il personaggio principale della sua opera, l’uomo col cappello, è una sorta di eroe universale. Questo personaggio è ridotto ai suoi elementi essenziali: due punti al posto degli occhi, un tratto al posto della bocca, una grande cappello e un grande mantello blu. Eppure ci sembra un personaggio familiare, ci ricorda altri uomini col cappello, noti al nostro immaginario, come quelli di Magritte o ancora quelli dei film di Chaplin. C’è un’universalità dell’uomo medio, in cui ciascuno di noi si può identificare. In Folon c’è più spesso un’impronta di profonda solitudine, perso nei meandri della grande città, o seduto tutto solo davanti al mare, ci ricorda che in fondo noi siamo sempre soli. Un uomo banale, ma comunque capace di ogni prodezza, in primo luogo di quella di volare. E quest’uomo che si innalza in volo non sarà proprio Folon o piuttosto il suo alter ego che realizza il suo sogno?

L’esposizione culmina in un colpo di malinconica poesia: l’uomo col cappello scolpito a grandezza naturale, adagiato su una spiaggia ci volta le spalle per ascoltare, solo, la musica del mare. L’ultima sala è buia, ci vuole un po’ di tempo per abituare gli occhi all’oscurità e scoprirla tempestata di piccole stelle luminose. Una piccola volta stellata ci sovrasta e al centro, in cima a una scala, se ne sta sospeso il piccolo uomo col cappello. Una musica dolcissima e triste lo sostiene e lui comincia a volteggiare leggero e aereo come un piccolo acrobata perso nel blu dell’universo.

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VANESSA SORRENTINO

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Fondazione Folon La Hulpe (Bruxelles) – mostra visitata domenica 6 novembre 2016 – info: fondationfolon.be

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