Mi sono preso molti rischi con il mio ultimo disco, ma la conferma che ho avuto e che i tempi erano maturi per un disco che affrontasse senza tanti filtri il reale, l’attualità, e un tema difficile come quello della paura. Maturi per me ma anche per il pubblico, che sta ripagando con entusiasmo e partecipazione il mio nuovo disco e il tour”.

A conferma di ciò, quello del Teatro Verdi di Cesena sarà l’undicesimo “sold out” del suo “A casa tutto bene” tour. Dario Brunori, alias Brunori Sas, ne ha fatta di strada e con il suo quarto disco sembra finalmente arrivare, dopo quella oramai ampiamente acquisita nella scena indipendente, anche la consacrazione presso il grande pubblico. I numeri infatti fanno registrare record di vendite e concerti da tutto esaurito eppure, proprio questa volta, il cantautore calabrese non ha fatto sconti, andando dritto al cuore di un tema non proprio tra i più facili da raccontare, la paura. Un disco nato in solitudine in Aspromonte, prodotto insieme a Taketo Gohara, con la squadra di sempre in una masseria isolata quasi da tutto (“tranne che dai parenti”) L’ironia, storicamente suo tratto distintivo, questa volta rimane come attitudine di fondo, mentre il disco assume un tono più profondo e malinconico, senza scorciatoie o brani che strizzano l’occhio al grande pubblico. Il disco suona come una confessione e nasce dalla necessità di esorcizzare i piccoli e grandi timori di ogni giorno oppure quelli che ci portiamo dentro da bambini, come spiega lo stesso Brunori, raggiunto telefonicamente.

«La paura di fondo è quella ancestrale dell’abbandono e della fine; di una relazione, di una illusione, della vita stessa. Dopo il tour dello spettacolo “Brunori srl”, dove al contrario era l’ironia al centro di tutto, ho capito che ero pronto per un disco diverso, concepito come ricerca di una consapevolezza di fondo in grado di affrontare, quando non esorcizzare, il grande tema delle paure, al plurale »

L’ironia, tuo tratto distintivo, questa volta rimane sullo sfondo. Cosa cambia rispetto i tuoi lavori precedenti?

«Ho capito, paradossalmente, che i tempi erano maturi per un lavoro diverso, durante l’ultimo tour dello spettacolo “Brunori srl”. In quei concerti, concepiti come spettacoli vicini alla forma del teatro canzone, gli sketch mettevano l’ironia al centro, è un po’ come se l’avessi usata tutta lì. Ma proprio in quella sitauzione ho capito anche che in me e nel pubblico c’era anche spazio per altri temi ed altri approcci, e così mi sono buttato. Non è stato però un approccio premeditato, stavolta l’ironia non usciva naturalmente, ho voluto rappresentare in modo più diretto la disillusione provata davanti ad una realtà che poi è quella che ho descritto nel disco. Mi sembrava più onesto non rifugiarmi dietro all’ironia per non svelare quel che avevo dentro, meglio essere anche duri e senza filtri, un’onesta che il pubblico sembra apprezzare e ricambiare»

Dalle paure dei singoli a quelle di una società, come nella dura “l’uomo nero”. Un ritratto tagliente di una società chiusa e che prende paura “solo perché un ragazzino arabo si è messo a pregare dicendo il corano”.

«Viviamo in una società dove alla paura atavica dell’uomo si somma quella generata da un sistema di potere, da un meccanismo mediatico e sociale che sulle paure profonde lavora non per affrontarle e cercarle di superare ma per amplificarle. Tutto diventa potenzialmente minaccioso rendendoci più ansiosi e vulnerabili»

Eppure In “canzoni contro la paura” ci ricordi che anche “in mezzo a questo dolore basta una canzone a ricordarti chi sei”?

«Si, mi piace dire che questo è un disco di canzoni pensanti e non pesanti, ma faccio riferimento nel brano alle tante canzoni in cui ognuno di noi si ritrova quando si sente smarrito. Per fortuna le canzoni possono ancora servire a questo e mi auguro che anche le mie possano contribuire, nel loro piccolo»

La musica indie è in grande fermento e, come dimostra il tuo tour e quello di altri colleghi come Dente, Calcutta, Motta produce numeri importanti e attira un pubblico crescente. Cosa manca per fare il grande passo?

«Noto una apertura nuova di radio e locali alla nostra musica. A me non può che far piacere perché finalmente anche i parenti capiscono che lavoro faccio e mamma non deve più giustificarsi quando le amiche le chiedono di suo figlio. A parte gli scherzi, penso che il modello dei talent sia oramai saturo, in declino, e torna l’attenzione verso forme di espressione meno mediata.La dicotomia tra l’indie e il resto penso fosse più forte anni fa, quell’integralismo è scemato e gli ascoltatori non percepiscono più una cesura netta. Oggi si assite ad un ritorno ad una sovrapposizione di linguaggi, codici e stili che c’è sempre stato, convivendo senza problemi anche nel grande pubblico. Se penso agli anni ottanta al fianco della “Banana republic” di Dalla e De Gregori potevi trovare Sabrina Salerno. Oggi accanto a Rovazzi, per dire, è bello che al grande pubblico possa arrivare anche Brunori o Motta. Quello che noto è che c’è un circuito di persone vicine. E alla fine anche il pubblico lo riconosce. Spesso le persone che vengono a vedermi in concerto sono le stesse che vanno a vedere anche questi artisti che citi tu, ma anche altri come Colapesce o Le luci della centrale elettrica, magari anche i Zen circus, insomma, c‘è un movimento di artisti che lavora in maniera autentica e onesta, parlando di temi anche scomodi ma in cui le persone si ritrovano»

Un live rinnovato, energico, rock, che nasce proprio per dare il massimo nei club

«L’idea è, da una parte, di rendere il disco per come l’abbiamo suonato perché amo e rispetto la produzione e il suono di questo lavoro, dall’altra, di restituire un certo tipo di energia che è propria e si adatta perfettamente all’atmosfera del club. Lo spettacolo non tralascerà comunque i brani storici a cui darò il giusto spazio e, durante il live si alterneranno momenti di puro divertimento ad altri più intimi e riflessivi. Sul palco sarò accompagnato dalla mia band storica, composta da Simona Marrazzo (cori, synth, percussioni), Dario Della Rossa (pianoforte, synth), Stefano Amato (basso, violoncello, mandolini), Mirko Onofrio (fiati, percussioni, cori, synth) e Massimo Palermo (batteria, percussioni), Lucia Sagretti (violino)»

In “Lamezia Milano”canta della “provincia ferma agli anni ottanta”; Lei che ci torna abitualmente, come vede la provincia romagnola?

«La Romagna per me rappresenta la provincia buona, quella sana, che mantiene il gusto delle piccole cose, delle relazioni, dello stare bene. La famiglia di mio padre è originaria di queste parti, e durante l’ultimo concerto da voi, a Verucchio, mi sono venuti a vedere tutti i Brunori del suo paese. Non la conosco così bene, ma vedo convivere dinamiche da piccolo paese con una attitudine sociale e culturale di tipo più metropolitano»

Giovedì 16 marzo, Teatro Verdi, via sostegni 13 Cesena. Dalle ore 21,00, opening act di Cassandra Raffaele

info:retropoplive@gmail.com 339 214 0806

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