foto di Andrea Ulivi

 

Radio Golgota della Compagnia Occhisulmondo ha debuttato al Teatro Cantiere Florida di Firenze in chiusura di una proteiforme Stagione di danza, diretta da Angela Torriani Evangelisti, che ha ospitato alcuni fra i grandi nomi della scena coreutica italiana: Compagnia Zappalà Danza, Simona Bucci, Company Blu, Compagnia Simona Bertozzi | Nexus, Versiliadanza, Aldes | Roberto Castello.

E, appunto, Occhisulmondo, che Compagnia di danza, propriamente, non è.

Un piccolo/grande azzardo, dunque, sia per gli ospitanti che per gli ospitati. Un piccolo/grande sbilanciamento che, sia detto subito con chiarezza, esige rispetto: in un panorama caratterizzato da artisti che per tutta la vita non propongono che variazioni sul tema di uno stesso spettacolo (per i quali espressioni come “teatro di ricerca” risuonano vuote, quasi paradossali), il merito di questo spettacolo è lo sporgersi, anche se a tratti un po’ sguaiato, da una più esperita modalità teatrale verso una lingua scenica altra. Uscire da sé, finalmente.

 

foto di Andrea Ulivi

 

Il tema scelto è oltremodo impegnativo: il sacro.

Se il concetto di sacro è forse indefinibile, la realtà che esso esprime non lo è. Esso appare come una qualità che può essere propria delle più varie cose: di luoghi (i templi, i santuari naturali), di periodi di tempo (le feste, che con il loro carattere si contrappongono ai giorni comuni), di azioni (per esempio il rito), di testi pronunciati, narrati o scritti (formule, miti, scritture sacre), di persone (il re divino, certi tipi di sacerdoti), di oggetti (feticci, strumenti rituali). In tutti questi casi la qualità di sacro ha per effetto di richiedere un comportamento umano particolare, differente cioè dal comportamento di fronte allo stesso genere di cose se prive di sacralità: a un luogo sacro si accede, e vi si rimane, in determinate condizioni (per esempio a piedi nudi, a capo coperto, in silenzio), nel tempo sacro si sospendono le attività profane (il lavoro, la pulizia, il mangiare), un racconto sacro (un mito, una formula rituale) si narra in specifiche occasioni (per esempio di notte o prima della mietitura), di fronte a una persona sacra sono obbligatorie certe cose (per esempio il prostrarsi) e proibite altre (per esempio il toccarla). Obblighi e divieti particolari che trovano corrispondenza nella convinzione che la sacralità significhi o comporti una particolare potenza nelle cose o persone che ne sono investite: caratteristica che può essere del tutto indefinita e impersonale, dunque sovrannaturale, oppure concepita come derivata da un essere personale che la conferisce a esse.

Come nel caso dell’arte.

 

foto di Andrea Ulivi

 

Il rapporto che Radio Golgota istituisce con tutto ciò è di tipo eminentemente simbolico – e qui, a nostro avviso, sta il limite maggiore di questa proposizione: molti segni rimandano ad altro.

Simbolo. Nell’etimo latino è «accostamento», derivato dal greco «mettere insieme, far coincidere»: nell’uso degli antichi Greci, era un mezzo di riconoscimento e di controllo costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto. Per esempio un pezzo di legno. I discendenti di famiglie diverse lo conservavano come segno di reciproca amicizia.

A quale parte mancante si rimanda, qui?

Jean Piaget: il pensiero simbolico implica la capacità di rappresentarsi mentalmente cose, oggetti, situazioni, persone indipendentemente dalla loro presenza. Ciò presuppone imitazione differita e combinazioni mentali (per esempio: usare il manico di scopa al posto del cavallo).

Dal Vocabolario Treccani: «Simbolo: qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso».

L’umanità delle due persone in scena, e delle molte attorno, sarebbe forse in sé bastante.

Senza parti altre, mancanti.

Senza la necessità di «funzioni simboliche» a spostare dal salvifico qui e ora di alcuni umani riuniti attorno al Libro della Passione del teologo, sacerdote e poeta José Miguel Ibanez Langlois. Di umanissimi Cristi che se ne salgono al Golgota, o Calvario, termine che nell’etimo è «luogo del cranio»: dunque del corpo, come ci ha insegnato Pasolini.

«Una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo alle cose che significano se stesse e nient’altro», ricorda il saggio Calvino.

Un po’ di fenomenologica fiducia. Nient’altro.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto al Teatro Cantiere Florida di Firenze il 13 aprile 2017 – info: teatroflorida.it, occhisulmondo.org

 

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