Note su ‘Madre’ di Balletto Civile, uno spettacolo in divenire

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Balletto Civile, Madre - foto di Francesco Carbone

 

La quarta edizione della rassegna internazionale di danza Resistere e Creare ha accolto, al Teatro della Tosse di Genova, il primo studio della nuova creazione corale di Michela Lucenti.

È interessante e sempre più raro, per chi si occupa di critica teatrale e coreutica, avere occasioni per assumere quella peculiare postura che qualche decennio or sono si sarebbe definita militante, affiancando percorsi creativi e di ricerca scenica in una sorta di accompagnamento critico che nulla ha a che vedere con il giudizio, la valutazione.

Con tale attitudine “da bottega” abbiamo incontrato, a Genova, il primo studio di Madre, creazione di Balletto Civile diretta con vigore e slancio da Michela Lucenti, danzatrice e coreografa che negli anni ha (re)inventato con il proprio collettivo nomade un personalissimo modo di abitare (o, meglio, interrogare) la scena, a metà strada fra il teatro e la danza.

 

Balletto Civile, Madre – foto di Francesco Carbone

 

Lo studio è stato presentato nell’ambito della rassegna internazionale di danza Resistere e Creare, diretta dalla stessa Michela Lucenti e da Marina Petrillo del Teatro della Tosse. Tra i molti appuntamenti, eco decisamente positive son giunte soprattutto in relazione a Halka del marocchino Groupe Acrobatique de Tanger, alla prima nazionale del nuovo spettacolo di Fattoria Vittadini, a Tiresias del greco Michalis Theophanous e a Balerhaus di Teatro della Contraddizione e Compagnia Sanpapié, interattiva “balera” contemporanea con orchestra dal vivo.

Il sottotitolo di questa quarta edizione della rassegna, Se dico danza a cosa pensi?, manifesta da un lato un intento aggregante e partecipativo, dall’altro la salvifica volontà di porre domande originarie su termini la cui ricezione ed interpretazione sono spesso, invero un po’ superficialmente, date per assodate e condivise: con un tale spirito elementarmente interrogante ci siamo accostati a Madre, spettacolo in divenire che vedrà nuove tappe di lavoro e pubblica presentazione in primavera, per poi debuttare ufficialmente nell’estate 2019.

In questo primo studio, Michela Lucenti crea un dispositivo semplice e al contempo intriso di mille colori che si muove senza posa, come su un piano inclinato, fra coppie di opposti: presentazione e rappresentazione, innanzi tutto, ma anche forma e informe, stilizzazione e sovrabbondanza di segni, pars construens e pars denstruens, requie e agitazione, sfrontatezza e pudore, natura e cultura, insensatezza ed esortazione, primitivismo e postmodernità, narrazione e astrazione.

«Metà di te contro l’altra metà», viene detto a un certo punto, a sintetizzare un’attitudine compositiva che pone in tensione, o meglio in dialogo, tali dualismi.

 

Balletto Civile, Madre – foto di Francesco Carbone

 

Punto di partenza: la volontà di compiere un’indagine scenica del tema, semplice e al contempo smisurato, dell’origine attraversando due testi del drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller (Mauser e Descrizione di una figura) e mediante la lente del cinema.

Ed è proprio il pensiero su tale medium, tra attestazione del reale e creazione di immaginari, a costituire -paradossalmente- l’elemento più propriamente teatrale di questi materiali: tra nutrimento dello sguardo e possibilità di visione.

Il dispositivo di Madre, si potrebbe forse azzardare, traspone scenicamente una cancellatura di Emilio Isgrò: elide sé stesso per permettere a un senso altro di affiorare. Come nel prologo interpretato da Maurizio Camilli con maschera da clown in stile Arancia Meccanica, come nell’assolo di danza d’apertura, nel quale una breve sequenza di passi di sapore caraibico progressivamente si slabbra, inselvatichisce, dilania fino a divenire immobile figura vinta, protesa (vien da pensare, evocando un ulteriore riferimento cinematografico, alla figura-simbolo de La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani, un giovane Dadid Riondino a incarnare la morte del fascista Giglioli, trafitto da dieci lunghi bastoni appuntiti).

Lo spazio scenico, reso ulteriormente sensibile da un sistema di microfoni che amplificano ogni sospiro, bisbiglio, tonfo, è abitato da dieci energici attori/danzatori che intrecciano lingue, consistenze ed esperienze in una giustapposizione di materiali scenici (non potendo ancora, in questa fase del lavoro, parlare di un vero e proprio montaggio compiuto) che funzionano da attrazioni (Ėjzenštejn docet: torna il pensiero sul cinema) atte a porre una domanda, se non a scardinare, l’assuefatta percezione del pubblico. Se dico danza a cosa pensi? Appunto.

Particolarmente fecondo pare il rapporto dialettico fra ironia e tragedia: là dove il primo termine sembra essere socraticamente inteso come distanza fra il soggetto e ciò di cui tratta, la tragedia qui recupera la propria origine animale, nei termini di una prevalenza del dato puramente corporeo. Nell’etimo della parola vi sono, com’è noto, ‘capro’ e ‘canto’, cioè ‘canto dei capri’, con allusione alle origini dal dramma satiresco e dai riti dionisiaci; parallelamente, le vivissime figure in scena paiono esistere, o meglio accadere, innanzitutto e soprattutto in quanto soma, consistenze muscolari di tendini e nervi, di pelle e peli, prima e al di là di ogni psicologia e di qualunque psicologismo.

 

Balletto Civile, Madre – foto di Francesco Carbone

 

Certi passaggi evocano il grande balletto di tradizione ottocentesca: assoli dell’étoile circondati e sostenuti dal coro di corpi degli altri ballerini, con il correttivo, qui, di proporre figure soverchiate, vinte, finanche dolenti, ben lontane dal nobile, eroico immaginario storicamente romantico che caratterizzava quel modo-mondo di intendere il fatto coreutico.

L’inedita via percorsa da Balletto Civile con Madre, pur perseguendo una peculiare ricerca caratterizzata da una lettura espressiva del dramma intrisa di monté, reiterazioni e sporcature, sembra rappresentare la nuova ricerca di un’attitudine coreografica più minimale: una necessità -pare di poter affermare- non tanto o non solo pensata a tavolino, ma qualcosa che la scena stessa origina, fa scaturire, esito di una pratica coreutica che pone l’ascolto alla base di ogni agire.

Se dico danza a cosa pensi, appunto. E che cosa fai?

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto al Teatro della Tosse di Genova l’1 dicembre 2018 – info: teatrodellatosse.it, ballettocivile.org

 

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