Era il 1955 quando François Truffaut si ritrovò tra le mani il romanzo d’esordio del settantaquattrenne Henri-Pierre Roché, Jules e Jim, e ne rimase immediatamente affascinato, sia dalla storia, sia dalla forma estremamente poetica con la quale era raccontata. Lo stesso regista racconta in una delle sue tante interviste che a colpirlo fu al di là dell’opera, il suo autore che a un’età così avanzata aveva deciso di iniziare la sua carriera di scrittore.

L’aria della Nouvelle Vague già si respirava tra le strade di Parigi: Truffaut e i suoi amici e futuri registi riempivano di parole le pagine dei Cahiers du Cinéma scagliandosi contro un’idea di vecchio cinema e lodandone un tipo nuovo che si esprimeva prima di tutto attraverso la politica degli autori, vale a dire l’inserimento all’interno dello stile di una particolare visione del mondo appartenente al regista. Non passarono molti anni prima che tutti questi giovani attivisti passassero dall’altra parte, dalla scrittura per parole alla scrittura per immagini. Truffaut fece questo salto nel 1959 quando girò I quattrocento colpi, ma già nel cuore aveva il desiderio di realizzare l’adattamento cinematografico di quel libro che lo aveva tanto colpito da citarlo all’interno di una delle sue recensioni, atto che aveva dato il via a un scambio epistolare tra lui e l’autore.

Sul set de I quattrocento colpi conobbe Jeanne Moreau che gli apparve perfetta per la parte di Catherine: le fece leggere il libro, che l’attrice amò immediatamente, e la propose a Henri-Pierre Roché che, poco prima di morire, si dichiarò entusiasta di questa scelta. Così, un po’ per la morte dell’autore, un po’ per le difficoltà tecniche che comportava la realizzazione di questo film, bisognerà aspettare il 1962 per vederlo nelle sale. Un’attesa che valse la pena però, dal momento che il film si può inserire tra le tre pellicole (insieme a I quattrocento colpi e Tirate sul pianista) che definirono la Nouvelle Vague.

Ciò che colpisce prima di tutto di Jules e Jim è il suo genere: un melodramma storico in costume, anomalo per la Nouvelle Vague, anche se non tanto anomalo quanto l’essere un adattamento di un romanzo. I critici dei Cahiers du Cinéma, Truffaut compreso, in questi anni non avevano mai smesso di scagliarsi contro gli adattamenti, che non facevano altro che spezzettare i romanzi, dividerli in parti che diventavano immagini per trasformarli infine in drammi teatrali. Con Jules e Jim, Truffaut dimostra che è possibile fare un adattamento senza snaturare la sua origine: Sandro Fogli nel suo libro parla di “lettura filmata” che mantiene fede alla poesia della scrittura grazie all’utilizzo di una voce off che sopperisce alle difficoltà di dialogo.

Anche la scelta dell’ambientazione d’epoca potrebbe apparire anomala per la Nouvelle Vague, ma non lo è del tutto se si osserva nel suo tratto autoriale, con l’uso di inserti d’archivio che non servono a spiegare un determinato periodo storico in un’ottica documentaristica del periodo prima, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, ma che assume una valenza narrativa nell’evidenziare la distanza tra i tre personaggi: Jules, Jim e Catherine.

Tra i tre intercorre una relazione anomala, che va oltre al coppia convenzionale istituendo un triangolo al cui interno non c’è differenza tra buoni e cattivi: lo spettatore non è portato a fare preferenze perché lo stesso regista non le fa. Truffaut non giudica mai i suoi personaggi, tanto meno la donna: il suo obiettivo è quello di portare sullo schermo un tipo di amore diverso e un’idea di donna innovativa, forte, indipendente, che non vuole o non può appartenere a un singolo uomo, ma che vuole semplicemente essere amata e amare liberamente, istituendosi una propria legge che abbatte tutte le convenzioni sociali.

Ciò che però più di ogni altra cosa inserisce Jules e Jim a pieno titolo nella corrente della Novelle Vague è la sua realizzazione con quel protagonismo assoluto della macchina da presa che si fa portavoce di una visione del mondo dell’autore. Una visione del mondo frenetica e costantemente in movimento come la macchina da presa che non si ferma mai: zoomate, carrelli, panoramiche a 360 gradi che vorticano attorno ai protagonisti evidenziano l’opposizione tra natura, habitat della donna e della sua idealizzazione nonché spazio del movimento, e città, spazio invece della cultura e della staticità nonché habitat dei due uomini. In questo movimento che sembra non doversi fermare mai, vengono però inseriti così all’improvviso alcuni fermo immagine: appena percettibili, questi aumentano l’intensità drammatica soffermandosi per un istante sul volto e sul sorriso di Catherine per catturarne tutta la vitalità prima della tragica fine.

info e proiezioni: distribuzione.ilcinemaritrovato.it/jules-e-jim

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.