Un microscopio che si fa telescopio. Pirandello incontra Beckett, a VIE Festival

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Compagnia Scimone Sframeli, Sei

 

La Storia del Teatro e quella dell’Arte assumono rinnovata consistenza negli spettacoli della Compagnia siciliana Scimone Sframeli e del greco Dimitris Kourtakis: proposizioni diversissime, ma forse avvicinabili per una comune idea di pratica scenica come esperienza. Infuocata.

«Tradizione è  custodia del fuoco, non culto delle ceneri»: la celebre citazione mahleriana pare adatta a introdurre una breve lettura sinottica di due degli spettacoli incontrati all’edizione 2019 di VIE Festival: Sei e Failing to levitate in my studio.

Affatto difformi per dimensioni produttive, stilemi, riferimenti culturali e linguaggio, gli spettacoli della Compagnia siciliana Scimone Sframeli e del greco Dimitris Kourtakis sono caratterizzati da una analoga attitudine dialettica rispetto alla Storia a cui fanno (principalmente) riferimento.

Sei, da Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, vede impegnati dieci attori e attrici (una enormità -vale ricordarlo ai non addetti ai lavori- per una produzione in tournée oggidì), in un allestimento scenicamente elementare che pone il lavoro teatrale (in primis l’artigianato attorale) come origine e legittimazione del fatto artistico.

 

Tadeusz Kantor, La Classe Morta

 

La ridda di misurate invenzioni, soprattutto rispetto ai proteiformi rapporti fra le Figure, è ascrivibile all’alveo della Tradizione, così come il sistema di significati messi in campo: là dove molte drammaturgie dell’oggi inglobano e traducono il reale in più o meno intelligibili forme di performatività, il nuovo spettacolo della Compagnia Scimone Sframeli dà nuovo corpo alla celebre intuizione pirandelliana del teatro nel teatro per farsi riflesso “dall’interno” di dinamiche e interrogativi dell’umano. Dal particolare all’universale: un microscopio che si fa telescopio.

A reggere la messa in scena stanno la sapienza teatrale di Spiro Scimone, anche autore di una ritmicamente efficace asciugatura del testo di riferimento, nonché l’altrettanto scandita regia di Francesco Sframeli, qui impegnato in una prova d’attore da manuale, con una gamma di colori e sfumature vocali, mimiche, posturali e relazionali (in una parola: espressive) porta al pubblico con una misura e un’eleganza davvero d’altri tempi.

Sei è uno spettacolo bellissimo, che dovrebbe essere mostrato in tutte le Scuole di recitazione sia per la solida maestria di cui è espressione che per la Storia che evoca (e che sempre più, ahinoi, si ignora): affiorano, come vivissimi fantasmi, le figure post-espressioniste de La Classe Morta di Kantor e l’urlante Madre Courage di Bertolt Brecht a comporre nello spazio un minimale, esattissimo geroglifico che ricorda certi storici allestimenti di Leo de Berardinis, con gli attori chiamati a funzionare come sistole e diastole di un organismo vivente, finanche pulsante.

 

Dimitris Kourtakis, Failing to levitate in my studio

 

In direzione parallela e opposta si muove Failing to levitate in my studio, presentato al Festival di ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione in prima nazionale. Qui un solo performer, Aris Servetalis, abita l’interno di un monumentale spazio tridimensionale: una casa tagliata a metà, esplicita citazione della celeberrima Splitting di Gordon Matta-Clark del 1974.

I riferimenti al mondo delle Avanguardie e soprattutto delle Neoavanguardie artistiche del Novecento sono in realtà molteplici. Qui il performer (a differenza dell’attore, che convenzionalmente rappresenta il proprio personaggio fingendo di non sapere di essere un attore di teatro) realizza una messa in scena del proprio io: senza psicologismi, finanche senza emozioni si potrebbe azzardare. Piuttosto organismo, biologia, carne: espressione singolare e non universale di un corpo fenomenico.

Un corpo-teatro di muscoli, tendini e ossa, giacché Aris Servetalis è impegnato senza posa in una serie di faticosi attraversamenti estetici, dunque (ri)conoscitivi, dello spazio, a produrre una serie di azioni che non hanno altro significato se non quello di esperire il qui e ora: «Nella Performance Art, e in particolare nella Body Art» si potrebbe riassumere con lo storico del teatro Marco De Marinis «si assiste spesso al tentativo, da parte dell’artista, di riscoprire il corpo come il suo proprio corpo, e cioè come Leib o chair. In altri termini, il bodyartista si sforza, con le sue azioni al limite, eccessive, violente, di riappropiarsi del suo corpo, della sua autenticità-verità, al di là di ogni alienazione-reificazione, al di là e contro ogni riduzione a un corpo oggetto di consumo, semplice merce».

Una esperienza che non può che coinvolgere ciascun guardante contemporaneo. Dal particolare all’universale, ancora: un microscopio che si fa telescopio.

 

Gordon Matta-Clark, Splitting

 

Failing to levitate in my studio assume una prospettiva pervicacemente anti-narrativa (non a caso il riferimento letterario della performance è Samuel Beckett, autore che forse più di ogni altro ha intercettato, nell’arte scenica del Novecento, l’impossibilità del dramma, finanche della significazione) che si traduce in un’oggettiva partitura fisica di azioni costantemente riprese in diretta da un cameraman e video proiettate, così da essere porte al pubblico mediante un diaframma ulteriormente distanziante.

Tanto Sei è caldo, in senso emotivo ed affettivo, quanto Failing to levitate in my studio è freddo, nell’accezione proposta da Marshall McLuhan secondo il quale freddi sono i medium a bassa definizione, che richiedono un’alta partecipazione dell’utente per riempire, completare le informazioni non trasmesse.

In entrambi i casi una profonda solitudine, una commovente mancanza, una smisurata nostalgia paiono intridere il vuoto affaccendarsi delle Figure che, come criceti in una ruota, attraversano la scena.

I buffi, malinconici dialoghi pirandelliani di Scimone e Sframeli, tesi a inseguire un possibile significato, se non un senso, paiono trasdotti, cineticamente, nell’irruento fare di Servetalis, nel suo porsi come puro significante, sineddoche del corpo auto-modellato di Bruce Nauman e di quello misurante di Cesare Pietroiusti, della funzione puramente estetica delle Macchine Celibi di Jean Tinguely e della performance come «luogo abitato» à la Joseph Beuys, del dinamismo di Arnulf Rainer e del corpo sepolto di Cattelan.

 

Cesare Pietroiusti, Il passo più lungo della gamba

 

A lungo si potrebbe continuare, tanto è intrisa di riferimenti alla Storia dell’Arte del Novecento et ultra questa monumentale installazione performativa così come quanto è figlio della grande Tradizione Teatrale del XX secolo il meraviglioso Sei, ma per ora è forse sufficiente quanto scritto, a restituire un accenno su due modi, opposti e complementari, di provare ad accerchiare un vuoto, dire l’indicibile, significare l’insignificabile.

Di offrire l’esperienza del mistero.

Che è poi ciò che l’arte dovrebbe sempre fare, forse.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Sei e Failing to levitate in my studio , visti rispettivamente al Teatro Dadà di Castelfranco Emilia e al Teatro Storchi di Modena il 9 marzo 2019 – info: viefestival.com

 

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