CALCUTTA, EUROPA

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Cosa può sperare un cantante italiano di successo, nel 2020? Qual è l’orizzonte a cui tendere, il punto di arrivo, il senso del percorso? Da almeno dieci anni i big grandi numeri non sanno esattamente più cosa inventarsi: ormai uno stadio non si nega a nessuno, e se non è sold out è più la pena della gioia, e gli haters ti friggono in graticola. E allora vai di Campovoli, vai di adunate oceaniche, vai di mega prediche ai megaconvertiti. Ma nulla che scuota davvero le fondamenta, tutti venticelli che accarezzano il filo dell’acqua e poi si perdono.

Penso di sapere cosa vorrei, se fossi Calcutta.

Vorrei scrivere La Canzone del Sole, quella di Battisti. Tre accordi e il passaporto per l’immortalità. Scrivere la sigla democratica di ogni bivacco a venire, quella a cui anche i più accaniti fiancheggiatori del cantautorato denso-e-sociale infine cedono, mentre con sorriso di naufraghi allegri annegano nel mareneromareneromarene.

Quante canzoni del sole abbiamo sentito da quei primi anni ’90 della nuova onda italiana a oggi? Risparmiamoci la fatica di pensarci: nessuna. Quindi: dimenticare i like, dimenticare i completamente sold out, gli uffici stampa che se la tirano e fanno cadere le cose da altezze siderali – nè incontri nè interviste. Dimenticare la sbornia del presente. Pensare avanti.

Calcutta, per ora, parte per il tour europeo. Con un certo senso dello humor parte da San Marino. A vedere Calcutta all’estero ci andranno soltanto gli italiani in ferie o in esilio o in Erasmus, ma intanto tour europeo significa che l’Italia è piccina, che lo si è capito, ché quando hai fatto su e giù un po’ di volte, anche un po’ meglio ogni volta, a un certo punto torni comunque all’interrogativo in apertura di articolo.

Infatti se fossi Calcutta me ne fregherei – come faceva agli inizi quando manco accordava la chitarra, quando portava a nuove inesplorate vette quella sciatteria tutta romana – e anziché esplorare longitudine e latitudine e far incassare sempre più soldi a sempre più gente inizierei a lavorare sulla canzone perfetta degli anni zeroventi, o come si chiamano.

Se c’è un autore, uno solo, che ce la può fare, che può riuscire a scriverla, è lui.

Qualcosa che si poggi sulle spalle di questi terrificanti lustri di canzoniere generazionale disilluso, di questo melodramma, di questa morte per inedia del rock and roll e si proietti oltre, oltre gli anni e la cronaca, e parli così intimamente di un sentire comune da ambire alla classicità. Non serve un capolavoro assoluto, ce ne sono già abbastanza: serve solo una cosa vera, detta da uno vero. Con una voce a cui si possa credere. Con una storia a cui si possa credere. Anche fra vent’anni. Aspettiamo Calcutta, torna presto.

di Antonio Gramentieri

19 novembre, CALCUTTA, San Marino, Teatro Nuovo, Dogana, piazza Tini, ore 21 – Info: info.istituticulturali@pa.sm

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