Conversazione 3: Roberto Grandi, esperto di processi culturali e comunicazione di massa

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Roberto Grandi

Roberto Grandi è un esperto di problematiche di sviluppo dei processi culturali e delle comunicazioni di massa. Insegna all’Università di Bologna e dal 2017 è presidente dell’Istituzione Bologna Musei.

In passato è stato Assessore alla Cultura al Comune di Bologna e Pro Rettore all’Università di Bologna e ha lavorato per la televisione pubblica e privata. Negli anni ha approfondito il tema della comunicazione su tutti i livelli, dalla pubblicità alla moda, dalla politica alla comunicazione delle imprese e alle politiche di branding, in particolare quelle territoriali, nel loro impatto con lo sviluppo dei media digitali.

Chi meglio di lui può contribuire ad arricchire la nostra riflessione su questa grave crisi di tutto il comparto culturale causata dal distanziamento sociale e chi meglio può aiutarci a capire il ruolo che hanno avuto i mass media in questa emergenza.

Partiamo dal lato puramente pragmatico. L’Arte e la Cultura sono anche mestieri. Quali sono i danni? E come vede una ripartenza?

Nel Rapporto Fondazione Symbola e Unioncamere del 2018 è scritto che le imprese culturali e creative producono 47 miliardi di euro di valore aggiunto, dando lavoro a 749.000 persone. Al suo interno le performing arts generano 7,9 miliardi di euro di ricchezza con 141.000 posti di lavoro; la conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico 2,8 miliardi di euro di valore con 51.000 addetti. Inoltre le attività creative-driven aggiungono 34,5 miliardi di euro di valore aggiunto e più di 579.000 addetti. L’apparente aridità di questi dati fotografano una situazione che contiene al proprio interno una diversità e pluralità di figure che concorrono non solo alla produzione del Pil nazionale, ma alla produzione e circolazione di contenuti materiali e immateriali che rappresentano i valori profondi sui quali si costruisce l’identità culturale e sociale di un paese. Si tratta di imprese sia strutturate che poco strutturate, associazioni e singoli artisti e creativi con modalità lavorative spesso non continuative e poco tutelate. Un microcosmo che vive di equilibri sempre instabili e che evidenzia in pieno la propria fragilità quando si verificano circostanze straordinarie, come quella attuale. In questi momenti ci si accorge come bassa sia la consapevolezza sociale allargata della specificità di queste professioni che faticano a rientrare nei parametri di aiuto ai lavoratori colpiti dalla crisi. La necessità di rimanere chiusi in casa ha, d’altra parte, incrementato la domanda di prodotti culturali da consumare in rete e le varie strutture hanno organizzato una offerta digitale sia attraverso appuntamenti fissi sia attraverso il riversamento di materiali di repertorio. I danni maggiori di questa situazione sono di tre tipi. Il primo è il danno materiale che deriva ai singoli e alle strutture dalla inattività senza coperture economiche adeguate. Il secondo dal rischio che si accresca la convinzione che tutte le produzioni culturali possano essere veicolate sul digitale senza snaturare la loro qualità artistica. Lo specifico del linguaggio e delle modalità sia produttive che di fruizione di molti settori è dato dall’hic et nunc della co-presenza dei performer o delle opere d’arte. In quest’ultimo caso le opere d’arte non devono essere considerate come oggetti che affollano le sale di esposizione, ma come una collezione di storie che possono essere al meglio narrate attraverso la presenza fisica di mediatori culturali. Il digitale non deve essere demonizzato, anzi, partendo da queste esperienze deve essere sviluppato e approfondito ancora di più con la consapevolezza che è un linguaggio specifico e che dà luogo a produzioni diverse da quelle fruibili in co-presenza. Un’altra possibilità è, invece, utilizzare il digitale e i social per la loro potenzialità comunicativa e quindi come strumento che aiuta a eliminare alcune delle barriere che tengono lontani i pubblici, in questo caso più giovani, dai consumi culturali. Il terzo rischio è pensare di ritornare alla situazione precedente non modificata. Credo infatti che tutti coloro che operano nell’ambito culturale e creativo debbano utilizzare questa circostanza in cui hanno verificato come basso sia il riconoscimento sociale del loro ruolo per porsi quale obiettivo l’abbattimento delle soglie culturali, sociali e economiche che tengono lontani molte persone dalla fruizione culturale. Coinvolgere attraverso iniziative inclusive e quelli che sono i non-ancora-pubblici è una azione che deve essere portata avanti congiuntamente dal settore pubblico e da quello privato. Il tema è quindi sì quando ricominciare, ma per me più importante ancora, è come ricominciare in situazioni che non solo siano “sicure” ma che portino avanti iniziative inclusive che allarghino il coinvolgimento e la partecipazione rispetto ai pubblici ristretti precedenti. Il confronto culturalmente e socialmente produttivo è quello che si instaurerà tra le comunità dei creativi, le istituzioni e le comunità territoriali di riferimento”.

Quale è a suo parere il ruolo, o almeno l’angolo di ingresso, dell’Arte, di un artista, e di un intellettuale, di un operatore culturale sul dibattito del distanziamento sociale creato dal virus? Può esistere una cultura europea, a maggior ragione mediterranea, senza una agorà fisica, senza un contatto fisico?

Le autorità hanno imposto distanze fisiche tra i singoli individui che hanno dato luogo a diversi livelli di distanziamento sociale, in funzione anche della maggiore alfabetizzazione e consuetudine con i social e l’universo digitale. Il distanziamento sociale non è stato, quindi, uguale per tutti e ha accentuato fragilità fisiche, culturali e sociali pre-esistenti. L’insegnamento principale di questa crisi è, a mio avviso, la necessità di attivare misure di prevenzione che impediscano di arrivare al collasso. In questo caso del sistema sanitario. Un esempio a cui fare riferimento sono le norme antisismiche sulla costruzione dei palazzi adottati nei paesi più accorti in cui i danni sono stati ridotti al minimo. Forse ciò su cui la creatività può lavorare è come aumentare la consapevolezza allargata che non è possibile vivere in una situazione di certezze assolute e prive di rischi (per quanti strumenti di controllo si mettano in atto) e che la sola possibilità è mettere in atto azioni preventive (a partire dai nostri comportamenti e stili di vita) in grado di prevenire il collasso dei vari sotto-sistemi sociali. Il linguaggio della creatività e dell’arte è in grado di esprimere queste inquietudini e fare riflettere ciascuno di noi. E’ un dibattito che può coinvolgere sensibilità e necessità che non sono ristrette a confini geografici in quanto riguardano, come nel caso del Covid19, problematiche globali. Basti pensare alle tematiche sulla sostenibilità che possono portare a azioni in grado di prevenire il collasso annunciato del sistema ambientale. L’arte non dà risposte ma con i diversi linguaggi dei vari settori artistici può mantenere viva questa necessaria consapevole inquietudine. Per molti linguaggi artistici la co-presenza fisica è un elemento sostanziale e quindi si può immaginare che l’insieme degli spazi abitati artisticamente costituiscano una sorta di agorà allargata”.

Che cosa pensa del ruolo dei mass media in questa emergenza?

Nella maggioranza dei casi hanno assecondato l’agenda della politica del nostro Paese anche se il maggior tempo che abbiamo trascorso in rete ha evidenziato la presenza di testate giornalistiche non mainstream con identità autonome. In ogni caso nella fase pre-pandemia abbiamo assistito a una sottovalutazione dell’epidemia cinese con servizi giornalistici che enfatizzavano in maniera superficiale e spesso folcloristica la specificità della diffusione in Cina. Poi hanno contribuito, soprattutto con l’informazione televisiva, a costruire quel senso di allarme, impotenza e panico (grazie anche alle quotidiane conferenze stampa che illustravano “bollettini di guerra” sull’andamento dei “morti, feriti, dispersi, guariti”) quale pre-condizione alla prescrizione di misure restrittive. La parola è stata ceduta ai virologi e agli specialisti (con presenze a volte distoniche dei politici e amministratori regionali) i cui interventi venivano incorniciati all’interno di un vocabolario bellico francamente sopra le righe. La fase successiva è stata dominata dalla necessità di moderare le angosce e fare accettare la reclusione come una situazione temporanea. Ecco allora il profluvio delle storie di vita di chi combatte e ce la fa. Alla presenza costante degli specialisti si accompagna quella dei medici e degli ospedalieri che operano sul campo. Con l’addolcirsi del contesto riappaiono, anche a seguito delle indagini giudiziarie, servizi giornalistici di inchiesta che approfondiscono ciò che prima era stato narrato come una sequenza quotidiana di numeri. Dietro a questi numeri, si scopre, vi erano situazioni non sempre chiare e limpide. Il dibattito sugli aspetti della crisi economica comincia a riaffiorare nell’agenda politica e in quella giornalistica in una situazione visivamente surreale in cui dominano i salotti di casa, da un lato, e le interviste a distanza in strade deserte, dall’altro. Una nuova e inedita letteratura dello sfondo”.

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