“Non faccio io le regole”

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Non faccio io le regole. Non servo da bare ai negri (un tempo si diceva così, ‘negri’)”; “Non faccio io le regole. Non faccio entrare gli ebrei”; “Non faccio io le regole. In questo locale gli indiani non possono entrare”; “Non faccio io le regole. Se non ha il green pass non può sedersi”; “Non faccio io le regole; gli schiavi non possono soggiornare nei templi”.

Una nenia urticante si sporge dagli oscuri orizzonti della storia. La memoria però è il trofeo degli smemorati (a seconda del tema che albeggia laggiù dall’altro orizzonte verticale). Regola è una voce etimologica sfumata dal corso del tempo. Secondo alcuni paleoantropologi specializzati in linguaggio, il tema semantico sarebbe di derivazione sanscrita, Ré-GaJ, e avrebbe il senso di reggere il peso dell’asticella che collega le persone di una comunità. (Regola in Tirolo è un terreno circoscritto dato dal Signorotto al Colono e alla sua famiglia per conivere “in piena sintonia con la comunità”). Stuzzicante. Fascinoso.

In sostanza, la regola serve per rendere efficiente ed efficace la convivenza tra le persone all’interno di un consorzio umano. Ma se le regole, nel corso dei millenni, sono state sempre così divisive, dov’è finita quell’asticella? E come si può pretendere che un singolo umano abbia rispetto della regola, se la regola stessa disattende il rispetto dell’individuo?

Per il Metternich, Giuseppe Mazzini era un “cencioso terrorista, pericoloso per le vite dei buoni timorati di Dio del Sacro Impero Asburgico, quindi dev’essere una Regola Aurea che tale persona non stia nelle sacre terre dell’Impero medesimo”. Se la regola non rispetta i singoli, nemmeno chi le applica (“Non faccio io le regole….”), come si può pretendere che rispetti la comunità, sostanziata dai singoli? Sembra di precipitare nelle sabbia mobili di un qualche paradosso della logica antica.

E invece qui, ora, tutto sembra tutto così logico nella spaventosa pratica della convivenza quotidiana. Ma si sa, il presente è diveniente. Il futuro è glorioso. Nel futuro sta il grembo della verità fecondato dal passato. Ma intanto, il presente è un gradiente vago, sfumante. L’oppressore ha le sue regole. L’oppresso pure. E per non essere più oppresso del solito, l’oppresso le applica. “L’uomo ha inventato Dio e il Potere per uccidersi senza morire” dice un personaggio di Dostoevskij. E lo spirito di tale raggelante pensiero sembra permeare ogni presente, sempre, dal passato al futuro, senza sosta. Anche oggi, nel pieno dell’Età Hegeliana della razionalità superiore e del Bene Supremo. Eppure, come sostiene il poeta, “La vita è un bene perduto se non la viviamo come avremmo voluto”.

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