Ragazza senza prefazione, il romanzo di Luca Tosi

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Leggendo Ragazza senza prefazione di Luca Tosi si ha come la sensazione di entrare nella testa di qualcuno senza aver chiesto il permesso. E questo qualcuno si chiama Marcello Travaglini, un giovane ventisettenne di Santarcangelo di Romagna da poco tornato in paese dopo aver studiato a Padova. In quel limbo, noto a molti giovani, tra la fine degli studi e la ricerca del primo impiego, Marcello fa un bilancio della propria vita, ricordando in particolare un amore finito o forse mai realmente iniziato. “L’idea era proprio quella di girare attorno a questa ragazza”, racconta l’autore. “Il mio protagonista la idealizza, usandola un po’ come coperchio per non aprire il calderone di tutte le cose che non vanno nella sua vita, per non affrontarle direttamente e girarci attorno”.

In Ragazza senza prefazione ha optato per una struttura non lineare, che segue il filo dei pensieri del protagonista.

“Si tratta di un romanzo breve: la durata è quella della passeggiata del protagonista. Una passeggiata circolare – Marcello esce di casa per poi rientrare – e nel tempo di questa passeggiata c’è un’ellissi al passato in cui il protagonista ricorda e ripensa alla storia che ha avuto con questa ragazza, sforzandosi di capire i motivi per cui non è andata a buon fine. La struttura assomiglia anche un po’ al monologo: il personaggio, in balia di questo rovello interiore, si lascia andare a tutta una serie di considerazioni come in un flusso. Considerazioni che toccano un po’ tutti i temi che riguardano i giovani di adesso, seppur in modo parziale”.

Al monologo e al flusso di coscienza rimanda anche il tipo di scrittura che ha scelto, colloquiale e simile al parlato romagnolo. Come è approdato a questa lingua?

“In qualità di lettore, ho in principio prediletto gli scrittori americani. Ho poi avuto anche il periodo russo e infine, tre o quattro anni fa, mi sono messo a leggere per la prima volta gli autori di Santarcangelo, che sono Raffaello Baldini, Nino Pedretti e Tonino Guerra. Quando ho recuperato questi autori ho trovato una voce che avevo dentro, mi apparteneva e non avevo più bisogno di andare a cercarla fuori. Quando ho trovato questa lingua, ho trovato anche il personaggio e la sua voce che è molto simile al parlato di Santarcangelo. Mi ricordo anche che in fase di scrittura molti passaggi li pensavo in dialetto e mi auto traducevo scrivendo. Mi sono allora reso conto che con quella lingua potevo dire tutto quello che volevo e che mi usciva bene”.

L’intenzione era anche quella di fare della Romagna una protagonista?

“Sì, soprattutto attraverso la lingua infatti. Poi chiaramente il romanzo è ambientato a Santarcangelo e ci sono finite dentro tante cose che io conosco. Non era nelle intenzioni iniziali, però siccome volevo parlare di cose che conoscevo, metterle in bocca a questo personaggio è venuto automatico”.

Proprio perché voleva parlare di cose che conosce, c’è qualcosa di autobiografico in questa storia?

“Ho vissuto un po’ anche io la fase che vive lui di aver finito gli studi e trovarsi in un limbo dove non sai dove sbattere la testa. Però in me è andata diversamente: in lui tutto è portato all’estremo. In realtà anche la storia con la ragazza assomiglia a qualcosa che ho vissuto. Io e Marcello abbiamo delle cose in comune, ma ho preso solo quello che mi serviva. Ho notato però che molti che leggono il libro pensano che sia io quel personaggio. Alcune cose di me sono entrate, ma senza intenzione”.

Tra le intenzioni c’era invece quella di offrire un piccolo ritratto delle nuove generazioni?

“Anche questa in realtà non era tra le intenzioni iniziali. L’ho notato dai riscontri che sto avendo adesso: in molti infatti hanno parlato di questo tema leggendo il romanzo. In realtà quando l’ho scritto avevo un’idea molto chiara del personaggio, chi doveva essere e che lingua doveva parlare. Poi il resto è venuto giù di conseguenza. Quindi credo che alla fine ci siano entrate tutte cose che io vedevo, che ho vissuto e con cui ho a che fare. Alla fine si tratta di problemi che abbiamo un po’ tutti a questa età. In effetti c’è molto su questo tema, però non era un’intenzione, è venuto scrivendo. Forse l’intenzione che io avevo di più era raccontare la storia con la ragazza”.

Ed infatti questa ragazza, questa Lei innominata proprio perché idealizzata, è il mistero intorno a cui ruota tutto il romanzo. Un romanzo senza prefazione, proprio come la sua protagonista, che immerge e sommerge totalmente il lettore.

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