Riappropriarsi della demascolinizzazione. Cosa leggi questa estate?

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Pia Taccone, Hanya Yanagihara, 2021

 

La società patriarcale può far male, molto male, anche agli uomini cis. Soprattutto quando fanno quelle cose da femminucce. E dell’infanzia non innocente cosa vogliamo dire? Le donne possono ricorrere alla violenza? E le rivoluzionarie alla lotta armata? Tante domande che richiederebbero molto approfondimento.

Ma.

É estate, e qui in Pianura Padana il caldo porta sovente all’impossibilità di impiegare le proprie facoltà mentali in utili attività. Un poco di pausa dai nostri saggi può servirci. Fin tonificare, vi dirò. Cambiamo così apparentemente rotta e partiamo per un pellegrinaggio narrativo, attraverso quattro scrittrici che mettono ben bene in discussione i concetti di mascolinità tossica e femminilità passiva per mezzo di quattro storie portentose, che potremo gustarci parimenti in camper, sotto l’ombrellone, zaino in spalla, all’estero, sul cucuzzolo della montagna, in un salotto soffocante senza aria condizionata, in ritiro spirituale, con i nonni in Appennino. Perché gli stereotipi di genere e l’ageismo (discriminazione fatta in base all’età), ahinoi, in vacanza non ci vanno proprio MAI.

Maschi che si abbracciano
Hanya Yanagihara, USA, Una vita come tante

A partire dalle dimensioni monumentali, questo librone richiede tolleranza alla frustrazione già nell’atto meccanico della lettura. È un tomo che non si sa come tenere e costringe alla scomodità, che ogni tanto deve essere chiuso per stirare le braccia e prendere una boccata d’aria. Trovata una posizione comoda e iniziata la storia, seguiamo la presentazione di una serie di individui, dai confini sfumati. Quando incontrate una persona capite subito con chi avete a che fare? Ricordate tutto quello che vi viene raccontato? O assistete, piuttosto distrattamente, alla prima parola di una narrazione così complessa da intuire che serviranno anni per poterla cogliere? Per il primo centinaio di pagine sono tornata indietro parecchie volte per aver conferma che JB fosse l’artista e Malcolm l’architetto, Jude l’avvocato e Willem l’attore, che JB e Malcolm fossero afroamericani cresciuti nell’accudimento familiare e Jude e Willem bianchi bambini del mondo crudele, che Malcolm fosse ricco e gli altri no. Come un tutto che è più delle singole parti, sono persone che hanno passato troppo tempo insieme. Costruita una pianta mentale, l’intreccio si avvia, si attiva la dimensione psicotica della mente e questa realtà ambivalente, terribile e consolatoria, diventa un luogo dal quale si fatica (ancora!) a uscire. Tale letteratura di altri tempi è la cronaca irriducibilmente newyorkese delle vite come tante di quattro inutili cavalieri smarriti tra la folla, di infanzie difficili, famiglie elettive, turbamenti sensuali voluti e subiti, esperienze traumatiche. La scrittrice Hanya Yanagihara è di origine hawaiane. Attraverso i suoi uomini sembra trasmettere tutta l’orrenda fascinazione del suo stesso trasferimento a New York, città-archetipo di tutte le metropoli, luogo neutrale, vivissimo, dove cogliere la possibilità per trasformarci in desiderio, perderci in maniera irrimediabile, tentare di recuperarci attraverso pochi, sparuti, intentississimi legami che si innestano sull’indifferenza generale.

Due notevoli pregi.

Il primo. È una storia di maschi che diventano adulti attraverso un processo di demascolinizzazione. In un universo di affettività androgina questi uomini non hanno timore di piangere, toccarsi, accudirsi l’un l’altro, usando le proprie dinamiche emotive come GPS. Si adottano, fanno sesso tra loro, mettono in discussione carriere e stipendi per non lasciarsi soli, analizzano la propria vita interiore oltre gli schemi educativi e di genere più diffusi.

Il secondo. Potrebbe apparire individualista, e invece si concentra su dinamiche del corpo individuale marginali alla maggioranza. Fuori dal triangolo padre-madre-figlio e dalla necessità indotta di perpetuarsi attraverso la ri-produzione di altre vite, mette in tavola forme alternative alla famiglia tradizionale tramite le quali appagare l’umano bisogno di intimità e la costruzione di parentele, a partire dal coraggio di incontrarsi e scegliersi. Questi sistemi sanno tenere duro perché sono in contatto con i bisogni ai quali risponde il loro venire al mondo. In interrogazione continua, si focalizzano sull’eredità del meme più che del gene, scoprendosi capaci di rendere densa di significato l’esistenza (come tante) che ci è toccata in sorte.

 

Sheng Keyi, 红领巾 Sciarpa rossa, 2021

 

Antidoti all’eugenetica sociale
Sheng Keyi, Cina, Fuga di morte

L’atto poetico è atto politico?

L’ho sentito chiedere tante volte, ne ho assistito all’abuso come titolo di rassegne, ma la risposta a questa domanda, fino alla lettura di questo romanzo, aveva per me natura oscura. Yuan Mengliu e Qi Zi sono un ragazzo e una ragazza, sono gioventù + bellezza + idealismo, sono persone affiliate all’università che si occupano di poesia e rivoluzione. Hanno quella capacità tutta teen di essere contro che rende evidenti le contraddizioni dell’unico mondo pubblico che sembriamo in grado di costruire, basato sul controllo e su una rigida definizione di confini che ci inebrino di sicurezza mentre ci viene imposto quello che possiamo e non possiamo fare, dire, pensare. Vivono in una città immaginaria della Cina dove, al centro della piazza principale, compare improvvisamente una pagoda composta di cacca. Il governo si prodiga per normalizzare l’opera, che potrebbe innescare la rivolta, e mette insieme spiegazioni più o meno plausibili a cui la maggioranza ha necessità di credere. Le reazioni sono agli antipodi: mentre Yuan Mengliu si confonde, e impaurito inizia a essere sedotto dal sociale precostituito come soluzione per tutti i dubbi, Qi Zi affonda nella poesia, lingua dell’opposizione e della verità, fino a scomparire.

Dopo anni il ragazzo è cresciuto. Chirurgo benestante, affermato, ammirato, notevole maschio, è un cittadino modello che non può rimuovere il vuoto pulsante per quel grande amore perduto e per l’acquisita incapacità di scrivere poesia. Si mette quindi in cerca di Qi Zi e su di un lago, nel mezzo di una tempesta, viene catapultato nel mondo onirico e utopico della Valle dei Cigni, dove tutto pare perfetto e organizzato affinché da esseri umani con geni pregiati si possa propagare una società basata sull’armonia intesa come assoluto controllo delle passioni. In quel luogo di eugenetica perfezione gli viene chiesto più volte di usare la propria capacità poetica a favore della comunità. Finalmente consapevole del portato politico delle parole, il chirurgo  – nuovamente poeta – si rifiuta di essere accondiscendente, riconnettendosi all’indole rivoluzionaria che aveva reciso con i suoi bisturi e respingendo l’atto osceno e disgustoso di declamare a servizio, percepito come forma di dominio che l’avrebbe definitivamente sconfitto.

La poesia, in quanto scarto, atto inspiegabile che riattiva il pensiero, può essere la via maestra per aprirci gli occhi sulle piramidi di cacca dalle quali siamo circondati? Direi di sì, quando ce le mostra per quelle che sono con una forza che arriva, senza necessità di ulteriori spiegazioni, al punto più embrionale del nostro essere umani. Seguendo i fili di una storia che dal racconto socio-politico approda alla sci-fi, appare definitivamente più chiaro come la lingua poetica e gli immaginari che ne scaturiscono possano sprigionare la verità nascosta in un senso assolutamente non cristiano di solidarietà tra viventi imperfetti, totalmente non decoroso di critica all’autoritarismo capitalista, del tutto non contemporaneo di scoperta della propria autenticità nella crisi e nel dolce oblio del preferirei di no.

 

Roberta Vigliotti, Niente, 2017

 

Strategie di rimozione per posizionamenti radicali
Janne Teller, Danimarca, Niente

Ringraziamo le divinità norrene per aver plasmato l’Europa settentrionale! Società irreprensibili in materia di organizzazione del lavoro, accesso al welfare, autonomia e autodefinizione degli individui, resa funzionale degli spazi pubblici e privati. Per aver temprato animali umani capaci, in notturna, di fare sci di fondo con meno venti gradi, tuffarsi in déshabillé in laghi ghiacciati senza prendersi il raffreddore, amare la bicicletta più di qualsiasi altro mezzo di locomozione.

Poi, ringraziamole per aver lasciato loro una zona umbratile, tanto più profonda e segreta quanto più bionda e tonica è la scorza che la contiene.

Libro crudelissimo e terribile, Niente sembra parlarci di ciò che Freud intendeva quando definì la natura infantile perversa polimorfa. Tutto nasce quando il più radicale fra i bambini di un villaggio fuori dal tempo e senza luogo, il novello stilita Pierre Anthon, si arrampica su un albero e decide, appunto, di non fare più niente. La personificazione dell’inutilità del nostro agire di operose formichine (e la presa di coscienza dell’esistenza di un’alternativa) crea un grosso scompenso nella comunità infantile che lo circonda, tutta presa dalla costruzione della propria futura adultità attraverso l’ammucchiamento di cose che contano. Il turbamento è talmente intollerabile da indurre queste piccole persone a sacrificare i propri beni più preziosi (da una paio di scarpette alla bara riesumata di un fratellino) per la costruzione di una montagna di significato da contrapporre all’apparente assenza di senso della quale Pierre Anthon è il massimo profeta. Il monte sacro, pieno di tutto ciò che in un futuro molto vicino potrà essere monetizzato, dovrebbe convincere il bambino a scendere dall’albero, ma soprattutto salvare tutte le altre esistenze in boccio dal dubbio di aver già iniziato a raccogliere chimere.

Il signore delle mosche ci aveva messo a confronto con l’autodeterminazione infantile, ma Janne Teller ci introduce alle barbarie dell’età dello sviluppo saltando a piè pari l’espediente dello stato di natura: le azioni più atroci vengono commesse negli interstizi di un mondo sistematizzato, abitato da adulti anestetizzati, che desiderano così tanto l’innocenza dei cuccioli (e dove si colloca quel residuo di salvezza se non nel fanciullino interiore?) da non essere ancora in grado di accettarne la spietatezza senza colpa. La visione su quello che c’è oltre il delirio di accumulo e sopraffazione pare, invece, essersi fatta più cristallina per chi ce lo racconta, che vive dove secoli di venti freddi hanno forgiato il carattere e le parole sono secche come stilettate.

PS: in Freud la perversione indica uno stato di ricerca del piacere libero da necessità riproduttive – quindi tutto ciò che esiste oltre la sessualità genitale, e polimorfa è la diffusione delle zone erogene in tutto il corpo. Questo stato di libertà libidica non è più recuperabile superati i primi anni di età, perché il patto sociale, che si basa sul controllo, comporta un adeguamento e un nascondimento della nostra più intima natura, da coprire come le gambe di tavoli e sedie in epoca vittoriana. La libido è energia vitale, di cui la parte sessuale non è che una componente minima. Mangiare, oziare, dormire, farsi accarezzare dalla brezza, riconnettersi con un odore familiare, tutto questo è libido, contatto intimo con il proprio corpo libero e con il godimento che può sprigionarsi in condizioni improduttive – come quelle che può sperimentare chi decide di sedersi sul ramo di un albero e non fare più niente.

 

Kristopher Cook, Out, 2019

 

Sulla sindrome di Stoccolma
Natsuo Kirino, Giappone, Le quattro casalinghe di Tokyo

Sottile il confine tra eros e thanatos. A volte così sottile da far sì che i due principi coincidano, quando il massimo dell’espressione amorosa – per sé e per l’altro da sé – collima con la morte. Natsuo Kirino tratta, a partire da un titolo patriarcalmente forviante (in originale アウト Out), qualcosa che ha ben poco a che fare con le casalinghe, ma molto con il delicatissimo tema del consenso e della violenza come atto erotico e strada per il riscatto. Moralmente dove ci collochiamo? Esiste una furia che può essere giustificata, perché voluta da tutte le parti in causa? Un impeto desiderabile in quanto unica via per l’emancipazione da una condizione di sfruttamento, da quelle scelte di adeguamento al buon vivere che lentamente si trasformano in stillicidio identitario? La storia della società giapponese ci narra di una comunità soverchiata dalle apparenze, tanto da aver annullato l’esistenza di un paesaggio collettivo per pensare le rivoluzioni. Ordine, rispetto delle regole, ruoli sociali e familiari rigidi, stili ben definiti che non lasciano spazio. Se non all’insurrezione del singolo.

Quattro donne, tra odori nauseabondi, sono impiegate notturne in una squallida fabbrica di preparazione di bento. Si muovono come fantasmi nelle proprie esistenze, all’ombra di figli irriconoscenti e uomini brutali. La prima, Masako, sembra saper scegliere ciò che è giusto, non importa quanto in disaccordo con l’ipocrisia perbenista. La seconda, Kuniko, è una vittima, una piccola donna che riempie i vuoti con oggetti e cibo spazzatura. Yoshie, la maestra, guida la catena di confezionamento del cibo, e si occupa di una madre allettata e di un nipote abbandonato. Yayoi, bellissima e delicata, madre di due bambini, chiede aiuto alle altre quando decide di aver sopportato abbastanza e uccide il marito fedifrago. Per la compagnia tutto ciò che l’opificio ha insegnato diventa improvvisamente prezioso nel campo nuovo dell’occultamento cadaveri, tanto che le quattro, con alterne fortune, avviano un’attività al soldo della yakuza. Dell’omicidio viene però accusata la persona sbagliata, un individuo dedito all’illecito e alla vendetta, che, trasformandosi da persecutore in redentore, si rivelerà essere il complemento di Masako, lo sposo perfetto per le sue nozze di sangue.

A Tokyo, nel segreto di deliziose piccole case, i bagni sono usati per sezionare corpi, nelle camere da letto giacciono vecchie signore con pannoloni pieni di escrementi, nelle cucine una cintura può essere impiegata per strangolare un uomo: l’importante è che tutto venga poi ripulito e i piani risultino lindi e splendenti agli occhi dei graditi ospiti. Noi, custodi del segreto domestico, superato lo spaesamento per la determinazione dimostrata da queste donne con la grazia lieve dei giunchi, ci collochiamo irrimediabilmente dalla loro parte. L’impianto borghese non conosce frontiere, sappiamo bene perché hanno ragione, conosciamo già tutto dei motivi alla base di questa sconfinata solidarietà.

Will Ferguson, nel suo racconto Autostop con Buddha, ad un certo punto del viaggio chiede a una persona se ritiene che il distacco formale dei giapponesi possa essere spiegato più dall’arroganza o dall’insicurezza. L’interlocutore, nato e cresciuto in Giappone, gli fa notare che la domanda è mal posta, perché i giapponesi non sono, in realtà, che l’insieme delle due cose. Non pare quindi aver più senso chiedersi se la scelta per amare sé e altro da sé debba essere tra fusione o distruzione, tra eros o thanatos. Beyond borders esiste un’opzione che abbraccia entrambe le possibilità.

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Letture:
Hanya Yanagihara (2016), Una vita come tante, Sellerio
Sheng Keyi (2019), Fuga di morte, Fazi Editore
Janne Teller (2014), Niente, Feltrinelli
Natsuo Kirino (2016), Le quattro casalinghe di Tokyo, BEAT Edizioni

Visioni:
Pia Taccone
Roberta Vigliotti
Sheng Keyi
Kristopher Cook