Il cerchio chiuso

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Fabian Going To the Dog (forma idiomatica quest’ultima che sta per andare in malora) è un period drama di Dominik Graf girato nel 2021, in quello stesso anno presentato in concorso al Festival di Berlino, e finalmente uscito nelle sale italiane (non molte purtroppo) a partire dal 18 agosto.

Tratto dal romanzo quasi omonimo di Erich Kastner (Fabian, Die Geschichte eines Moralisten) scritto nel 1931 e ambientato in quello stesso anno nella contraddittoria Berlino degli ultimi anni della Repubblica di Weimar, sembra svilupparsi come una sorta di assedio intorno a quella data cruciale, in cui precipitano da una parte le identità ferite dei singoli, e dall’altra gli umori di una società decomposta, lucidamente e quasi consapevolmente autodistruttiva e che, tra miseria, disoccupazione e inflazione galoppante, attendeva, senza più forze o antidoti, l’inevitabile suo ribaltamento sotto il giogo delle Camice Brune che già ne percorrevano le vie.

 

 

Una narrazione che è come il gorgo di un fiume opaco, quale quello che domina le ultime scene del film, un cerchio chiuso dunque da cui non si esce più, poiché è ormai troppo tardi per tutti e per ogni diversa via di salvezza. 

Fabian, il protagonista, è un aspirante letterato che, di giorno, lavora come pubblicitario in una industria di sigarette di Berlino, in cui si è trasferito da Dresda, e soprattutto è un testimone ormai disincantato, ma che nel contempo non sa e non vuole rinunciare ai propri e più profondi principi, in questo, e non solo in questo incorporando anonimi ed indiretti riferimenti alla biografia di Kastner, che fu oppositore al Nazismo ma che, pur perseguitato, non abbandonò la Germania.

La notte, insieme al suo amico Labude, mimetico riflesso del suo stesso spirito sempre sul punto di andare in frantumi come uno specchio malamente rovesciato, si immerge nella rutilante e corrotta Berlino di quegli anni, sorta di Sodoma e Gomorra al centro di una Europa che, di lì a qualche anno, brucerà nel fuoco di una nuova immane tragedia.

Durante una di queste notti incontrerà Cornelia, aspirante attrice la cui ‘pulizia’ interiore, straordinariamente, non sarà intaccata dai compromessi cui è costretta, e se ne innamorerà di un amore che li unirà per sempre ma che insieme ne separerà le vie.

 

 

Educazione sentimentale ovvero Perdita dell’innocenza?

Sono elementi narrativamente presenti ma non prevalenti, poiché Fabian, il principale protagonista, è più che un testimone, è una sorta di giudice che non si lascia travolgere pur soccombendo, e che resta come l’ultimo inutile saggio in un mondo in dissoluzione, un saggio, un onesto che, come i pochi rintracciati nella biblica città, ora non serve ma tornerà utile quando la tempesta sarà passata.

Psicologicamente, esistenzialisticamente e anche metafisicamente è la rappresentazione di esserci che conservano una loro paradossale purezza in un mondo oscuro e con poche vie d’uscita, se non la morte rivendicata quasi come una vittoria, cercata o casuale che sia.

Ma è anche uno sguardo sui meccanismi sociali e storici che talora, innescati dalla ignavia o dalla paura, travolgono la libertà sociale e la offrono in pegno ad un ordine che ci consegna alla tranquillità di una ‘serena’ schiavitù.

 

 

È un film complesso, nel senso della struttura dinamicamente plurisignificante, che sintatticamente ripropone la razionale distanza dell’approccio letterario di quell’epoca, insieme ai temi di un modernismo un po’ freddo e omnicomprensivo, che qualche brivido suscita lasciando trasparire somiglianze profonde e drammatiche, anche dal punto di vista figurativo a partire da vestiti e oggetti, con gli anni che stiamo ora vivendo, forse volendo e sapendo efficacemente metterci in guardia.

La lunga sequenza iniziale ne è indicativo segnale.

Una fotografia dai toni pastosi e grotteschi che riporta alle immagini di Grosz, accentua poi un percettibile senso di straniamento, che ovviamente ricorda tributi brechtiani ma anche modalità narrative che ci indicano Erich Maria Remarque e poi Thomas Mann.

Ma è anche un film che riesce a ricollegarsi, come in un circuito elettrico improvvisamente riattivato, con la tradizione dell’illuminismo tedesco (l’opera di Lessing è l’oggetto degli studi dell’amico Labude) e dei suoi esiti nel poliedrico romanticismo di Schiller, Von Kleist e soprattutto del Goethe de Le affinità elettive, ripetutamente evocate in quella sorta di ossessione per l’acqua, per ciò che è liquido come quella (e questa) società, che percorre in sottotraccia tutti gli eventi e gli snodi della bella sceneggiatura.

 

 

Con modalità narrativa che sanno essere popolari senza essere popolaresche, è pertanto un film che, come carta assorbente, sa tenere insieme le evidenti suggestioni storiche con riferimenti filosofici, sociali e anche psicologici e psicoanalitici creando nel contempo, con caratteristiche tipiche della migliore tradizione culturale tedesca, un racconto ben strutturato e coerente.

La regia è efficace e trae dal romanzo una sostanza narrativa essenziale, segnata da una certa irriducibilità esistenziale, a cui i tre protagonisti principali danno il contributo di una recitazione di grande qualità; il loro amalgama rende, per concludere, la durata di quasi tre ore del film in fondo coerente e necessaria, senza che la stanchezza prevalga sulla nostra attenzione e sulla nostra attrazione.

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Titolo originale Fabian oder Der Gang vor die Hunde. Regia Dominik Graf. Sceneggiatura Constantin Lieb e Dominik Graf. Basato su Fabian. Die Geschichte eines Moralisten
di Erich Kastner. Con Tom Shilling, Albrecht Schuch, Saskia Rosendahl, Michael Wittenborn, Petra Kalkutschke, Elmar Gutmann, Aljoscha Stadelmann, Anne Bennent, Meret Becker. Fotografia Hanno Lenzt. Musica Sven Rossenbach Florian Van Volxem. Montaggio Claudia Wolscth. Scenografia Claus-Jurgen Pfeiffer. Costumi Barbara Grupp. Suono Martin Witte e Michael Stecher. Durata 176 minuti.

 

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

1 commento

  1. Carissima dott.ssa Pesce e terribile pensare che tutto si stia ripetendo,spero che questa volta il cerchio non riesca a chiudersi del tutto…Mi spiace non essere riuscito a vederlo,d’altrondre non è’ stato per nulla bublicizzato.Un forte abbraccio Roberto

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