900fest tra Fascismo, Resistenza e attualità: parola al Professor Dino Mengozzi

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Sfilata fascista (Quirinale)

 

Dal 26 al 29 ottobre sarà di scena a Forlì la nona edizione di 900fest – Festival di Storia del Novecento, che quest’anno avrà come titolo Fascismi e internazionalismo democratico. Nella cornice di Palazzo Romagnoli, nella mattina di giovedì 27 ottobre prenderà la parola il Professor Dino Mengozzi, ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Urbino Carlo Bo.

La sua lezione sarà intitolata Il primo antifascismo in Romagna: l’Uli, il Pil e i Generali inglesi.

Da sempre interessato a temi di Storia Sociale, il professor Mengozzi si è dedicato in particolare al rapporto tra politica e religione in età moderna e contemporanea. Dopo innumerevoli studi e monografie sulla Rivoluzione Francese, sull’Ottocento e sul Novecento, l’ultimo libro del Professore, edi da Il Ponte Vecchio, si intitola Lenin e Oriani. Il «corpo sacro» del leader nelle religioni politiche del Novecento. Il saggio studia le modalità in cui due dittature, il fascismo di Mussolini e il comunismo di Stalin, hanno creato veri e propri culti religiosi in figure di precursori politici del loro movimento (nel nostro caso Oriani per Mussolini e Lenin per Stalin), al fine di dar corpo a un consenso personale forte e non solo legato alla “razionalità”.

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Buongiorno Professore, partirei dal titolo della sua Conferenza al 900fest, Il primo antifascismo in Romagna: l’Uli, il Pil e i Generali inglesi: ci potrebbe fornire un’anteprima di quello che andrà a trattare giovedì 27 ottobre?

Si tratta di uno dei momenti maggiori dell’intera storia della resistenza italiana, il salvataggio di un intero stato maggiore britannico, che si era rifugiato sull’Appennino sopra Santa Sofia, a partire dall’8 settembre 1943. Gli alti ufficiali, catturati durante le operazioni militari in Africa, erano stati internati in Italia. Liberati dai campi di prigionia all’atto dell’armistizio erano stati indirizzati prima a Camaldoli e poi collocati dai monaci presso famiglie montanare sicure, dalla Seghettina a Strabatenza, per sfuggire alla cattura dei soldati della Wehrmacht. Una trentina di alti ufficiali, tra i quali undici generali. Il più prestigioso di costoro era senz’altro il generale Neame, già comandante del fronte mediorientale, uno che dava del tu al generale Alexander e che sarà ricevuto subito da Churchill, appena raggiunte le linee alleate nel dicembre 1943.

Sarà proprio il Diario di Neame a testimoniare, con parole di elogio, la rete antifascista che aveva permesso la protezione e il salvataggio di questo Quartier generale britannico. È questa fonte insospettabile a rivelare la presenza di vecchi leader popolari e la forte presenza dell’Unione lavoratori italiani (Uli), cui si affiancherà il movimento Popolo e libertà (Pl), due movimenti sorti in Romagna ben prima della caduta del fascismo e caratterizzati da un variegato orientamento liberal socialista e repubblicano e da un cattolicesimo sociale. Questa rete di oppositori al fascismo arriverà a disporre nella primavera del 1944 di un’ala militare, nel gruppo di Silvio Corbari e nel Gruppo Romagna di Libero, entrambi intenti a costruire un esercito antifascista in collegamento con gli Alleati.

 

 

In particolar modo mi colpisce il rapporto che ci fu nelle nostre montagne durante la Resistenza tra l’Abate di Camaldoli e i membri dell’Antifascismo locale: potrebbe soffermarsi su questo punto?

La comunità dei monaci e in particolare il suo priore mostrarono di possedere avvedute conoscenze dei leader naturali di quelle popolazioni, che erano rimasti quelli del prefascismo, in particolare l’avv. socialista Torquato Nanni e il repubblicano Tonino Spazzoli, poi i giovani dell’Uli come Pietro Spada di Cesena. Costoro sono gli abili tessitori di una trafila che collega la montagna alle città della riviera e di qui alla linea del fronte a Sud, e che conta sull’intraprendenza di Bruno Vailati, capace di agganciare il servizio segreto britannico, ma soprattutto personaggi di ogni ceto, da certi ricchi albergatori di Cattolica e Rimini al tassista Alfredo Lisotti di Pesaro, che pagherà con la vita la sua generosità, all’intraprendente frate camaldolese don Leone Checcacci, che giunto al Sud si arruolerà come cappellano militare nel ricostituito esercito italiano al Sud, il Corpo italiano di liberazione, patrocinato da Benedetto Croce.

Le vorrei chiedere inoltre che rapporto c’è tra lo studio della Storia e la nostra attualità: come la ricostruzione del passato può essere importante per la comprensione del nostro oggi, anche alla luce dei fatti che avvengono in Ucraina?

Intervistato recentemente da Federico Rampini, per il Corriere della Sera Henry Kissinger, maestro riconosciuto della moderna diplomazia, ha sostenuto che tre sono le chiavi per fare politica estera: “Studiare la storia. Studiare la storia. Studiare la storia”. Se in quel “fare” vogliamo mettere anche il “capire” la politica estera, allora forse il profilo culturale delle classi dirigenti può divenire un elemento altrettanto importante. A me sembra che il problema storiografico essenziale sia costituito dalla “svolta” di Putin, la sua rinuncia alla modernità e con lui la resa di un’intera classe dirigente. Prenderei un luogo spia come la considerazione della corporeità o lo statuto del corpo. Mi stupisce leggere l’orrore di Putin per la nuova dimensione dell’individualità, rivelata dal corpo edonista occidentale, in termini di libertà personale e di stile di vita. Le invettive contro l’omosessualità maschile e femminile non sono che un corollario della battaglia contro l’indipendenza degli individui.

In questo Putin si colloca in piena continuità con l’antindividualismo di Stalin e della tradizione leninista. In fondo l’uso del terrore non è diverso dall’esaltazione della bomba. Se le purghe staliniane frantumavano il tessuto sociale condannando gli individui in uno stato d’incertezza permanente, nel terrore di essere prelevati e di sparire nel silenzio di qualche campo d’internamento; l’esaltazione dell’onnipotenza dello Stato, evocata da Putin mediante il possibile impiego della bomba atomica, ha lo stesso effetto annichilente dell’individualità: sorta di Dio punitore dei nemici, quali che siano, fuori e dentro i confini nazionali. In questo quadro, lo scarto con l’Ucraina non potrebbe essere più emblematico, cioè con quello Stato che ha abbracciato la modernità occidentale, il valore della libertà individuale; che si sente europeo e vuole entrare nell’Unione europea.

 

bambina holodomor

 

Il 900fest quest’anno richiama il centenario della Marcia su Roma. Durante i suoi studi si è soffermato molto sul rapporto tra politica, religione e società anche durante il fascismo. Potrebbe parlarci un po’ della “religione civile” fascista?

Distinguerei fra “religione politica” e “religione civile”, la prima propria degli Stati totalitari, l’altra invece praticata dai paesi liberal-democratici. Il discrimine è nel ruolo dell’individuo, se l’una mantiene la libertà del singolo all’interno dei cerimoniali collettivi, la religione politica fascista è esattamente il contrario, l’eliminazione della volontà del singolo all’interno dello Stato-Partito. Perfino il tempo libero è organizzato per non lasciare nessuno solo con se stesso. Di qui il sospetto per chi non partecipa, non importa se non tesserato al Partito. In questo senso il fascismo è una lunga, ventennale cerimonia collettiva, spesso recitata intorno alla morte o ai morti. Il fascismo si appropria delle tombe, riseppellisce i morti dei Risorgimento (Mameli, Anita Garibaldi), della Grande guerra, i propri caduti, i pensatori da mettere sui monumenti come Oriani al Cardello, sopra Faenza. Perfino il Milite ignoto è ritoccato. La religione politica fascista cerca qui le proprie sacre reliquie da venerare, il cui centro di emanazione è costituito dal corpo statua di Mussolini. Non dissimile in questo dalla mummia di Lenin, che il comunismo sovietico ha messo nel 1924 sulla Piazza Rossa a Mosca.

Ma il cerimonialismo può provocare un’eterogenesi dei fini, specie verso certi settori della popolazione. Per   esempio, finisce col trascinare fuori di casa le donne e costituisce nuove occasioni d’incontro fra i giovani e una sessualità più disinvolta rispetto alla rigida morale sessuale tradizionale.

 

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L’ultima domanda è sui giovani. Come possiamo coinvolgerli nello studio della Storia?

La storia è viva quando non è consolatoria, ma sa porre problemi, esercitare una capacità critica e di conoscenza del passato. Un problema, ad esempio, è che non sempre l’antifascismo costituisce una evoluzione sul fascismo, almeno in certe zone del costume. Alludo al tema della libertà delle donne, sollecitate a un nuovo protagonismo sociale dalla seconda guerra mondiale.

Un antifascista come Spallicci le sospetterà di essere all’origine della crisi della famiglia, per aver troppo amoreggiato con gli invasori e avere perduto le antiche virtù usando trucchi per il viso e il rossetto sulle labbra. L’antifascismo anticipava così quella ventata di moralismo oppressivo, che possiamo vedere nei film del neorealismo degli anni ’40 e ‘50. Verrebbe da dire che se non siamo finiti tutti in un qualche convento rosso o nero, lo dobbiamo solo al coraggio di quelle ragazze che sfidarono le convenzioni partecipando al Concorso di Miss Italia.

 

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