Verso un altro mondo, il rinnovato festival nell’Appennino

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Beatrice Bruni, opera di Emanuela Baldi e Cecilia Lattari

 

“Vorremmo che non fosse un evento unico, in spot, ma che sia vissuto quotidianamente e costruito giorno per giorno. In aree non urbane c’è bisogno nel quotidiano di mescolare le persone all’interno di un percorso poetico più grande”, così Azzurra D’Agostino, presidente dell’associazione Sassiscritti parla della nuova edizione del Festival Verso un altro mondo, che si svolgerà dal 6 al 9 ottobre nell’Appennino bolognese.

Una nuova edizione a tutti gli effetti che evidenzia le sue novità e il suo cambio di paradigma rispetto al passato cambiando il nome stesso del festival: non più L’importanza di essere piccoli, bensì Verso un altro mondo, con l’idea di offrire un maggiore spazio di dialogo e di confronto con e tra gli artisti e i pensatori partecipanti per dialogare sul tema dell’andare “verso” e per riflettere su quale sia “l’altro” mondo possibile.

“La nostra associazione Sassiscritti ha organizzato per dodici anni un Festival che si chiamava L’importanza di essere piccoli”, racconta Azzurra. “Si trattava di poesie e musica nei borghi dell’appennino. Negli ultimi due anni però abbiamo iniziato a modificare questo festival, trasformandolo più in un aspetto residenziale e di confronto tra gli artisti e gli abitanti. Questa necessità si è fatta sempre più forte da desiderare di iniziare un nuovo percorso che si chiama Verso un altro mondo e che prende le mosse dai cambiamenti nel mondo evidenti a tutti degli ultimi anni e da un’evoluzione dell’associazione stessa. Si sentiva il bisogno, dentro e fuori l’associazione, di approfondire l’aspetto di dialogo e di stanzialità. Noi per tutto l’anno proponiamo azioni, per cercare di colmare alcuni vuoti che ci sono in questa zona a livello artistico e culturale, e abbiamo pensato che questo aspetto potesse rafforzarsi in un festival che fosse anche frutto del lavoro fatto durante l’anno”.

 

Azzurra D’Agostino

 

Quindi la novità di quest’anno è la residenza artistica e l’incontro con gli artisti?

“Sì, esatto. La nostra zona è molto grande e vuota, l’appennino è un territorio enorme, ci sono moltissimi comuni con pochi abitanti e non c’è una grande attenzione ad esempio per il teatro né la possibilità di vedere molte cose. Ma soprattutto non c’è l’idea che il teatro sia anzitutto ricerca, creazione di qualcosa di nuovo. Per questo motivo quest’anno inizia questo esperimento in cui il Teatro dei Venti di Modena è invitato per quattro giorni a condurre la ricerca sullo spettacolo La misura umana presso il Teatro di Castiglione dei Pepoli. La particolarità è che le porte del teatro sono aperte quindi è possibile entrare, prendere parte attivamente. Come associazione ci stiamo ponendo delle domande politico-poetiche che riguardano sia il fare artistico che quello che viene chiamato il terzo settore: come si cura una comunità? Che cosa significa abitare? Come si abita un Paese? Domande che riguardano sia la ricerca de La misura umana sia quella di Sassiscritti. Questa occasione dà la possibilità alle persone di vedere come funziona la ricerca teatrale e di porsi a propria volta le stesse domande. Si potrà quindi prendere parte ai lavori e poi al dialogo successivo durante il quale la compagnia si ferma e dialoga con il pubblico. Si tratta di un momento di costruzione collettiva di un pensiero su cosa significa abitare un luogo marginale come questo e su come ci si prende cura di una comunità”.

I momenti di dialogo e di confronto vedranno come protagonisti l’organettista Alessandro D’Alessandro, gli studiosi di aree interne Antonio De Rossi e Laura Mascino, il musicista Carlo Maver, la poetessa Ida Travi, l’Atelier di arti espressive MUTAFORMA e le compagnie teatrali Teatro dei Venti e Teatro Patalò. Tuttavia, accanto a questi momenti e alla ricerca artistica, non mancheranno neanche i tradizionali trekking artistici. In programma infatti due trekking, uno pomeridiano e uno notturno nelle giornate di venerdì 7 e sabato 8 ottobre, che prevedono lungo il percorso alcuni interventi artistici.

“Se uno viene in Appenino, la natura è la protagonista”, racconta Azzurra. “È parte attiva, è come un abitante. Siamo immersi in una natura molto poco addomesticata, prepotente se vogliamo, perché è davvero ovunque e fa parte, nel bene e nel male, della vita. Non è possibile ignorarla. Per cui ci piace l’idea che quando si attraversa si possano mescolare cultura e natura. Per questo all’interno delle passeggiate abbiamo sempre fatto delle piccole tappe poetiche o musicale o con delle istillazioni, nelle quali ci fosse un dialogo anche con il paesaggio. Questo viene quest’anno ripreso e rafforzato perché è un punto a cu teniamo molto, perché è fondamentale nell’habitat che è questo luogo”.

Il Festival viene definito festival artistico e di poesia. Spesso, quando parliamo di poesia, abbiamo in mente un modello statico, invece come la poesia si trova all’interno di diversi generi artistici?

“La poesia può essere un linguaggio formalizzato quando è qualcosa che ha a che fare con la parola, ma può essere anche uno sguardo sul mondo. Non si tratta solo di scrivere qualcosa ma di creare una lingua e di trovare le parole che si possono comporre in una forma chiusa o possono anche andare in circolo e rifondare il linguaggio per una piccola comunità. Questo lo può fare l’arte in vari aspetti: naturalmente il teatro ha molto a che fare con questo ma anche la musica. Poesia è anche semplicemente riuscire a guardarsi in viso, stare intorno al tavolo insieme e parlare di temi che non sono solo del quotidiano”.

 

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