Dieci minuti, non bastano

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Sguardi in camera – Dieci minuti non bastano - © Fondo Vincenzo Stinchi, Ravenna, 8mm, s.d.

 

Potrei stare dieci minuti con la macchina da presa
davanti a dei bambini che giocano.
(Cesare Zavattini, 1967)

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Partiamo dalla frase di Cesare Zavattini come spunto per mettere in successione idealmente quattro diverse sequenze di pellicole di famiglia, come se stessimo montando un film.

Reggio Emilia, 1957: Dino Menozzi riprende da una finestra alcuni bambini che giocano tra le pozzanghere di un cantiere e costruiscono ponti, strade e ruscelli. La sequenza dura 18 secondi poi la cinepresa inquadra un vaso con dei fiori, sistemato sulla finestra… Ci domandiamo perché il cineamatore non abbia continuato a filmare con la sua cinepresa 8mm i giochi dei bambini e invece abbia distolto l’obiettivo per spostarsi a riprendere un oggetto statico, quotidiano, come un vaso illuminato dal sole su un davanzale.

Boretto (Reggio Emilia), 1964: gli stessi interrogativi ce li poniamo vedendo le riprese di Renzo Agosti ai due figli che giocano sulle rive del fiume, mentre si coprono e ricoprono di sabbia. Ci chiediamo incuriositi: ma cosa può essere successo dopo?

Bellaria (Rimini), 1949: Roberto Spartaco Scarpellini filma una bambina, in una bella giornata estiva che nel suo gioco imita il lavoro dei grandi: lava su un’asse un costume, strofina il sapone prendendo l’acqua dalla grossa bacinella in legno. La protagonista sa di essere ripresa, c’è consapevolezza, guarda la cinepresa, esegue il gioco-lavoro del bucato con cura e attenzione. La sequenza dura 20 secondi, dopodiché si interrompe, non sappiamo più cosa succede.

Un altro cineamatore decide di riprendere i giochi dei figli dalla finestra del suo palazzo (negli anni Sessanta i bambini giocavano nei cortili, in strada, negli spazi pubblici). Daniele Brandi si affaccia alla finestra, nascosto dalla moglie, e riprende i bambini che giocano in basso, nel prato. Siamo a Ravenna, 1960, nel villaggio Anic, un quartiere ai margini della città, nato per i lavoratori dello stabilimento voluto da Enrico Mattei. Daniele Brandi viene scoperto, i bambini lo vedono e mettono in scena un ballo, un twist, per essere ripresi dal cineamatore.

La ripresa si interrompe e anche in questo caso non sappiamo come è proseguita l’azione, se i bambini hanno proseguito nel loro twist improvvisato, o sono corsi via.

Quattro sequenze girate in anni e luoghi diversi per scoprire come il cinema di famiglia si sia cimentato anche nel racconto della realtà più quotidiana e non solo dei momenti felici e importanti del ménage domestico: i primi passi dei bambini, i battesimi, le comunioni, le feste, cioè quelle ritualità e quelle cerimonie degne di essere ricordate. I cineamatori, nei casi descritti sopra, riprendono la vita di tutti i giorni quindi anche i giochi dei bambini, sono situazioni non preparate, non studiate, senza alcuna messa in scena.

Nel 1949 o nel 1960 non era così consueto filmare bambini che giocavano spontaneamente.

Semmai i bambini erano ripresi nei contesti e nelle situazioni riconosciute come importanti: la nascita, la prima pappa, i primi passi, il primo giorno di scuola.

Quelle sequenze riviste oggi ci appaiono inconsuete, abbiamo difficoltà a comprendere le motivazioni che portarono i cineamatori a decidere a priori cosa dovesse essere filmato e di conseguenza rappresentato, ricordato, conservato.

Lo scarto è tanto più forte perché oggi siamo invasi da reel e stories di bambini, genitori che riprendono i propri figli, che ci parlano e interpellano direttamente rivolgendosi all’obiettivo dello smartphone, che interagiscono con il genitore-operatore, riprese che circolano in maniera massiccia sui social. A volte sono gli stessi bambini-ragazzini che si riprendono, che imitano il mondo dei più grandi, degli influencer più noti e seguiti. Con le tecnologie oggi a disposizione sarebbe molto più semplice e più economico realizzare riprese dei nostri bambini, riprendendo per intero i giochi in tempi lunghi, dilatati. Queste immagini in movimento poi si disperdono, non sempre vengono conservate, immagazzinate e archiviate negli hard disc, la tecnologia evolve rapidamente e non siamo più in grado di stare al passo con queste trasformazioni.

Mentre negli anni Quaranta ma anche Cinquanta e Sessanta, a riprendere bambini immersi nel gioco era quasi un atto “rivoluzionario”. Utilizzare, decidere di “sprecare” 15 metri di pellicola (4 minuti di una bobina, un carter) per un’attività così quotidiana e banale come dei bambini intenti al gioco, poteva sembrare incomprensibile. È lo stesso Zavattini che ce lo ricorda: Potrei stare dieci minuti con la macchina da presa davanti a dei bambini che giocano.

La sua affermazione adesso ci appare meno provocatoria rispetto a quando venne pronunciata nel 1967: allora lo era ed esprimeva tutto il suo pensiero sull’altro cinema1!

Cesare Zavattini – Za, come lui stesso amava firmarsi – è stato un grande intellettuale del 900, non solo perché è considerato il padre del neorealismo cinematografico, sceneggiatore di Ladri di biciclette (1948), Umberto D (1952, ecc., ma fu anche poeta, pittore, scrittore, giornalista, agitatore culturale, soprattutto attento teorico del cinema e delle sue pratiche, ha incoraggiato giovani autori a scendere in strada, a inseguire la realtà, a pedinare i personaggi, perché la realtà è immensamente più interessante della finzione.

Tra i primi a teorizzare il concetto di altro-cinema, auspicava un uso democratico dei mezzi cinematografici, un uso allargato, allontanandosi così dal mito del cinema di finzione con i suoi apparati produttivi e tecnici pesanti. Teorizzava che tutti potessero impugnare le cineprese, leggere, amatoriali, per narrare-filmare la quotidianità, sperava che ognuno così avrebbe avuto cura e attenzione nel raccontare la propria storia, una maggiore consapevolezza. Con l’avvento dei formati amatoriali, 8mm e Super8, la sua utopia in parte si è realizzata.

Ma ciò, vale anche per il cinema di famiglia? I cineamatori che filmano con le pellicole 8mm, super8 e in alcuni casi 9,5mm erano veramente interessati a documentare la realtà, la vita che scorre davanti, osservando con attenzione gli eventi?

Le prime cineprese per i “dilettanti” entrano in commercio negli anni trenta, prima 9,5mm, poi 8mm e Super8. I cineamatori usano le cineprese, girano immagini in movimento, per riprendere eventi e ritualità che ritengono importanti e degne di restare nella storia della famiglia: eventi come nascite, matrimoni, viaggi e gite.

Mentre la quotidianità per lo più resta fuori dall’obiettivo delle cineprese.

Sono per lo più sequenze in movimento paragonabili ad una fotografia animata, ad un album di famiglia in movimento, da proiettare nei salotti domestici grazie all’apparato del cineamatore: schermo autoportante, cine-proiettore, la famiglia, i famigliari e gli amici in platea, addirittura in alcuni casi anche con la musica riprodotta ad hoc con dischi in vinile.

Ma a volte si scoprono delle eccezioni, delle singolarità: nei film di famiglia la vita reale, quotidiana, irrompere nelle riprese, l’obiettivo del cineamatore riprende la realtà con una adesione diversa. E allora la provocazione di Zavattini ritorna di grande attualità.

Perché non riprendere i giochi dei bambini? Perché non usare la cinepresa per filmare gesti quotidiani, addirittura consueti e banali, come i figli mentre giocano? Come affermerebbe lo stesso Zavattini: perché “Il banale non esiste. Ogni momento è infinitamente ricco”.

Dai fotogrammi ricavati da una pellicola 8mm girati dal cineamatore ravennate Vincenzo Stinchi nel 1956, scopriamo tre bambini che giocavano in cortile, saltano con la corda, senza distinzione tra giochi per maschi e femmine, ripresi di nascosto dal padre posizionato in alto. Un padre-cineamatore che si ferma e osserva la realtà per documentare un momento importante come il gioco di tre bambini in cortile. Il gioco è un’attività fondamentale, il gioco libero non strutturato, inventato e creato con altri bambini, per scoprire e immaginare altri mondi, fingere di essere altri, inventarsi ruoli e situazioni.

 

Cesare Zavattini

 

La frase di Zavattini non ha perso la sua carica utopistica.

Prendiamo i nuovi dispositivi di ripresa, uno smartphone, una macchina fotografica, un tablet o altro, e usiamoli per filmare i nostri bambini oggi mentre giocano, con tutta la cura e l’attenzione possibile, senza l’ansia di interrompere la scena, superando i dieci minuti di ripresa continuativa; inquadriamo i loro volti, soffermiamoci sui gesti, i movimenti, le interazioni con gli altri, registriamo le voci e le urla. Non interveniamo nel loro gioco, catturiamo la situazione, il quotidiano e lo straordinario, ma forse dieci minuti non basteranno!

Nota a margine.

Le sequenze sono parte del portale Memoryscapes, un archivio narrativo con percorsi tematici per esplorare il mondo dei film di famiglia e amatoriali del Novecento, con una selezione e una ricerca di più di 2.000 clip. Memoryscapes è il frutto di un lungo lavoro di ricerca, selezione, descrizione, digitalizzazione ed edizione video di pellicole Super8, 8mm, 16mm e 9,5mm girate tra gli anni ‘20 e gli anni ‘80 del XX secolo, e conservate da Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, a cui anche noi di Sguardi in camera abbiamo partecipato.

1 Alcuni consigli per capire meglio Zavattini: un film di Ansano Giannarelli, Cinegiornale Libero Za (2002)

Giacomo Gambetti, Zavattini Cinema e vita, edizioni Bora Bologna, 1996

(a cura di) Mino Argentieri, Cesare Zavattini, Polemica con il mio tempo – cinema, comunicazione, cultura, società Bompiani (1997)

(a cura di) Guglielmo Moneti, Lessico Zavattiniano Parole e idee su cinema e dintorni, Marsilio editore, 1992

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