Dumas – Abbatiello – Ventura

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Marlene Dumas e sua figlia Helena, "Underground", 1994-95, lavoro multimediale su carta, installazione a Palazzo Grassi, Venezia

 

Questa uscita della rubrica Uno al mese è eccezionale: ad essere descritto e commentato non è un libro, ma due.

È in questi ultimi giorni che ho preso la decisione di sospendere la regola auto-impostami del singolo libro al mese: quella che segue è infatti la descrizione dell’evolversi dei miei pensieri, quindi un work in progress, dalla forma aperta, a cominciare dall’osservazione diretta – la sottolineatura non è casuale – di un’opera all’interno di open-end, mostra dell’artista sudafricana Marlene Dumas a Palazzo Grassi a Venezia.

Si tratta di Underground, una serie su carta non incorniciata di ritratti di volti umani; la sua incisività, potenza espressiva, serialità non uniformante hanno dato origine a una serie di concatenazioni visuali e concettuali: è stato infatti piuttosto naturale associare l’installazione paretale, vista dal vivo, a un libro e poi a un altro, seguendo un flusso di pensieri, spero, degni della loro condivisione.

 

courtesy Paolo Ventura e Topipittori

 

Eccoli.

Cosa spinge una persona a ritrarre i volti dei suoi simili con costanza, dedizione e metodo, anche per tutta la vita? Sicuramente un interesse introspettivo, una volontà di indagare tra i meandri dell’animo umano, di cui i visi dicono molto. Ma ancora prima di questo desiderio intellettivo, quella dell’artista è un’analisi formale, uno studio attento delle proporzioni e dello spazio occupato dagli elementi che costituiscono il volto.

L’artista qui è come uno scrittore di fiabe: come lo scrittore maneggia un numero finito, per quanto variabile, di tipi (protagonista, antagonista, aiutante, ecc) di topoi (ambiente iniziale, di attraversamento e di risoluzione) e sviluppa un preciso schema narrativo per dare origine a un numero potenzialmente infinito di fiabe, così l’artista gioca con gli elementi essenziali del volto – occhi, naso e bocca – comuni a tutti gli umani, per disegnare visi unici e irripetibili.

 

courtesy Antonella Abbatiello e Topipittori

 

Questo gruppo di volti di Marlene Dumas, esposto a Palazzo Grassi fino ai primi di gennaio 2023, mi ha fatto pensare a Facce di Antonella Abbatiello, pubblicato da Topipittori e al momento non disponibile, dove l’autrice gioca sapientemente non solo con la distribuzione di occhi, naso e bocca all’interno dei volti, ma anche con la collocazione delle facce all’interno della pagina tutta: queste di Abbatiello sono al centro esatto del foglio, si confondono con esso, strabordano fuori da questo, o lo occupano fino alla sua estrema periferia, sancendo una relazione stringente con il formato quadrato, piccolo, della pubblicazione.

La sua carrellata di volti, non allestita a parete ma stampata su libro e accompagnata da un testo ai limiti della sintesi, funziona spesso per sottrazione: ad essere tolto non è un dettaglio, ad esempio un neo, che per quanto caratteristico, rimane un particolare, ma uno o più elementi costitutivi del volto stesso, come il naso, gli occhi o la bocca. Facce è un esempio di come l’espressività di un disegno non dipenda dall’abbondanza dei suoi dettagli, ma dall’abilità dell’artista di giocare con lo spazio e con le forme in esso collocate: anche pochi elementi possono contribuire ad un’immagine incisiva e parlante, indice e indizio di uno stato d’animo, di un modo, di una disposizione.

 

courtesy Paolo Ventura e Topipittori

 

Questo gioco sottrattivo è presente anche in un altro libro pubblicato recentemente da Topipittori, Il cappello di Paolo Ventura, dove il protagonista è un pupazzo di neve a cui uccelli, uomini, vecchiette, conigli portano via braccia, sciarpa, bottoni, naso perché elementi, oggetti e alimenti, a loro utili in quel preciso momento. Il pupazzo rimane così sprovvisto di tutto, persino di un corpo, che si scioglie; l’unica cosa che gli resta è il cappello: rimanenza, traccia, simbolo, metonimia, ma anche anticipo e anello di congiunzione tra inverno e primavera, dal momento che diventerà il cilindro sulla testa di uno spaventapasseri.

L’eccezionalità di un libro dalla storia e illustrazione semplici, essenziali e descrittive sta proprio nella centralità del pupazzo, che è quella dell’infanzia: in origine il ramo, la sciarpa, i bottoni sono per Ventura gli elementi costitutivi di un pupazzo di neve, sono solo i suoi, a lui funzionali, servono per poterlo costruire; solo in un secondo momento l’autore prende in considerazione altri punti di vista, raccontando per immagini come noci e carote siano anche cibo per gli animali o come la sciarpa e il carbone possano aiutare a riscaldare gli adulti. Ventura mette al centro incontrastato del suo racconto senza parole il pupazzo di neve, probabile opera della sensibilità di un bambino, dimostrandosi lui stesso autore-bambino, per cui le noci servono a fare gli occhi del pupazzo, prima ancora che a essere mangiate.

 

courtesy Antonella Abbatiello e Topipittori

 

Sia in Facce sia in Il cappello la sottrazione non è mancanza, è assenza non privativa, ma euristica: per Abbatiello togliere uno o più elementi dalle sue facce è strutturale alla loro espressività, alla loro fattura sui generis; solo così sono facce, perfino cerchi o ovali “vuoti”, in grado di esprimere stupore, rabbia, denotative di una precisa parola o espressione.

Ancora di più, per Ventura il gesto di sottrarre ha una rilevanza narrativa, è teleologico: sottrarre al pupazzo di neve alcuni dei suoi elementi costitutivi è funzionale all’evolversi della storia, alla sua circolarità aperta, che la rende leggibile avanti e indietro.

Il cappello si può infatti anche leggere sfogliandolo dalla fine fino all’inizio, a patto che accettiamo un cortocircuito temporale tra primavera e inverno – ma siamo in un libro e fingere è lecito; in questo modo la sottrazione diventa addizione e umani e animali donano, invece di togliere, elementi e dettagli al pupazzo di neve; la centralità di questo non cambia però, rimane sempre il perno del racconto, o meglio, più di lui, a essere al centro del discorso, è il suo cappello, così come possiamo evincere già dal titolo.

 

courtesy Paolo Ventura e Topipittori

 

Dalla Dumas a Ventura, passando attraverso l’Abbatiello, la mia attenzione si posa sulla relazione stretta, stringente, viscerale tra arte e infanzia: Abbatiello compone un libro inclusivo, anche per i bambini più piccoli, coinvolgendoli in un gioco di attese e corrispondenze tra parola e immagine; Ventura, con Il cappello, si conferma un artista bambino, come pochi altri, che sceglie come protagonista del suo racconto un pupazzo di neve, dando vita a un’atmosfera magica e sospesa; Dumas realizza Underground a quattro mani con la figlia Helena che decora i disegni della madre, in origine solo bianchi e neri, con ornamenti, dettagli glitterati, e colori. L’Underground, il tocco sovversivo della bambina, quasi da make-up artist, è chiaro e distinto se l’osservazione dei dipinti su carta avviene dal vero; fare esperienza in presenza dell’opera d’arte permette di riconoscere elementi che si perdono facilmente su uno schermo piatto, soprattutto se non adeguatamente documentati.

Ecco allora l’importanza di sottolineare l’aggettivo “diretto” del primo capoverso: un diretto, nella sua accezione di comunicabile e intelligibile, che è anche di Facce e Il cappello, la cui semplicità ha la grandezza intramontabile delle grandi opere.

 

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