Consigli di visione: mostra Eve Arnold ai Musei San Domenico di Forlì

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ph Eve Arnold

Prima recensione dell’anno: proseguo l’esperimento di una (per me) nuova modalità di restituzione.

Lo faccio recuperando la funzione che la critica aveva quando nacque, nel Settecento: farsi ponte tra le creazioni e il pubblico.

E, per chi scrive, assumere in sé l’onere del consiglio.

Nessuna analisi specifica, come sono invece solito fare nelle mie scritture: piuttosto mettermi al servizio di qualcuno o qualcosa, a partire da un chiaro apprezzamento e da un esplicito posizionamento (cosa che cerco di non mettere mai in evidenza, nelle mie pubblicazioni più analitiche).

Qui scrivo con arbitraria soggettività, apodittica sintesi, smaccata partigianeria.

Buona lettura, se vi va.

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CINQUE MOTIVI PER ANDARE AI MUSEI SAN DOMENICO DI FORLÌ ENTRO DOMENICA 7 GENNAIO

Less is more, come si suol dire: io, nel 2024, lo viglio imparare e applicare.

Eccomi dunque: mancano 5 giorni, poi la mostra di e su Eve Arnold ai Musei San Domenico di Forlì finisce.

Cinque buoni motivi per andarci.

Poi non dite che non lo sapevate.

 

ph Eve Arnold

 

1° _ PER INCONTRARE UNA DONNA CHE CONTIENE MOLTITUDINI

Donna, prima che artista.

Meglio: donna che usa il proprio mestiere di fotografa, dunque di artista, come strumento di conoscenza di sé e del mondo. E di sé nel mondo. Documenta nascite, anche per elaborare il trauma di un aborto spontaneo, fotografa una marea di divi e dive del cinema. Una su tutte, a mo’ di sineddoche: Marylin Monroe, che ritrae in pose poco patinate o glamour (se non per la smisurata quota di glamour che MM non poteva non avere).

Ancora: fotografa a Parigi Audrey Hepburn mentre intervista alcuni rifugiati marocchini, nel New Mexico una comune hippie, sulle montagne del Caucaso, in Georgia, gli uomini più vecchi del mondo, il Principe Filippo al Windsor Great Park, nel Berkshire, Malcom X e i Black Muslims e, per la rivista Queen, inizia un progetto dedicato a chi mette inserzioni personali. Entra così in contatto con alcune ragazze che cercano una quarta coinquilina, con un prete, con il proprietario di uno Scottish terrier e altri, ritraendo la società britannica attraverso la vita di queste persone comuni.

Azzardo: in Arnold il femminile si esplica nella millimetrica capacità di contenere moltitudini.

 

ph Robert Penn

 

2° _ PER INCONTRARE UN PERCORSO DI LAVORO NELL’ARTE

Lo sappiamo da secoli, già dall’Antica Grecia, quando con il termine téchne si indistingueva arte e artigianato, ma in tempi cupi come questi che stiamo scientemente costruendo a volte ce lo dimentichiamo, e ci prende il guizzo romantico di connotare l’artista come persona che in primis si esprime, si diverte, guadagna molto e lavora poco.

Mica come me che mi alzo tutte le mattine alle 6, ho sentito bofonchiare ieri nei felpati corridoi del Museo (consiglio nel consiglio: andateci verso l’orario id chiusura, alla mostra, che la folla davanti alle opere per mille motivi è una meraviglia, ma per la fruizione è un orrore).

L’affondo nella biografia di Eve Arnold, qui, restituisce, al di là di ogni romanticismo, un percorso di formazione (l’avevan presa di mira, i suoi compagni alla scuola di fotografia, lei voleva mollare e poi, per fortuna, non l’ha fatto) e di lavoro in USA e in Europa e in giro per il mondo. Soldi e fama e riconoscimenti, certo, ma anche e soprattutto lavoro, lavoro, lavoro.

 

ph Eve Arnold

 

3° _ PER INCONTRARE UN’ARTISTA FEMMINISTA

Prima donna a entrare nella mitologica Magnum Photos, si è sempre occupata di diritti femminile negati: in un viaggio di mesi tra Afghanistan, Turkmenistan, Egitto e Emirati Arabi Uniti realizza il progetto Behind the veil (Oltre il velo), ritrae professioniste del settore aeronautico (uno dei molti mondi, ahinoi, convenzionalmente esclusi alle donne) e una barista in sciopero perché le clienti non erano ammesse all’interno del bar (siamo a New York, è il 1950), a Puerto Rico realizza un servizio sulla pillola anticoncezionale e fotografa donne soldato, divorziate, lesbiche,  e suore per un servizio intitolato Women without Men (Donne senza uomini).

E ancora.

E ancora.

 

ph Eve Arnold

 

4° _ PER RICORDARE UNA DELLE FUNZIONI CENTRALI DELLA FOTOGRAFIA (E DELL’ARTE TOUT COURT)

L’opera di Arnold sta sempre in bilico tra documentazione del reale e costruzione di immaginario.

Bisogna volerlo fare.

Bisogna saperlo fare.

 

ph Michele Pascarella

 

5° _ PER RIVEDERE LE OPERE DELLA PINACOTECA, PRESSO IL MUSEO

Ogni occasione è buona, ogni volta vederle e rivederle (visita compresa nel prezzo del biglietto) è un dono.

Dovesse interessare: per me, questa volta, due folgorazioni.

La prima: l’Ebe realizzata da Antonio Canova tra il 1816 e il 1817. Finalmente non c’è più la cordicella che obbligava alla sola visione frontale. Finalmente le si può girare attorno, ammirando la paradossale morbidezza del nodo delle vesti e dei capelli. Quanto può essere soffice il marmo, è una capriola del pensiero e dei sensi che dà le vertigini.

La seconda: Andata al Calvario di Marco Palmezzano (1535). Accanto a Cristo e allo sgherro anche due personaggi tradizionalmente identificati con Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Due commozioni: la mansuetudine di Gesù nell’accogliere ciò che stava accadendo (emerge, mi pare, dal suo sguardo, e dalla corda al collo che non necessita di esser tirata). E lo sguardo degli altri due, primo vero punto di attrazione per chi fruisce l’opera e che, insieme al “foglietto” sulla croce con data e firma, immediatamente rimanda alla questione (modernissima, finanche brechtiana), dell’opera nell’opera. Meglio: della distanza (in)colmabile tra presentazione e rappresentazione, immersione e incredulità, significante e significato.

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Info sulla mostra QUI. Poi non dite che non lo sapevate.

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