Visto da noi: al Piccolo Teatro Grassi di Milano il Beckett escatologico di Terzopoulos

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ph Johanna Weber

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È arrivato al Teatro Grassi di Milano Aspettando Godot, produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini in collaborazione con Attis Theatre Company, con la regia dell’acclamato Theodoros Terzopoulos. Misurarsi con una pietra miliare del teatro del Novecento, del cosiddetto post-drammatico e dell’assurdo, non deve essere impresa facile, ancor più se opera di un autore feticcio come Samuel Beckett di cui tanto è stato detto, scritto, glossato. Fortunatamente, stiamo vivendo dei ciclici ritorni ai mostri sacri della letteratura come antidoto all’imperante nulla esistenziale, politico e culturale nel quale, come esseri umani e come società, stiamo sprofondando con sempre maggiore convinzione e rinvigorito furore autodistruttivo.

Ed ecco che Beckett ritorna a teatro, nelle librerie (recentemente Cue Press ha pubblicato la biografia di Beckett, fuori catalogo da anni, “Condannato alla fama: la vita di Samuel Beckett” di James Knowlson e altri importanti saggi sul Nostro, oltre ai “Quaderni di regia e testi riveduti” mentre presso Adelphi è tutt’ora in corso di pubblicazione l’epistolario beckettiano) e persino al cinema (è da poco uscito nelle sale “Prima danza poi pensa. Alla ricerca di Beckett”).

Se chiedete a qualsiasi regista perché abbia scelto di mettere in scena un certo lavoro, vi dirà senza battere ciglio e prima ancora che abbiate finito di formulare la vostra domanda, che lo ha fatto in virtù dell’attualità dell’opera, ancora oggi a distanza di “x” anni, decenni o secoli da quando è stata scritta o rappresentata. Nel caso di Beckett, una domanda del genere sarebbe quanto meno ridicola, visto che i temi trattati dall’irlandese non passeranno mai di moda. Sono sempre le stesse ossessioni quelle che trasudano da Aspettando Godot e da tutte le altre opere beckettiane e che il genere umano non ha mai neanche lontanamente superato e risolto, giacché sono temi e ossessioni che lo incatenano eternamente al suo ontologico fallimento: il nulla, la morte, il vuoto, l’insensatezza di qualsiasi atto, l’inanità di ogni respiro.

Ciò che contraddistingue questa messa in scena è la centralità, anzi il sopravvento dell’aspetto estetico (Terzopoulos cura anche le scene, le luci e i costumi) su tutto il resto. Servendosi di quattro pannelli neri che vengono continuamente spostati in modo tale da creare dei rettangoli claustrofobici, veri e propri loculi (primissimo impatto: il rimando al dipinto di Holbein, “Gesù Cristo morto nel sepolcro”), nei quali i due vagabondi, Vladimiro/Didi ed Estragone/Gogo sono quasi sempre sdraiati e costretti all’immobilità o all’inutile spasimo, il regista traduce le atmosfere beckettiane investendole però di un alone fin troppo misticheggiante.

Ogni movimento è impedito, schiacciato e ostacolato, l’essere umano si dibatte invano in una coazione a ripetere gesti, parole, pensieri che non portano da nessuna parte. Ci chiediamo come sia possibile andare ancora avanti (o piuttosto marciare sul posto) nonostante l’evidente smacco dell’essere. In Aspettando Godot la motivazione (e cosa c’è di più importante oggi della “motivazione”, dell’essere “motivati” per avere “successo”) è l’attesa. Un’attesa dilatata all’infinito, capace di inglobare persino la tentazione suicidaria (Didi e Gogo si trastullano con l’idea del suicidio – idea che storicamente ha salvato tanti destini, tante vite segnate dallo stigma dell’irreparabile). Pietrificati nell’attesa di Godot, che non arriva mai ma il cui arrivo è rinviato al giorno seguente dal suo messaggero, i due dannati si salvano, pur rimanendo incatenati alla loro innominabile condizione.

Terzopoulos ammanta questa attesa di un manifesto significato escatologico: il movimento dei pannelli neri creano squarci di luce a forma di croce, e, in maniera ancora più eclatante e fin troppo esplicita, il messaggero di Godot parla da una gigantesca croce bianca per annunciare l’incombente arrivo del padrone. Cosa hanno fatto i cristiani se non attendere da duemila anni l’imminente arrivo del regno del padre? Certo, nel frattempo, per vincere la noia e ingannare l’attesa hanno pur dovuto fare qualcosa: si sono massacrati a vicenda – la messinscena abbonda di simboli bellici, dall’allarme delle sirene che avvolge la platea anche prima dell’inizio dello spettacolo, al casco militare, agli scopi dei bombardamenti, alle tute mimetiche, ai visi imbrattati di sangue e alla lunga fila di coltelli calata dall’alto. Del resto, Beckett scriveva En attendant Godot a ridosso della fine della seconda guerra mondiale.

Una menzione obbligatoria va all’eccezionale prova d’attore di Giulio Germano Cervi (Lucky) che sembra l’incrocio perfetto tra C. Bene e A. Artaud. La sua presenza scenica è quintessenza di inquietudine e perturbamento.

Terzopoulos coglie in Beckett “un grigio con tante sfumature di nero” e confessa: “Mi interessa anche il sarcasmo, l’ironia che in Beckett trova terreno fertile”. Purtroppo ciò che non è stato abbastanza esplorato nella sua messinscena è precisamente questo terreno fertile, la diabolica ironia di Beckett che tutto annienta e azzera, persino la croce del nulla.

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Aspettando Godot
di Samuel Beckett
copyright Éditions de Minuit
traduzione Carlo Fruttero
regia, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con (in ordine alfabetico) Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano
e Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola
musiche originali Panayiotis Velianitis
consulenza drammaturgica e assistenza alla regia Michalis Traitsis
training attoriale – Metodo Terzopoulos Giulio Germano Cervi
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
in collaborazione con Attis Theatre Company

Visto a Milano, il 9/3/2024

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