Sarà che di questi tempi, qualche tempo fa, ero in pieno inizio stagione, sarà, molto più semplicemente, che incanutendosi la barba e le tempie si comincia a ragionare sul passato o sarà perché il cinema, detto brutalmente, altro non è che l’arte della mummia. Saranno tutte queste cose assieme ma l’altro giorno mi sono ritrovato a mettere in ordine un paio di scaffali e armadi in cui conservo i miei parafernalia da proiezionista: vecchi obiettivi, qualche pellicola, le scatole tonde dei trailers, un ciak (quello c’entra poco ma era nell’armadio). Trafficando fra odori di emulsione e olio ho ritrovato un vecchissimo rullo che avevo recuperato in uno stanzino polveroso e ragnateloso (sembra un film ma è la verità) che stava di fianco alla mia cabina. Uno stanzino che poi era un corridoio che univa degli uffici al cinema e che veniva utilizzato come deposito di fortuna di vecchi proiettori, carboncini, vecchi dischi di musica cubana, scatole di polistirolo e frammenti di film, code, teste (quei pezzi di rulli che stanno, appunto, in testa e in coda al film) e bobine nere.

L’ho ritrovato e ho pensato che non l’ho mai visto, che forse dovrei portarlo al laboratorio della cineteca e sperare che poi, una volta visto, lo ritengano degno di conservazione. O quantomeno che mi dicano cosa c’è su. Ed è incredibile pensare che, in tutto il tempo per il quale l’ho avuto, non mi sia mai dato tempo e spazio per proiettarmelo. Avevo paura di romperlo, paura di scoprire che fosse una cosa senza senso, paura di rovinare la delicata ottica d’eccitazione dell’audio, paura di rovinare le perforazioni. Paura di perderlo.

Perché il cinema, quello che ho conosciuto e toccato io (e mi ritengo fortunato), era un mestiere fatto di pellicola, plastica, polvere, olio da motore, fatica, rumore, rotture, scotch, velocità d’esecuzione. Era un mestiere in cui se rovinavi un pezzo di film, quel pezzo era perduto e dovevi trovarne una copia per poterlo riavere integro. Se rovinavi una perforazione il film ballava in macchina e sullo schermo e la gente ti urlava dalla sala, che se sbagliavi a sistemare l’audio succedeva un casino come quella volta che la colonna sonora del film La Caduta non so cosa avesse e ho dovuto proiettare tutto il film ad un volume pauroso perché i dialoghi si sentivano bassissimi. Solo che così ogni volta che gli americani bombardavano veniva giù il cinema, perché quell’audio lì, invece, si sentiva bene. Era un cinema, quello che ho conosciuto e toccato io, molto diverso da quello romantico del Cinema Paradiso di Tornatore ma forse anche no. Ed è un cinema che è durato fino a ieri.

Adesso il cinema è asettico: un computer in una sala vuota, silenziosa e pulita a lucido. Il computer, che deve stare ad una temperatura precisa, decide tutto lui. Il tecnico che sta dietro al bancone non deve preoccuparsi di nulla: il film va, la gente guarda e poi se ne va.

È finita la magia? No. Perché la magia si svolge sullo schermo. Il cinema, come dicevo altrove, difficilmente morirà di se stesso. Ma è un mondo che cambia, che si conserva meglio e consuma meno. Però sarà impossibile, nel futuro, entrare in uno stanzino, spostare un blocco di polistirolo e trovare una scatola tonda di lamiera con dentro una pellicola di chissà quanti anni fa, ingiallita dal tempo, fragile come le ossa di un anziano e con un film sconosciuto stampato su.

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