La_trattativa_1La vita del recensore è resa, a volte, complicata dalla necessità di raccontare una visione che tracima dai propri argini e trascina, chi guarda, verso rivoli e canali dentro cui è pericoloso rimestare. Capita con i film su cui si è tanto parlato, come ad esempio quando si rimette mano a certi capolavori del passato. In quel caso il rischio sta, o nel parlar dell’ovvio o nel dire qualcosa che, forzosamente allontanandosi da sentieri già battuti, per questo risulta una gran scemenza. Capita però di dover scrivere di un film come La Trattativa, scritto, diretto e in parte recitato da Sabina Guzzanti, che ha deciso di intraprendere la stessa strada di Michael Moore negli Stati Uniti: la denuncia attraverso il racconto cinematografico.

Come Moore, Sabina Guzzanti, poi, ha una tesi. Che propugna in modo puntuale e puntuto: estrae documenti, mostra fotocopie, parla con i protagonisti e li mostra, a volte coraggiosamente, in tutta la loro personalità. Come Moore, Sabina Guzzanti inanella una serie di vicende, di convinzioni, di asserzioni e verità, che portano là dove intende arrivare: in Italia, a cavallo dello scossone provocato da Mani Pulite, quando si combatteva la «guerra» che portò, nel 1994, alla soluzione di una lunga trattativa fra lo Stato e la Mafia. Per arrivare a ciò, Guzzanti fa nomi, cognomi e soprannomi, porta testimonianze, ricostruisce in studio sequenze di vita reale e di reale mafia, utilizza grafici, sposta frecce e manovra cartoline illustrate come nella miglior tradizione delle riviste televisive di inchiesta. Come Moore, Sabina Guzzanti miscela, con tenace sapienza, documentario e fiction, sebbene rispetto a Michael Moore, sia costretta, in questo film, a fare un uso a tratti esacerbante (per lo spettatore), di questa pratica. Perché non può certo parlare con, o far parlare, chi è morto o è sotto silenzio da parte degli inquirenti.

Rispetto al mastodontico documentarista americano, Guzzanti presenta però caratteri tutti suoi di facile identificazione. Tratti autoriali che sarebbero piaciuti tanto ai recensori dei Cahiers dei primi anni (laddove si cercava la caratteristica ripetitiva per poterne dire «ah, l’auteur»). Sabina Guzzanti decide, nella Trattativa, di svelare il gioco della finzione e lavora su tre differenti livelli narrativi: il documentario, utilizzando immagini di repertorio e intervistando direttamente gli interessati; la fiction, mostrando ciò che manca e ricostruendo situazioni del passato; il profilmico nel suo farsi, dicendo cioè, in una complicata operazione metacinematografica, che quello che si sta realizzando è un film e che lì ci sono attori che spostano mobili e costruiscono scenografie.

Questo film, altrimenti formidabile per tutti questi motivi, si porta dietro due guai che ne disturbano, in qualche modo, la superficie liscia e ben lucidata. Il primo è che Sabina Guzzanti adora travestirsi da Berlusconi. Quando fa Berlusconi è come se avesse un orgasmo e questo si vede chiaramente: esplodono i birignao, le faccette buffe, le mossette e la voce si fa furbetta, ma non regge il confronto con l’intensità non mimetica del Caimano. Il secondo guaio è che, al di là dei tratti smaccatamente parodistici (Mangano che si presenta con un rutto, i due Ciancimino che discutono su un flashback), il film alla fine è costretto a dirsi come una ipotesi.

Come, ma non la si può biasimare, se avesse voluto tirare un sasso e poi, all’ultimo, ritirare la mano dietro la facciata della ricostruzione fantasiosa. L’abbiamo detto: non la biasimiamo ma l’impressione che il sasso sia caduto nella scarpa rimane.

 

ALESSANDRO BORIANI

 

Fino al 22 febbraio

LA TRATTATIVA

di Sabina Guzzanti

Bologna, Cinema Lumière

Info: cinetecadibologna.it

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