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Si potrebbe – anzi, si deve incominciare dicendo che il padre di Luther Dickinson è quel Jim Dickinson che Big Star, Ry Cooder, Mudhoney, Rolling Stones, Flamin’ Grooves, Bob Dylan, Green On Red, Cramps, Willy DeVille, Replacements e un fracasso di altri, ha lasciato segno indelebile nell’intera storia del rock – chiaramente il giovane ha il DNA più che giusto. Di suo Luther vi ha messo una dedizione assolutamente incredibile che con incondizionata nonchalance lo ha visto protagonista con i North Mississippi Allstars (fondati da lui, dal fratello Cody e dal padre), con i Black Crowes, con Phil Lesh & Friends e con gli Word accanto a John Medeski (Medeski Martin & Wood) – un percorso che all’alba dei (suoi) quarant’anni fa invidia.

Luther Dickinson è quello che negli USA chiamano con “sudista per grazia di Dio” – nel senso prettamente musicale, significa che è un prodotto autoctono biologicamente naturale della sua terra – dove il country si mischia al blues, il gospel al rock and roll, e ciò che ne è restituito non può altro che arrivar che di lì – in fondo Memphis, insegnano i libri di storia, è stato un crocevia senza rivali di scambio culturale e musicale. E i suoi concerti, al di là delle spoglie con cui egli si presenti, sono sempre una celebrazione di tutto ciò.

Adesso Luther ha da promuovere l’ottimo lavoro dello scorso anno, Rock And Roll Blues, che fin del titolo spiega con eloquente sintesi i suoi intenti. Nell’occasione immersa nelle Prealpi lacustri della provincia di Varese, come sempre contagioso per simpatia e attitudine, il chitarrista si presenta in duo con il batterista italiano Gianluca Giannasso – e il tutto è perfetto elemento dove sfoderare tutti quei brani che hanno fatto grande il suo recente album – Stone’s Throw, Mojo Mojo, Vandalize, Goin’ Country, cui aggiungere omaggi come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again (Bob Dylan), Hear My Train A-Comin’ (Jimi Hendrix), Rollin’ & Tumblin’ (Muddy Waters), You Gotta Move (Mississippi Fred McDowell via Rolling Stones) nonché non uno bensì due brani di Joseph Spence (Glory Glory, Jesus On The Mainline) con ospite la portentosa Veronica Sbergia, che ha aperto lo spettacolo con i Red Wine Serenaders – tutto a formare una fotografia virata seppia di un mondo a dimensione d’uomo, insieme metropolitano e contadino, che nel procedere placido e spontaneo forma l’ennesima grande appendice della Musica Cosmica Americana, quella che già si poteva immaginare leggendo Mark Twain – ossia quando il grammofono per molti era ancora un oggetto misterioso tutto da scoprire.

 

CICO CASARTELLI

Visto il 30 maggio, Festival di Besozzo, Varese.

 

 

 

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