Rudy Marra

 

Rudy Marra
Rudy Marra

Rudy Marra si rivelò quel dì che io, sui sedici anni, stavo spaparanzato sul divano a vedere Sanremo – era il 1991, un’edizione che poteva vantare Enzo Jannacci con la fenomenale La fotografia e Renato Zero con Spalle al muro. Di fianco al presentatore apparve questo giovane tizio con gli occhi spiritati che sembrava preso quasi di un attacco di panico (ah, la platea televisiva!) – infatti sbrigò tutto con un “fammi cantare, và” o qualcosa del genere e partì Gaetano, uno dei pezzi più belli di musica italiana che io ricordi – un po’ la Vita spericolata degli anni Novanta. Dopodiché, in venticinque anni di carriera Rudy Marra, complice una discografia che uno così non sapeva come gestirlo – nonostante gli avesse affiancato il grande Mauro Spina come produttore dei suoi primi due album – ha intrapreso un percorso poco lineare fatto di musica, soggiorni all’estero, libri (due, di cui uno fresco di stampa: Le facce) – fino all’ultimo infuocato disco dal vivo C’è da bruciare tutto! (2011) con ospite Dan Colley, multi-saxplayer dei sempre rimpianti Morphine. Come dire, Rudy Marra non ha inciso tanto ma ha inciso molto – se mi capite.

Rudy Marra
Rudy Marra e i MOB

Stavolta Dana Colley non c’è ma ci sono i fidi MOB – e con loro il concerto è un’avventura attraverso tutto quello che non è scontato nella musica italiana – basti riportare come egli si presenti a inizio spettacolo: «Andare a letto presto e svegliarsi presto forse farà di voi dei buoni cittadini – ma sicuramente vi farà perdere i misteri della notte». Rudy Marra è un po’ punk, un po’ hipster, un po’ cantautore – ma soprattutto sa quel che fa – e difatti all’alba dei suoi cinquant’anni ha una vera gran padronanza del mezzo. E il mezzo è fatto di pezzi originali dove di contraffatto non vi è nulla, siano essi i suoi piccoli grandi classici Disordine e Fori un’altra luna oppure il repertorio più recente Bruciare tutto, Terra do Brasil, il blues salentino Fimmine fimmine («Pezzo imprescindibile del blues mondiale», tiene lui stesso a precisare con ragione da vendere!), Alonsanfan, Guasto, Voodoo – senza scordare magnifici omaggi ai Morphine (Buena), a Eugenio Finardi (Diesel), a Henry Mancini via Audrey Hepburn (Moon River).

In tutto questo l’aspetto che più seduce è la brutalità della proposta, e non sembri azzardato l’accostamento a certo Lou Reed – la brutalità di chi ha vissuto davvero e ha qualcosa da raccontare che non sia né preconfezionato né sovrastrutturato bensì essenza, verità – la propria verità. È questo ciò che unisce il Rudy Marra ragazzo del sud a suo modo innocente d’allora, quello di Come eravamo stupidi (1991), a quello di oggi che il mondo ha capito come gira, a volte bene a volte male. Giusto per farla breve, in Italia la musica che fa uno così non la fa nessuno – fidatevi: andate e moltiplicatelo!

CICO CASARTELLI

Visto il 17 maggio a Milano al Circolo Ohibò

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