F4 – Johnny StormF4 – Susan StormNel 2012, dopo aver lavorato come montatore in una serie di corti molto apprezzati all’interno del circuito indipendente, Josh Trank esordiva dietro la macchina da presa con Chronicle, riflessione amara, forse più intensa che riuscita, ma comunque viva, problematica, vibrante, sul possesso di superpoteri e sulle possibili derive (nella fattispecie tragiche) sull’incapacità di gestirli. Scritto a quattro mani con Max Landis, figlio del regista John e quest’anno sceneggiatore di ben tre pellicole diverse, il film estremizzava con una certa consapevolezza teorica uno degli enunciati-base («Da grandi poteri derivano grandi responsabilità»: frase di Winston Churchill riadattata da Ben Parker, zio e genitore acquisito di Peter, ossia l’Uomo Ragno, in una delle prime apparizioni cartacee di costui) della trasformazione con cui, nei primi anni ’60, la Marvel Comics – «la casa delle idee» – aveva rivoluzionato il mondo dei supereroi, fino a quel momento appannaggio quasi esclusivo di invincibili semidei e fantascientifici vendicatori sprovvisti di qualsiasi ambiguità. Era quindi prevedibile che nel rimaneggiare i personaggi dei Fantastici Quattro, marito, moglie, fratello della seconda e amico del primo nati nel 1961 dalla creatività febbrile, irripetibile di Stan Lee e Jack Kirby (tra il 2005 e il 2007 trasposti sul grande schermo in due film, entrambi diretti dal mestierante Tim Story, tra i più anonimi e noiosi di tutto l’universo Marvel di celluloide), Trank ne radicalizzasse gli aspetti critici, convertendo il soggetto di partenza, relativo ai grattacapi quotidiani e, al tempo stesso, alle sfide cosmiche di una «famiglia allargata», non priva di prospettive disfunzionali ancorché in fondo unita, affettuosa e solidale, nell’epopea totalmente inedita di un gruppo di emarginati concepiti per illustrare in modo quasi didascalico il concetto di «supereroe con superproblemi» (altra massima di Lee). Diciamo subito che il trattamento operato da Trank sul canovaccio originale, per cui gli F4 acquisiscono i poteri non in seguito alla prolungata esposizione ai raggi cosmici subìta nel corso di una missione spaziale, bensì durante il teletrasporto in un universo parallelo dove il compagno di spedizione Victor Von Doom – il «Dottor Destino» monarca dell’immaginaria Latveria nei fumetti – diventa in pratica onnipotente, è la cosa più originale e interessante di questo Fantastic 4 – I Fantastici Quattro.

F4 – Ben GrimmF4 – Reed RichardsNegli Stati Uniti, dove il film, oltre a sprofondare al botteghino, è stato oggetto di una feroce campagna d’opinione da parte di spettatori imbestialiti per le innumerevoli variazioni (vagamente ispirate a quelle introdotte nella serie Ultimate Fantastic Four, realizzata nel 2004 dal team Bendis/Millar/Kubert) apportate al prototipo fumettistico, pubblico e critica hanno voltato le spalle a Trank per i motivi sbagliati. Solo gli integralisti possono risentirsi nel constatare di come Johnny Storm (alias «la torcia umana») sia diventato un ragazzo di colore, il corpulento pilota dell’esercito Ben Grimm («la cosa») un pressoché afono campionario della cosiddetta white-trash, il geniale e gommoso Reed Richards («Mr. Fantastic») un irrimediabile nerd e Susan Storm («la donna invisibile») una rifugiata dell’est europeo con la passione per i Portishead. I punti deboli dell’opera seconda di Trank, semmai, sono altri, dal ritmo catatonico alla freddezza degli effetti speciali (caratteristica, questa, comune un po’ a tutti gli adattamenti Marvel prodotti dalla 20th Century Fox), dalla stupefacente inespressività degli attori (tutti, nessuno escluso) alla pachidermica lentezza di una sceneggiatura che sceglie di visualizzare i poteri dei quattro protagonisti solo dopo un’ora abbondante di sequenze inutili. La cupezza dell’intreccio ricorda da vicino le atmosfere opache del citato Chronicle, ma questa volta le idee di Trank affondano sotto il peso della loro ambizione e risultano, soprattutto, troppo impostate, troppo meccaniche, in una parola sola troppo scritte per regalare una qualsiasi emozione: a disorientare, insomma, non sono le vistose modificazioni alla continuity originaria quanto piuttosto la natura pedante, cattedratica e poco coinvolgente delle stesse, tutte votate alla sottolineatura (e all’inevitabile logoramento) delle tematiche – le risorse e le invidie di un rapporto familiare, i limiti della tecnologia, i poteri visti come dono o come croce – da Lee e Kirby affidate alla pura forza brillante del racconto disegnato. C’è la possibilità che dietro le immagini frammentarie e opprimenti di Fantastic 4 – I Fantastici Quattro si nasconda un discreto film mancato, perché pur trovando peregrina l’ipotesi di poter trarre qualcosa di suggestivo da un simile sfacelo, il montaggio dilettantesco, il ricorrere di spiegazioni non richieste, la fragilità di quasi tutte le figure di contorno e l’incomprensibile fiammata action del finale (artificioso come pochi) stridono con l’efficace e disperata economia narrativa mostrata dal regista nel precedente lavoro. D’altronde le cronache hanno riportato di una drastica differenza di vedute fra Trank, interessato soprattutto al fattore umano dei personaggi, e la casa finanziatrice, preoccupata (dopo una prima proiezione-test del premontaggio) per lo scarso appeal spettacolare di quanto visionato. Difficile, quindi, stabilire se le incertezze e le stiracchiature di Fantastic 4 – I Fantastici Quattro siano da attribuire a Josh Trank o alla post-produzione della Fox: il risultato, in entrambi i casi, non riesce a trascendere la categoria del lussuoso pastrocchio.

     Gianfranco Callieri

FANTASTIC 4 – I FANTASTICI QUATTRO

Josh Trank

USA – 2015 – 100’

voto: *

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