Chi scrive ha sempre avuto una passionaccia per i film ambientati nel circo e nei luna park. Un po’ perché quel mondo, sempre alla ricerca di un punto d’equilibrio che sfugge e che costringe a muoversi continuamente, ha il fascino del viaggio infinito e dell’estrema libertà, un po’ perché alcuni dei migliori horror sono proprio ambientati lì, in quell’intercapedine fra il buio della notte e l’esplosione di luci e vita, in quell’anfratto pieno di misteri e potenziali pericoli che si deve penetrare quando si “va al circo”. Ci avete mai fatto caso? Circhi e luna park sono sempre piazzati in zone d’ombra periferiche, luoghi che loro riempiono e colorano per il momento in cui passano: una luminosa farfalla che vive la sua breve vita e poi si allontana, per raggiungere altre periferie, altri spazi d’ombra da illuminare.

L’equilibrio del cucchiaino, documentario di Adriano Sforzi, ci porta in quella zona di luce, in quello spazio sotto i riflettori, e ci racconta la storia di Bertino Sforzi, grande giocoliere che ebbe la fortuna di avere in dono la capacità di non avere limiti: i suoi giochi, con palle, clavette, cerchi, monocicli, corde, tazze e piattini sono di clamorosa difficoltà, tanto che a vederlo realizzare quanto ha appena raccontato sembra di assistere a una specie di miracolo. Un miracolo che ebbe una violenta, e probabilmente fortuita, interruzione un giorno in Africa, durante una tournée. Un colpo di scena che avrebbe potuto interrompere tutto se non fosse venuto troppo presto, nello sviluppo del racconto: come se 007 sconfiggesse il cattivo di turno dopo appena 20 minuti di film. Non va bene.

Così, nel film, si sviluppa un racconto che miscela con buona sapienza la trama famigliare, fatta di nascite, incontri, morti e rinascite, a quella della ricostruzione del “più grande giocoliere del mondo”, fatta di cadute, fratture, impegno, lente risalite e scelte. Scelte che hanno portato Bertino a rimanere in Italia, con la sua famiglia circense. Una famiglia che lo ha sostenuto e che si racconta, in modo sornione, attraverso numerose immagini di repertorio, che Bertino girava con la sua 8 mm.

L’equilibrio del cucchiaino, titolo che si svela verso la fine e che ha in sé la straordinaria dimensione mitica di Sforzi, diventa, a un ultimo sguardo, un film di famiglia. Una proiezione condivisa di ricordi che, per l’occasione, vengono presi fuori da un polveroso e buio garage. Una zona d’ombra a cui era giunta ora di dare un colpo di luce, una passata di colore e una nuova occasione di vita.

 

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