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La serie dei “figli di” è lunga – i Cohen, i Buckley, i Dylan, gli Stills, i Thompson, gli Axton, i Guthrie, i Veloso, i King, i McCartney, i Whitley, i Simon, i Lennon – lista infinita, meglio tagliar corto. Nella lista infinita, però, sarebbe bello che non si perdesse dentro o, peggio, derubricata a insignificante Amy Helm, figlia di Levon Helm, il batterista, cantante e leader carismatico di The Band, e di Libby Titus, dimenticata ma grande performer/songwriter anni Sessanta/Settanta – peraltro, con Libby sposata anni dopo Donald Fagen (un legame che resiste tuttora) fa sì che Amy abbia quale patrigno anche uno Steely Dan. Come dire, la musica non è una frequentazione che le è ignota – semmai l’ha sempre bazzicata con legami di altissimo livello.

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Amy Helm con il padre Levon Helm (26 maggio 1940 – 19 aprile 2012)
Amy Helm con il padre Levon Helm (26 maggio 1940 – 19 aprile 2012)

La ragazza ha esordito nei primi anni Duemila con una band chiamata Olabelle, che della manciata di album pubblicati due vantano, prima uno poi l’altro, la produzione di nomi di sicura fama quali T-Bone Burnett e Larry Campbell – buoni intenti e risultati nel nome, chiaramente, di una musica molto roots e di evidente ispirazione Band-iana. Con Didn’t It Rain adesso Amy tenta la carta solista e bisogna proprio darle atto che i numeri continuano a essere molto dalla sua parte – il disco è un persuasivo quanto onesto lavoro di musica sospesa fra folk e soul che, non sembri assurdo, pare tutt’altro che lontano da certe cose fatte in tempi recenti da Mavis Staples – con la sottile differenza che qui il gospel non è black bensì white, com’è ovvio che sia.

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I pezzi sono una dozzina, tutti cantati con gran anima da Amy, che quanto a trilli vocali non è una tizia improvvisata – casomai modula perfettamente al servizio degli stili che affronta. E altrettanto, con l’auto del compagno Byron Isaacs (anche lui proveniente dagli Olabelle), scrive bene, senza perdersi e con tanta varietà d’impronta. Anche se passato a miglior vita, babbo Levon è presente alla batteria in ben due brani: Heat Lightningup tempo tutto gas con anche l’inconfondibile chitarra di Larry Campbell, e il gospel che più Band non si può Sing To Me. Presenti anche un’altro paio di ospiti che apportano sfumature importanti – vedi Bill Payne che pittura di funk Little Feat la splendida Sky’s Falling e John Medeski (Medeski Martin & Wood) che innalza il folk Roll The Stone alle sue tipiche creste spaziose e inafferrabili cosa che altrettanto fa con l’avvolgente ballata soul Roll Away. Impossibile, infine, non segnalare il pezzo guida, traditional gospel in gran slancio che di sicuro Amy deve aver imparato direttamente per mano di Levon, giacché il brano fu una delle outtake di Moondog Matinee (1973), gran bell’album di riedizioni di brani altrui di The Band – così come la cover di Ain’t That Good News (Sam Cooke), virata country-folk con ancora Larry Campbell a dettar legge con il suo tocco senza difetto.

CICO CASARTELLI

AMY HELM – Didn’t It Rain (Entertainment One/IRD)

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