Filippo Monti, faentino classe 1928, è l’architetto che negli anni ’60 progettò la discoteca abbandonata dal 1970 a Milano Marittima. La video intervista che segue, a cura di MAGMA è stata realizzata nella sua abitazione di Faenza il giugno scorso durante il Modulo Fest ed è uno stralcio della video-installazione, che è stata proiettata giovedì 19 novembre alle Cantine di Palazzo Rava a Ravenna.

 

COM’ERA

Non ci sono più tornato da quando chiuse, 45 anni fa, e non ci vado neanche. Non so perché, ma è così per tutti i lavori che ho fatto, non sono mai più tornato a vederli. Ora com’è? Non ci sono buchi nella cupola? Il marmo è ancora in buone condizioni? Quella scala doppia d’ingresso funziona ancora? E sull’argine, adesso, le piante soffocano tutto? Me lo ricordo come una pianura immensa, tutta coltivata a barbabietole, fino alla pineta verso il mare, non c’erano alberi. La chiamavano la Bassona. Da quella pianura, di notte, risalendo via Nullo Baldini verso Forlì, si vedevano in lontananza le luci di Bertinoro.

 

LA COSTRUZIONE

Ricordo il giorno della costruzione. Fu una lotta: trasportammo da Forlì le enormi falci realizzate da una ditta di barche da corsa, che dovevano reggere il rivestimento in vetroresina.

Dovevamo montare tutto in un giorno. Non ce la facemmo per colpa di un tremendo temporale che arrivò verso sera. La cupola rimase a metà, una sorta di esedra. La notte, sentendo il vento, pensai che l’avremmo ritrovata in mare. Invece no, era là dove l’avevamo lasciata, più bella di prima. Quello fu il primo collaudo. Il giorno dopo chiudemmo tutto e completammo il lavoro, in tempi che oggi sarebbe impensabile rispettare.

 

COSA DISSE LA GENTE

Allora non c’era il distacco per giudicare se fosse brutto o bello. Le cose venivano accolte, soprattutto laggiù, dal punto di vista dell’efficienza e della resa. Quella doveva essere una discoteca, un tritacarne e non c’era nulla di male in questo. Fu accolto bene. Vennero personaggi illustri, l’architetto giapponese Kenzo Tange (l’architetto dei Giochi olimpici di Tokyo del ’64, ndr) e la Rai per l’inaugurazione, nonostante allora non fosse il tempo degli eventi architettonici. Poi, dopo la chiusura, il silenzio. Una ventina di anni fa mi sorprese la pubblicazione di un servizio fotografico in una rivista francese. Solo ultimamente c’è un nuovo interesse da parte delle facoltà di Architettura.

 

L’IDEA, IL FALSO MITO DEL BRUNELLESCHI E LA LEGGENDA DEI COCCODRILLI

Può essere che, come nota qualcuno, la cupola ricordi quella del Brunelleschi. Un riferimento involontario, forse, di quando studiavo a Firenze. Per me fu tutt’altra cosa.

Volevo creare un occhio di cielo, come l’effetto delle saline. Dalla scalinata di marmo che permetteva di risalire l’argine, l’acqua delle vasche attorno alla cupola doveva riflettere l’azzurro del cielo, in contrasto con il marmo giallo di Siena, ora rarissimo, che allora comprammo come uno qualsiasi. Io dissi “qui ci vogliono i coccodrilli”. Il proprietario non diceva mai di no, e l’idea, nata un po’ per scherzo, mi piaceva veramente perché introduceva anche la componente della paura, innata nella natura umana. Finì tutto in una risata… e poi chi gli avrebbe dato da mangiare?

 

L’ILLUMINAZIONE

Non fu mai risolto il problema delle luci anche perché il proprietario tentennava. Il mio pallino era fare un’illuminazione con dei fuochi, delle fiaccole. L’esperimento non andò bene. Un’altra idea era creare colonne di luce. Come una visione di quando ero ragazzino, durante la guerra: con l’avvicinarsi del fronte da Rimini si vedevano dei fasci di riflettori antiaerei, come colonne di luce che foravano il cielo. Col senno di poi, non saprei neanch’io come realizzarlo.

 

GLI AFFRESCHI DI BLU, IL FUTURO

In nome di non so quale purismo, i writer non mi sono mai piaciuti. Eppure i lavori di questo Blu all’interno della cupola, mi sembrano interessanti. Di certo, il futuro del Woodpecker lo vedrei libero dalla corrosione della natura. Lo immagino come un centro di aggregazione, magari legato alla poesia. Penso a letture della Divina Commedia tradotta in dialetto, o della Bibbia. In questo senso potrebbe essere competitivo con altri luoghi che ospitano queste iniziative. Un’idea troppo elitaria? Perché non dargli la funzione che aveva il teatro greco, aprirlo alle arti, puntare alla ‘polifocalità’; come il cinema, ma con una simultaneità di schermi e di eventi, con la gente che si muove nel mezzo. Sempre mantenendo un po’ di mistero.

 

 

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