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L’importante è che The Complete Matrix Tapes lo si metta su a tutto volume – per capire cosa sia una band strutturatissima ma per niente sovrastrutturata, libera di fare ciò che voleva, e di farlo a livelli che nessuno ha mai più toccato – o che nessuno ha più osato toccare, perché quando ci si avvicina troppo al sole ci si brucia. Chiaro. Signori, i Velvet Underground annata 1969 registrati il 26 e il 27 Novembre al Matrix di San Francisco raccolti in quattro CD – praticamente il Paradiso come lo intendo io.

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Quelli furono dei Velvet senza rivali, che entravano nella casa del “nemico”, la Frisco dei Jefferson Airplane, dei Grateful Dead e dei Fish di Country Joe, estranei newyorchesi che ancora si prendevano gioco del flower power e dei suoi postumi. John Cale se ne era andato, Doug Yule entrava in campo – e Lou Reed aveva in mano il volante, anche se è bene sempre e comunque ricordare che Sterling Morrison e Moe Tucker furono tutto tranne che dei comprimari bensì elementi essenziali. E in quel 1969, con The Velvet Underground pubblicato nella primavera precedente a questi concerti del box set, terzo capitolo di quella che potrebbe essere la più grande, inarrivabile discografia rock, i Velvet giocavano il loro campionato al massimo dei giri, tanto che se proprio vogliamo, sì può azzardare che in ambito live, assieme a certe annate dei Dead, a certe annate di Frank Zappa, ai Doors 69/70, a tanto Bob Dylan, ai Talking Heads, alla Band, agli Stones, a Van Morrison e non so chi altro, non se ne vedono tanti di più che possano aver raggiunto tale intensità d’intenti e controllo del mezzo.

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Questi Matrix Tapes, fra l’altro, non li dobbiamo a colui che anni dopo diverrà uno dei più grandi chitarristi americani, quel Robert Quine il quale con Richard Hell fondò i Voidoids e più avanti prestò servizio proprio a Lou Reed nel biennio di 1982-84, quello che fruttò fra l’altro il magnifico The Blue Mask (1982), poi anche accanto a Brian Eno, Tom Waits, Matthew Sweet e Marianne Faithfull. Quine era un malato di Velvet-ismo, seguiva e registrava la band ovunque potesse, mettendo in cassaforte a futura memoria quel ben di Dio – memoria che già nel 2001 si fece materia con Bootleg Series Volume 1/The Quine Tapes, sebbene finora il Volume 2 non si sia visto – qui si parla, invece, di master originali rinvenuti chissà come dalla casa discografica, che corregge l’obiettivo e regala appunto The Complete Matrix Tapes, uno dei reissue irrinunciabili di questo 2015.

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L’ascolto del cofanetto è un’esperienza di quelle immancabili se piace la musica che conta, quella che forma e marca per sempre – è ghiaccio bollente, velours ruvido – in sostanza, sono i Velvet Underground nel pieno della propria apoteosi. Un gruppo in orbita che scrutava l’umanità come se questa fosse fatta di esseri alieni, loro che erano visti come i freak di tutta la scena – gente che prendeva fischi e insalata marcia ai festival, che erano mal tollerati da molti dei loro contemporanei – e proprio per questo furono, forse, i più grandi.

The Velvet Underground

Non c’è un attimo di The Complete Matrix Tapes che non sia oro colato – che a volerlo rubacchiare qui e là si rischia seria ustione e di far danno a tutto l’amplesso di quarantadue brani per oltre quattro ore e mezza di durata. Roba con gli attributi, usati in modo degenere – come nei trentasei minuti di Sister Ray, colosso che qui forse raggiunge la sua forma definitiva, oppure le versioni di Some Kinda Love che più libidinose non si può, oppure Pale Blue Eye con addosso una giacca di gelidissimo blues, oppure I’m Waiting For The Man, delle tre principalmente la take lunga posta in apertura, che più erotica ed effeminata non rammentiamo sia mai stata fatta.

CICO CASARTELLI

THE VELVET UNDERGROUND – The Complete Matrix Tapes (Verve/Universal)

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