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È in scena fino al 20 dicembre al Teatro delle Moline di Bologna Le Buone Maniere. Il testo di Michele di Vito prende vita grazie alla regia e alla recitazione attenta, precisa e controllata di Michele di Giacomo. Ci vuole coraggio a mettere in scena uno spettacolo sui fatti della Banda della Uno Bianca e sbatterlo in faccia con violenza al pubblico emiliano-romagnolo che quella paura l’ha vissuta sulla propria pelle, che la ricorda, che ha perso dei cari a causa di quei criminali. Eppure il testo di Michele di Vito scivola veloce, restituendoci, grazie all’accento forte e alla voce trascinata di Michele di Giacomo, la giornata di un uomo annoiato, che combatte con se stesso per non impazzire e non ricordare. Il Fabio Savi ipotizzato da attore e drammaturgo cerca in tutti i modi di sottrarsi alla memoria, attaccandosi energicamente alla routine, sforzandosi di rimanere fisicamente e mentalmente tonico dando comunque un senso a giornate che senso non hanno. Non c’è maturazione, non c’è desiderio di affrontare i propri fantasmi per giungere a una comprensione individuale del proprio vissuto. Non c’è assoluzione, né redenzione per Savi, solo urlati tentativi di ricacciare le voci interiori adducendo giustificazioni vuote e prive di qualunque valore. Alla domanda che domina lo spettacolo, al grande Perché? che si disegna sull’attore mentre recita, sull’allestimento della scena, sulle luci, sui neon, non c’è neppure il tentativo di dare una risposta. Il Fabio Savi di Michele di Vito e Michele di Giacomo tenta solo per un attimo di ricordare la rabbia, il senso di ingiustizia e subito lo fonde, lo confonde col suo carattere, col suo peculiare modo di divertirsi sparando vicino al fiume, da bambino, coi fratelli, ma non c’è altro. Nient’altro. Non resta che l’interrogativo pressante e la risposta violenta del grido strozzato, della rabbia repressa, che lascia lo spettatore incredulo e lo porta a chiedersi come faccia un uomo del genere a non scoppiare per tutta quella fissità, quell’immobilismo, quell’inutile succedersi delle ore. Cosa ci sta a fare Savi in galera se non succede niente in lui e in quel luogo se non il ribollire continuo della rabbia? Il reiterarsi continuo del passato? La giustificazione che precede ogni accusa?

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Le scelte di regia sono interessanti: l’allestimento del palco è semplice e tutti gli oggetti in scena hanno un ruolo, un compito ben preciso. Ottima l’idea di utilizzare i neon e distribuirli in maniera ricercata sul palco, come a delimitare la cella, ma anche lo spazio interiore di un Fabio Savi che di notte non può scappare né dallo spazio angusto, né da se stesso. Di grande effetto la luce che proviene dall’armadietto e la scelta di far uscire l’alter ego di Fabio Savi direttamente da qui, dal luogo in cui trascorre la giornata la felpa azzurra che parla del passato. Impressionante la differenza che Michele di Giacomo riesce a dare a Savi e al suo alter ego, chiaramente il cambio d’abito, di tono di voce, di ritmo aiuta, ma è il viso ad essere il vero segno della transizione da uomo a pensiero e in questo senso la recitazione dell’attore è davvero di livello.

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De Le Buone Maniere resta il pugno alla bocca dello stomaco e la convinzione che lo spettatore non sia protagonista di un’esperienza voyeuristica, non stia guardando un animale in trappola girare su se stesso e urlarsi addosso per un’ora, no. Lo spettatore è partecipe della rabbia, del senso di ingiustizia e memore delle buone maniere – il ritornello tanto amato da nonni e genitori- comune a tutti, così famigliare… così fastidioso quando brucia il sentimento di vendetta, di rivalsa, di rivincita contro le ingiustizie del mondo. Ma ci sono le vittime, sono loro a costituire l’antitesi vera a Savi e il fatto che non ne parli un terzo, ma sia lo stesso Fabio Savi a citarle elimina ogni traccia di pietismo e retorica. Sono le vittime a creare il contraltare che ci riporta al di qua delle buone maniere, come se il criminale le avesse percepite solo come un limite, mai come uno strumento e a noi venisse data l’opportunità di vedere altro, di vedere oltre.

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Le Buone Maniere fa riflettere, non giudicare, ma soprattutto fa ricordare. Ed è il più grande pregio del teatro quello di non trasformare il ricordo in trattazione asettica della memoria, ma in esperienza vissuta e personale. In questo senso Di Giacomo con In trincea aveva già dato prova di grande sensibilità e desiderio di utilizzare la comunicazione teatrale come formula di coinvolgimento dello spettatore in fatti a lui vicini soltanto perché umani. D’altro canto niente è all’altezza delle arti performative quando si tratta di far provare l’esperienza dell’umanità lontana, all’umano prossimo, quello seduto sulla poltroncina scomoda della platea.

LORENA FONTI

 

Visto il 13 dicembre 2015 al Teatro delle Moline di Bologna

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