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Me li vedo già che impallidiscono i fan di Trailer Park (1996), di Comfort Of Strangers (2006) o del suo capolavoro assoluto Sugaring Season (2012), di quell’inimmaginabile bellezza che è riuscita a riunire su di sé Terry Callier, Sandy Denny, Bert Jansch, John Martyn e Bobbie Gentry – insomma, Beth Orton! Impallidiranno senz’altro dopo aver ascoltato Kidsticks, tuffo che lascia alle spalle il folk mistico e cesellato in favore di suoni elettronici, artificiali e up to date – impallidiranno, perché probabilmente non sanno che lì Beth vi sia già stata con i Chemical Brothers e anzi, forse, è di lì che proviene, siccome il suo primissimo album fu prodotto da quel genio electro-alchimista di William Orbit – l’uomo che, per esempio, fece fare il salto di qualità a Madonna – già, chi si ricorda del dimenticatissimo Superpinkymandy (1993)? Pochi, siamo pronti a scommetterlo.

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Facciamo, però, che quel passato non sia mai esistito, solo per un istante almeno – e facciamo un’altra scommessa: puntiamo quanto volete che vi sarà qualcuno che tirerà suoni, a metro di paragone, Ghostyhead (1997), il “tradimento” di Rickie Lee Jones? Errando, peraltro: perché il background delle due artiste è radicalmente diverso. E peraltro il disco della Jones è ancora l’anello debole della discografia della cantautrice di Chicago – questo, invece, è una bella caccia all’avventura di una mid-40s splendida signora inglese madre e sposata (con l’eccellente cantautore yankee Sam Amidon – invidiatissimo!), che se ne frega delle sovrastrutture e che non si crogiola negli allori di una carriera che le ha reso meritati onori di critica e granitico culto di pubblico.

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Beth Orton con il marito, il cantautore Sam Amidon, e il figlio Arthur
Beth Orton con il marito, il cantautore Sam Amidon, e il figlio Arthur

Non che tutto in Kidsticks funzioni alla perfezione, forse il tuffo electro a tratti è un po’ monocorde (giusto un poco), ma senz’altro questo ritorno alle sue radici non lascia sconsolati, anzi. Qui vi è ricerca, a tratti songwriting di gran qualità, gusto per l’ignoto – tutta merce che, di questi tempi, sembra molto rara. Qui e là si colgono certi rimandi a Kate Bush, che peraltro paiono essere i passaggi meno interessanti dell’album, vedi la sequenza composta da Wave e Dawnstar – ma si tratta di una flessione ispirata, non di uno scivolone. A spiegarlo sono brani come Flash And BloodSnow – canto tribale a tanti strati ma ritmo fisso e “percussivo” – lo splendido Moon, il singolo 1973 – accenni tecno-pop quasi Depeche Mode anni Ottanta – oppure Petals, numeri che cercano minimalismo musicale o forse solo volubilità dopo i profondi scavi dell’anima della sequenza di dischi che ha regalato negli ultimi vent’anni. Concediamoglielo, come se Kidsticks fosse una giusta e doverosa parentesi relax dopo che Beth Orton a mantenuto la corda tesa per il tempo che sappiamo.

CICO CASARTELLI

BETH ORTON – Kidsticks (Anti)

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